Lo strano caso di Alvin Langdon Coburn

Agli inizi del ‘900, esattamente cento anni fa, l’Europa fu percorsa – in campo artistico – da un forte desiderio di rinnovamento, di rivoluzione. Il Cubismo e il Futurismo erano due delle risposte possibili a questa esigenza; in Gran Bretagna si affermò invece il Vorticismo. A differenza delle altre esperienze europee, il Vorticismo intendeva catturare il movimento in una sola immagine; invece di mostrare i movimenti dinamici del soggetto, cercava di esprimere l’energia interiore che lo animava.

Il termine Vorticismo venne coniato da Ezra Pound, assieme a Wyndham Lewis, ispirandosi all’affermazione di Umberto Boccioni nella quale si definiva l’arte come il risultato finale di un vortice di emozioni.

Oltre che con la fotografia, il Vorticismo si espresse attrraverso la letteratura e la pittura. Uno dei massimi rappresentanti fu proprio Wyndham Lewis, autore del manifesto del movimento, sebbene l’artista più noto sia David Bomberg, pittore e scultore di origine polacca, con opere spigolose in cui compaiono giochi di linee geometriche.

Per i nostri fini, però, ci interessa particolarmente la figura di uno dei più grandi fotografi del periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo: non molto noto in Italia, ma fondamentale nella storia della fotografia per esser stato colui che ha “traghettato” la fotografia dal Pittorialismo alla fotografia creativa, vicina alle Avanguardie. Si tratta di Alvin Langdon Coburn, nato a Boston in Massachusetts l’11 giugno 1882 e successivamente naturalizzato Britannico (morì a Rhos-on-Sea in Galles il 23 novembre 1966).

Come spesso accade nella vita dei grandi fotografi, la scintilla che fece scattare l’amore di Coburn verso la fotografia fu un regalo che ricevette nel 1890 dagli zii materni: una fotocamera Kodak 4”x5”.

Il cugino F. Holland Day, fotografo di fama internazionale, riconosce il talento di Coburn e lo incoraggia, facendone il proprio “protetto”. Per questo, ancora adolescente, trasloca a Londra dove entra subito nel “giro giusto”, attirando l’attenzione della Royal Photographic Society. Seguono anni durante i quali acquisisce un perfetto controllo della tecnica e sviluppa un solido “sguardo” capace di interpretare il soggetto ben oltre le sue apparenze esteriori.

E’ ancora un periodo in cui si dedica alla fotografia Pittorialista, imperante in quel periodo. Al suo ritorno negli USA (1902) entra in contatto con la grande fotografa Gertrude Kasebier, con la quale approfondisce ulteriormente i propri studi. Apre un suo studio sulla Fifth Avenue di New York ed inizia a collaborare con diverse riviste grazie alle sue notevoli capacità nel campo del ritratto. Pur essendo per carattere timido e riservato, o forse proprio per questo, sapeva avvicinare le persone con grande garbo, convincendole a posare per lui in modo spontaneo e senza stress, cosa che emerge chiaramente dai suoi scatti.

Grazie ai viaggi verso Londra, rafforza la collaborazione con la Royal Photographic Society presso cui espone nel 1906, mentre diverse sue fotografie vengono pubblicate sulla rivista di Stieglitz (che era un grande ammiratore e amico di Coburn) “Camera Work”. Nel 1909 Stieglitz stesso gli dedica una personale presso la galleria “291”: fu l’unico, insieme a Edward Steichen, ad aver avuto questo onore.

Già nel 1907 Coburn era divenuto talmente famoso che George Bernard Shaw lo definì “il piú grande fotografo del mondo“: non male per un ragazzo di soli 24 anni! Nel 1912 è di nuovo a New York: oramai inizia a prendere strade ben diverse dall’originario Pittorialismo. E’ questa l’epoca ad esempio delle sue foto scattate da punti elevati, che finiranno in un libro dedicato alla città. Tra queste foto c’è anche uno dei suoi scatti più noti, “The Octopus”.

Al pari del “Ponte di terza classe” (The Steerage) di Stieglitz, questa è una delle fotografie più importanti della storia, perché “rompe” con la tradizione, e offre una lettura più libera e “astratta” della realtà.

Si tratta di uno scatto invernale di Madison Square a New York ripreso dalla terrazza della Metropolitan Tower. Proprio il punto di ripresa, e la scelta del soggetto, costituiscono un’autentica novità, perché Coburn fu uno dei primi a riprendere delle foto da punti di vista elevati. Il grattacielo su cui si trovava l’autore proietta la sua ombra sul dedalo di stradine scure sul fondo bianco della neve, che per la loro forma hanno dato nome alla foto stessa. Decisamente poco Pittorialista, si può considerare probabilmente la prima fotografia “astratta” della storia, e quasi sicuramente ispirerà all’autore la ricerca di nuove modalità espressive, che troveranno una forma ancor più definita negli anni successivi. Intanto, l’11 ottobre 1912 sposa Edith Wightman Clement e a novembre di quello stesso anno si trasferisce definitivamente in Inghilterra: non ritornerà mai più negli Stati Uniti.

Nella sua nuova patria sviluppa, grazie all’incontro con George Davidson, fotografo e filantropo con interesse nella Teosofia e Massoneria, un forte interesse nel misticismo tradizionale legato al druidismo.

