Quel che può insegnarci una nostra foto (specie se sbagliata)

Già una volta abbiamo parlato dell’importanza di fare foto sbagliate, ma cerchiamo adesso di approfondire un po’ come vanno le cose in questi casi.

Immagino la scena ….

Anzi no, non mi serve immaginarla, perché la vedo quotidianamente, e io stesso vi partecipo: il fotografo scatta delle foto, le guarda sullo schermo della fotocamera, fa una smorfia di dolore e rapido come un tuono la cancella.

La foto sbagliata viene eliminata con una velocità che spesso è superiore a quella con cui è stata scattata. Poof! Volatilizzata.

Diciamocelo francamente: una volta le cose andavano diversamente.

Potevi anche pensare che probabilmente avevi toppato nello scegliere il tempo di scatto e l’inquadratura, eppoi magari che la foto sarebbe risultata mossa, chissà, o che quel tizio che ci era passato davanti all’ultimo istante fosse finito nell’inquadratura, accidenti a lui, rovinando la foto.

Forse, chissà, vedremo. Ma non potevi mica saperlo subito.

Dovevi comunque aspettare di sviluppare il rullo per avere la sentenza definitiva. Certo, anche allora potevi gettare nel cestino il negativo o la diapositiva, facendo finta che lo spreco di preziose risorse economiche (e anche ambientali) non ti interessasse.

A me è capitato di gettare interi rulli. Tutte brutte, tutte sbagliate. Zero su trentasei, voi non saprete mai cosa vuol dire. E’ un colpo al cuore (e al portafogli).

Ma comunque, si sosteneva non senza ragione, che nella migliore delle ipotesi le foto buone sarebbero comunque state solo 3 su 36: tre buoni scatti e 33 negativi o diapositive da gettare o quasi. Terrificante.

Oggi i fotografi si illudono. Voi v’illudete.

Tornate a casa con le schede piene di “belle” foto. Le mostrate agli amici ancor prima di averle scaricate e postprodotte e sibilate: guarda che roba! Immagini corrette, ben esposte, non mosse, spesso ben inquadrate. Wow, siete tutti bravissimi.

Ma chi come me viene dall’analogico non si lascia mica convincere così facilmente.

Perché so bene che mentre state lì a fotografare, appena vedete un’immagine sballata, piena di errori e difetti, muovete il pollice e l’indice e poof! quella foto sparisce. Mai scattata, mai esistita.

Vi piacerebbe, vero? Ma in realtà quelle foto terrificanti le avete fatte, e potrebbero insegnarvi un sacco di cose se solo non le gettaste.

In un angolino, l’ombra della testa di Marco. Svista clamorosa o occasione per fare un po’ di post-produzione creativa?

Se una foto è sbagliata ci deve essere un perché, anzi c’è di sicuro, e solo analizzandola – ma a freddo – potrete capirlo, e dunque apprendere la lezione. Evitando così di ripetere (o ripetere meno spesso) certi errori macroscopici.

Depositate in una cartella le vostre foto sbagliate, non le immolate sul fuoco di un’impossibile purezza fotografica.

Lasciatele in quel sicuro rifugio per un po’, e poi analizzatele, andando a leggere i dati EXIF.

Questi vi diranno se avete dimenticato di cambiare determinate impostazioni della fotocamera, col risultato di sovraesporre tutte le foto a causa di quegli eccessivi 6400 ISO; o viceversa di fare foto mosse perché c’era poca luce e vi ostinavate a scattare a 100 ISO, oltretutto lasciando disinserito lo stabilizzatore.

Oppure potreste scoprire di aver delegato con troppo ottimismo all’autofocus il compito di mettere a fuoco quel bellissimo ritratto in luce scarsa, col risultato che l’automatismo ha scelto di testa sua, decidendo che la finestra sullo sfondo era un soggetto molto più accattivante (e contrastato) di quella faccia imbronciata in primo piano.

E non ci sono solo gli aspetti tecnici.

Forse eravate distratti o poco ispirati, e l’inquadratura risulta storta, poco significativa, incomprensibile. O forse quel soggetto che sembrava tanto intrigante, ma in effetti non lo era affatto: e allora chiedetevi perché lo avete scelto, cosa vi ha convinto a perdere del tempo inutilmente.

Insomma, una foto sbagliata può essere il vostro miglior alleato, se solo gliene date l’occasione, se solo resisterete alla tentazione di cancellarla pensando, in tal modo, di nasconderla non tanto agli altri, quanto a voi stessi…