L’Antichità del Bianco e Nero

Da sempre – almeno da quando è stata inventata – la fotografia ha una sua particolare propensione per il bianco e nero. Non che altre arti – pensiamo alla grafica – non utilizzino questa modalità, e anzi lo facevano già da ben prima che la fotografia venisse concepita, tuttavia è solo col diffondersi di quest’ultima che l’eliminazione dei colori è sembrata, diciamo, “naturale”.

C’è da dire che sin da subito i fotografi si sono messi all’inseguimento del colore: c’è chi colorava a mano le fotografie, chi introduceva dei viraggi – anche in modalità split toning, dunque con doppia colorazione – che almeno rendevano meno monotone (letteralmente) le foto, chi sperimentava con tecniche strane e particolari, sfruttando la capacità dei colori giallo, rosso e blu (RGB) di combinarsi dando come risultato immagini che proiettate risultavano a colori. Non si potevano ancora creare stampe, ma era un passo avanti. Poi pian piano si sono sviluppate tecniche, come l’Autochrome dei fratelli Lumiere, per ottenere direttamente foto a colori, fino ad arrivare all’Agfachrome e alla Kodachrome. Da lì in poi è stato tutto in discesa per gli amanti delle foto “naturali”, fedeli al vero.

Ma, diciamolo, il mondo della fotografia è sempre stato – e un po’ è rimasto – cromofobico: odia il colore o, almeno, lo ritiene barocco, esagerato, eccessivo, inelegante, insomma “volgare”, per dirla con Walker Evans, mentre il bianco e nero è ovviamente artistico ed emotivamente pregnante.

Questo riguarda molti aspetti della nostra vita. Si stima che circa la metà delle auto circolanti siano bianche (con qualche concessione al grigio chiaro), un altro 25% è nera. Poi c’è qualche appassionato del rosso (complice il mito Ferrari, forse) e poco altro. I computer (intesi come hardware) sono grigi, bianchi, al più crema pallido, con poche eccezioni.

Così gli elettrodomestici, piccoli e grandi. E quanti televisori di colore diverso dal nero possiamo trovare nelle nostre case? Ci sono stati tentativi di proporre frigoriferi rossi o gialli così come fotocamere di colori sgargianti (penso ad alcuni modelli Olympus o Pentax) ma non è che abbiano avuto risultati eclatanti in fatto di vendite.

Qualcuno ha coinvolto la morale protestante che sarebbe stata, almeno in certi paesi, all’origine del successo – che ancora continua – del vestiario nero (almeno per gli uomini) o bianco. Insomma, senza toni sgargianti, tipici della Curia cattolica che i Protestanti – specie Luterani – aborrivano. Il colore è peccaminoso, degradante, superficiale. Non solo: ci si è messo pure Gutemberg. Prima dell’invenzione della stampa, i libri erano pieni di miniature e decorazioni colorate. Con il nuovo sistema i libri – sino all’invenzione della stampa a colori – erano rigorosamente in bianco e nero. Il più delle volte lo sono ancora oggi: ergo, la cultura è qualcosa che si fruisce in bianco e nero.

Sebbene oggi viviamo nell’era del colore, pure il bianco e nero – non solo in campo fotografico – mantiene quell’aura di eleganza e rispettabilità che spesso il colore non possiede. Ma com’è possibile che noi possiamo accettare con tanta facilità – e anzi spesso preferiamo – le fotografie in bianco e nero? Non dovrebbero apparirci strane e irreali, un po’ come certe foto a colori realizzate con la tecnica (molto anni ’90) del cross-processing, grazie al quale si ottenevano colori con dominanti gialle e verdi, molto acide?

Me lo sono chiesto anch’io fin quando, grazie ad alcune letture, ho scoperto che in verità noi abbiamo due “cervelli cromatici” o meglio due aree all’interno del cervello deputate a interpretare quel che vediamo: una è specifica soprattutto per il movimento e “vede” in bianco e nero, l’altra, che distingue le forme e i volumi, “vede” a colori. La presenza di questa seconda area del nostro cervello è esclusiva dei Primati. In pratica gli altri mammiferi vedono una gamma di colori molto più ristretta e a volte solo in bianco e nero, mentre alcuni animali possono vedere ultravioletti e infrarossi (come i serpenti), ma la vista in “Technicolor” appartiene solo agli animali detti “superiori”. Il che compensa, nel nostro caso, le scarse prestazioni che possiamo vantare riguardo gli altri sensi.

In pratica è come se noi vedessimo in modo distinto le luminosità e il contrasto da una parte e i colori dall’altro, per poi unire le due cose, un po’ come avviene nel metodo LAB di Photoshop. Per i ricercatori l’area del cervello che vede in BN è la più antica: le scimmie e noi abbiamo poi aggiunto un “cervello” più recente destinato ai colori.

Il tutto mi sembra assolutamente straordinario. Insomma, il BN è qualcosa di archetipico, ce l’abbiamo dentro da quando non eravamo che semplici mammiferi che cercavano disperatamente di sfuggire alle grinfie dei predatori grazie alla capacità di cogliere il minimo movimento senza la distrazione di troppi colori colori. Ma poi abbiamo avuto bisogno di distinguere i frutti buoni da mangiare da quelli velenosi o cose del genere e magari di imparare a godere della bellezza del pianeta Terra – chissà – e così abbiamo sviluppato una visione pienamente a colori. Ma il Bianco e Nero continua a intrigarci, è parte di noi.

Sinceramente, come fotografo, non sono mai riuscito a scegliere una volta per tutte. Amo il Bianco e Nero e lo pratico abitualmente, sia in analogico che in digitale, ma amo in modo altrettanto potente la fotografia a colori. Anzi, ora sono nella mia “fase cromatica” e i progetti che ho in corso sono quasi tutti a colori. Questo dopo anni in cui ho lavorato diligentemente in Bianco e Nero. In fondo, mi sono sempre detto, perché scegliere? Ci saranno sempre temi che chiedono il colore e altri che non lo fanno. Essere un “fotografo in bianco e nero” – solo ed esclusivamente – è come voler essere un maratoneta che corra saltellando su una gamba sola. O meglio, in questo caso, con solo un “pezzetto” della corteccia visiva, anche se è il pezzetto più antico!

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