L’incontro con il poeta Ezra Pound, anche lui americano “esule” in Europa, lo avvicina al movimento Vorticista, cosa che gli farà mettere in discussione tutto il lavoro fotografico svolto sinora, iniziando a ricercare nuove forme estetiche. E’ il periodo in cui studia le esposizioni multiple, come in questa fotografia di Ezra Pound (sotto) realizzata con tre scatti sovraimpressi avvicinandosi (o allontanandosi) dal suo soggetto. Il gioco grafico del colletto bianco e del volto rende magari meno riconoscibile il soggetto stesso, ma concentra l’attenzione sullo sguardo profondo del poeta e crea una forte sensazione dinamica, che rompe completamente con le regole in voga in quel periodo.

Se osservi attentamente, si crea una sorta di gioco ipnotico, per cui risulta difficile distogliere lo sgaurdo dalla fotografia: veniamo come catturati e “portati” dentro. Non c’è più il semplice desiderio di riprodurre le fattezze della persona ritratta, ma di creare qualcosa che ce ne mostri da un lato la personalità appunto “magnetica”, dall’altra che frantumi le nostre convinzioni riguardo la realtà.

Osserva come anche in quest’altro ritratto (Marius De Zayas, 1914) la stessa tecnica evidenzi in modo particolare lo sguardo, moltiplicando gli occhi ma anche dando forza a un effetto “attrattivo” della fotografia. Il tutto con un “trucco” molto semplice, sebbene allora, quando non si poteva subito vedere il risultato, occorreva operare con estrema attenzione.

La foto più nota e apprezzata di questa serie è un altro ritratto – se così si può dire – di Ezra Pund (vera musa di Coburn!) in cui il poeta è rappresentato solo come silhouette, in una rete di elementi grafici non ben riconoscibili, ma che creano una trama di luci e ombre che ben rendono l’idea del processo creativo che sta dietro la nascita di una poesia, come di una fotografia.

Si tratta di una serie di esposizioni multiple, appunto, in cui non conta molto ciò che si vede direttamente nella foto, quanto le sensazioni e le emozioni che la fotografia stessa evoca in noi.

Oltre alla tecnica delle esposizioni multiple, Coburn realizza il “Vortoscopio”, un semplice strumento – simile al caleidoscopio – con cui creare immagini in cui la realtà si frammenta in multipli apparentemente infiniti, e che chiamerà “Vortografie” (Vortographs). Sebbene ne abbia realizzate solo 18 – per di più nel breve periodo di un solo mese – resteranno per sempre tra le immagini più innovative e sorprendenti dei primi anni del XX secolo. In questa serie di fotografie, che spinge ancor più all’estremo l’astrazione rispetto alla realtà, grazie alla riflessione sugli specchi, possiamo suddividere la scena in vari elementi, con punti di vista diversi, che si intersecano in modo da creare una realtà “mai vista”.

Se nel caleidoscopio le forme sono principalmente legate a tessere colorate che si dispongono variamente all’interno del tubo, nel “Vortoscopio” è la realtà a svolgere la stessa funzione, e girando gli specchi si può orchestrare la ripresa in mille modi diversi. Può essere un gioco, naturalmente, ma anche una modalità di ripresa foriera di risultati assai interessanti.

Nel 1917, Coburn inaugura una mostra di Vortografie (e dipinti, visto che aveva anche iniziato a dipingere in uno stile definito da Pound “postimpressionista”) al Camera Club di Londra.

Durante gli anni ’20 e ’30 la sua vita ebbe una nuova svolta, decisamente spirituale, grazie all’incontro con la “setta” definita Universal Order, con una forte componente misticista.

Nel 1932 diventa a tutti gli effetti cittadino Britannico: a quell’epoca non coltiva quasi più nessun interesse nella fotografia, e anzi distrugge, in un impeto di purificazione, ben 15.000 negativi, gran parte del suo lavoro. Nel 1945 si trasferisce in una cittadina del Galles, Rhos-on-Sea, dove trascorre il resto della sua vita.

Ovviamente la figura di Coburn mi ha sempre affascinato e i “vortogrammi” ancor di più. Così ho pensato di mettermi nei suoi “panni” e di realizzare a mia volta delle fotografie simili, sebbene in digitale, a colori e con soggetti più personali. Ho costruito un semplice vortoscopio (tre specchi montati a triangolo a creare una sorta di tubo) e un giorno, mentre passavo lungo il muro di un cimitero, ho scattato una breve serie di foto a dei fiori e dei lumini gettati in un cestino dei rifiuti. Ecco il primo risultato.

 

Davvero possiamo parlare di “natura morta”! I fiori avvizziti erano già un buon soggetto, ma la riflessione sugli specchi aggiunge un elemento di mistero in più. Subito dopo ho deciso di seguire le orme di Coburn anche rispetto alle esposizioni multiple. Dunque ho scattato di nuovo tre volte con il vortoscopio e poi ho unito i tre scatti direttamente con la fotocamera.

Magari il risultato è più confuso, ma il gioco di forme e colori comunque non mi dispiace. Prima di proseguire la mia passeggiata, ho utilizzato allo stesso modo i lumini gettati via.

Il colore rosso aiuta a rendere l’immagine più “definita”, ma sempre astratta (sebbene in fotografia l’astrattismo vero non esista).

Beh, l’esperimento è stato piacevole e anche rivelatore ed è servito anche a mettermi per un po’ “nei panni” di un grandissimo fotografo, purtroppo spesso dimenticato.

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