Bella come una foto

Se aspiri a diventare un fotografo migliore, forse dovresti leggere questa poesia. In verità è probabile che tu lo abbia già fatto molte volte, quando andavi a scuola, e alla fine – come capita spesso – avrai finito per detestarla. E’ un peccato.

Fossi in te la rileggerei: in fondo è breve, è uno dei “Canti” più brevi del grande Giacomo Leopardi, e non ci sono professori pedanti che ti chiederanno di commentarla. Leggila solo per te stesso.

XII – L’INFINITO        

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Qui ci sono tutte le sottigliezze necessarie a trasformare una bella fotografia in una grande fotografia, cioè in un’immagine irresistibile e convincente.

Il poeta vuole raccontare qualcosa di astratto (l’infinito) e le sensazioni che questo concetto provoca in lui. Se ti affidassero l’incarico di scattare una fotografia intitolata “l’infinito”, da dove cominceresti? Ne parliamo fra poco.

Il poeta comunque sceglie la tecnica della sottrazione.

La siepe che “il guardo esclude”, impedisce alla vista di godere dell’orizzonte, di perdersi nella lontananza.

Grazie a un’inversione di senso lo sguardo, che è imprigionato dalla siepe, “sente” l’infinito, lo percepisce “di là da quella”, e col pensiero lo immagina, cioè crea immagini mentali, fotografie – per così dire – che restano racchiuse tra le pareti della sua mente.

Il buon Giacomo non aveva una fotocamera, e non poteva tradurre quelle immagini in fotografie. Peccato, credo sarebbe stato un eccellente fotografo.

1. Il mistero è una componente fondamentale di una bella foto

Perché in una fotografia quel che non fai vedere è, e sarà sempre, molto (ma molto) più importante di quel che invece mostri direttamente. Lezione fondamentale, che troppi dimenticano.

Spesso, lo confesso, lo dimentico anch’io nonostante ne abbia parlato più volte, nei miei libri e nei miei post. Sia io che te (perchè son certo che anche tu ti dimentichi spesso questa lezione) possiamo giustificarci dicendo che, in effetti, questo gioco di sottrazioni è tutt’altro che facile.

Ma non c’è dubbio che, se vuoi evocare un elemento, farne sentire la presenza, far provare addirittura “l’ingombro” di qualcosa di importante, allora non devi metterlo nella fotografia: lo devi invece escludere del tutto (o in buona parte), e inserire piuttosto dei segnali che, come le briciole di Pollicino, guidino il pensiero (e l’immaginazione di chi guarda) verso il “luogo” dove il vero soggetto è nascosto.

Un picco di montagna innevato, dietro non si vede cosa ci sia. Marco Scataglini te lo fa immaginare in questa bella foto che fa del mistero e del non visto il suo fascino

Marco Scataglini – Infinito 6

Senza dimenticare l’aspetto emotivo, naturalmente, che è il meccanismo alla base di tutto. Senza emozioni la fotografia (come una poesia) non funziona, fa del tutto cilecca.

Leopardi in questo caso compie una scelta efficacissima, raccontandoci le sue riflessioni, che spaziano dall’eterno ai concetti di spazio e tempo, grazie a elementi presi dal vivo, proprio mentre è lì sul colle (il silenzio, la quiete, il vento che passa tra le fronde degli alberi).

2. Foto bella e foto significativa: l’emozione

Potresti chiederti cosa tutto questo abbia a che fare con la fotografia. Cerco di spiegartelo subito: una bella foto è oramai alla portata di (quasi) tutti, una foto significativa assolutamente no (un progetto fotografico, poi, è per molti davvero fantascienza).

Eppure pochi si stupiscono del fatto che un essere umano possa mettere nero su bianco 15 righe di testo e raccontarci un’emozione così profonda e olistica che vi “s’annega il pensier”, in una sorta di vertigine.

E le stesse persone non si stupiscono se, durante un concerto musicale (o anche solo ascoltando un CD), vengono sopraffatte dall’emozione, e magari iniziano a piangere. La poesia e la musica sanno smuovere qualcosa di profondo, lo sappiamo, e molti ritengono che la fotografia non possa fare altrettanto.

Lo pensi anche tu?

Se guardando delle grandi fotografie non ti sei mai emozionato, se non hai avuto “il groppo in gola”,

se non hai riso (o almeno sorriso) davanti alle foto dei cani e dei loro padroni realizzate da Elliot Erwitt,

se non ti sei mai perso negli spazi ariosi di un paesaggio di Ansel Adams,

se non hai sentito su di te lo sguardo sensuale di una modella di Steichen,

se non hai provato orrore e tristezza guardando alle fotografie di guerra di James Nachtwey o di Robert Capa,

se non ti sei immedesimato nell’espressione della migrant mother di Dorothea Lange,

o non hai sentito la fredda logica di certe elaborazioni di Man Ray o di Laszlo Moholy-Nagy

… allora non è vero che “ami la fotografia”, come scommetto sostieni spesso.

Nachtwey ci mostra la tragedia della guerra attraverso le sue conseguenze. Siamo noi a immaginare cosa sia successo. I segni sul viso di un ragazzo Hutu ci riportano immediatamente alla tragedia del genocidio in Rwanda

James Nachtwey – La tragedia del genocidio in Rwanda mostrata dai segni di un macete lasciati sul viso di un ragazzo Hutu

La fotografia non è l’immagine che vedi su un monitor o su un foglio di carta. La fotografia è un grumo di emozioni che certo, finisce su quel monitor o su quel foglio di carta, ma solo affinché possa essere fruito da tutti.

Forse che la musica è quel CD di plastica o una poesia è l’inchiostro con cui è scritta?

Io non so dirti, magari potessi, quale possa essere il corrispettivo fotografico della poesia di Leopardi.

So però che è possibile evocare emozioni simili, e far sentire allo spettatore che guarda una foto tutta la forza dell’animo umano posto di fronte ai misteri dell’Universo. Molti fotografi lo hanno fatto, con minore o maggiore successo.

E posso dirtelo con cognizione di causa perché ho appena finito di ammirare alcune fotografie di Eve Arnold (la prima donna fotografa a far parte dell’agenzia Magnum, appena (ri-)pubblicata nell’ambito della serie dedicata alla famosa agenzia da Hachette) in cui sono rappresentati i primi 5 minuti di vita di un essere umano.

Tu ci avresti pensato a un progetto del genere? Forse se hai dei figli li hai fotografati appena nati e per te quelle foto saranno emotivamente sensazionali. Per te. Ma per il mondo? Scusa, ma ne dubito.

Eve Arnold ci mostra in una serie storica di immagini i primi cinque minuti di vita di un essere umano

Eve Arnold – i primi 5 minuti di vita di un essere umano

3- Dal personale all’universale

Leopardi narra un’emozione personale che diventa però universale grazie alla poesia. La Arnold fa lo stesso grazie alla fotografia.

Il segreto dell’arte è in questo universalizzare le emozioni (e le idee, i concetti, quel che vuoi). Non vorresti essere anche tu in grado di fare altrettanto? Ricordati che non sarai Leopardi o un grande maestro della fotografia, ma hai tutto ciò che serve davvero: sei perfettamente in grado di provare emozioni.

Emozionati, prima. Solo dopo fotografa. Metti a fuoco le tue sensazioni e le tue idee, prima ancora dell’obiettivo. Chiarisci con te stesso quale sia il messaggio che intendi trasmettere, suggerire, evocare.

Sono consigli quasi banali, eppure ce li dimentichiamo quasi sempre, forse perché riteniamo di non “avere abbastanza tempo”, oppure perché costa fatica. Ma ci si può esercitare a focalizzare questo aspetto fondamentale della nostra attività fotografica.

Fotografia di Marco scataglini - un riflesso di nuvole che crea un'immagine onirica

Marco Scataglini – Infinito 4

Senza fretta, prova ad esempio a immaginare come sia possibile rendere in fotografia un tema che ti sta a cuore, meglio se debitamente “astratto”.

Potresti partire proprio dal tema dell’Infinito.

Certamente, anche il semplice mostrare un ampio panorama, privo di orizzonte apparente, funzionerebbe, ma prova a essere meno ovvio.

Il panorama potrebbe essere quello di un deserto, o di un’area di campagna senza alberi e senza abitazioni.

Oppure il tuo panorama potrebbe essere solo una sottile striscia di terra sotto un vastissimo cielo. Potresti realizzare la tua foto di notte: un cielo stellato evoca il concetto di infinito. E così via.

Una striscia di sabbia mangiata dal mare. L'orizzonte fuori fuoco che non permette di vedere il confine. L'infinito secondo Marco Scataglini

Marco Scataglini – Infinito 5

Ma poi cerca anche di comprendere che ogni contenuto non è quasi mai una monade, sottintende anche dell’altro: in Leopardi l’infinito paesaggistico è anche il segno e la misura di un profondo disagio esistenziale, in cui il ricordo delle “morte stagioni” si unisce alle preoccupazioni per la vita presente, come se camminando sul filo della vita, ci si voltasse indietro incapaci di proseguire.

La siepe, che pure limita la possibilità di scrutare lontano, diventa altresì un elemento di sicurezza, di stabilità. Il cuore si spaura anche solo a immaginare quel che c’è negli infiniti spazi e nei profondi silenzi al di là di quell’ostacolo, figuriamoci se potessimo davvero scrutare dentro al mistero!

4. Semplicità e sintesi: andare all’essenziale

Sono i piccoli segni che rivelano i grandi contenuti. Niente è complesso come qualcosa di apparentemente semplice. Non dovresti perciò esercitarti a diventare più complicato e “profondo”, al contrario cerca la tua siepe e insegui la semplicità. Togli, elimina, nascondi, dissimula. Getta fuoribordo la zavorra se vuoi andare più veloce, se vuoi volare più in alto.

Una silhouette di una chiesa diroccata, che potrebbe essere anche il portale per un altro mondo. La porta verso l'infinito. Un'immagine fotografica di Marco Scataglini

Marco Scataglini – Infinito 1

Michael Kenna, in un’intervista a proposito del suo libro “Holga”, ha dichiarato che la semplicità è un punto di arrivo, non di partenza. Concordo in pieno.

All’inizio, un fotografo non ha soldi o dimestichezza con le tecnologie per riempire la borsa di fotocamere e obiettivi, e non ha abbastanza competenze per gestire la complessità delle riprese fotografiche. Poi finisce per credere che, andando avanti, la misura del suo successo sarà quanto quella borsa finirà per riempirsi di attrezzatura e quanto le sue foto saranno ricche di elementi e di contenuti.

Se anche tu la pensi così, sappi che stai sbagliando, anche se forse ancora non te ne rendi conto. Te lo dico per esperienza.

Il viaggio del fotografo è da una desiderata complessità alla massima, consapevole semplicità. Tu in che fase sei? In quella dell’accumulo o in quella in cui ti poni finalmente delle domande e inizi a cercare risposte?

Un picco montagnoso avvolto dalle nubi, dietro una distesa di colline. Una fotografia che evoca mistero e distanza. Di Marco Scataglini

Marco Scataglini – Infinito 3

(Il post è tratto – e liberamente adattato – dal mio libro,”Non ci sono più i fotografi di una volta”, edizioni Penne & Papiri, di prossima pubblicazione)

Un saluto,

Marco Scataglini

 

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