Daido Moriyama: il fotografo del viaggio

“La realtà del viaggio è quel che io vivo spostandomi, non tanto un luogo dove arrivare”.

Se il viaggio sia la meta oppure lo spostamento verso un punto di arrivo più o meno definito è una di quelle enormi domande che ci si pone più volte nella vita.

Fa parte di quel bagaglio di interrogativi che, per portata della domanda, si collocano appena sotto quesiti come… chi siamo, da dove arriviamo e dove andiamo. Daido Moriyama, indiscusso maestro giapponese della fotografia contemporanea, tuttavia non ha mai avuto dubbi su questa annoso interrogativo: il viaggio non consiste in una meta precisa, ma è l’esperienza che si vive nel tentativo di giungere a una destinazione, ammesso che questa ci sia.

E in effetti lo stile di Daido Moriyama è permeato da questa idea “on the road” che è spesso anche “on the street”, vista la sua predilezione per gli scenari caotici di Tokyo o di altre metropoli giapponesi.

Viaggiatore solitario, affamato di situazioni intime da catturare durante il suo eterno vagabondaggio, Daido Moriyama non ha mai fatto mistero di essere stato influenzato dalla lezione di Jack Kerouac e del suo libro On The Road che ha cambiato la prospettiva di molti negli anni Sessanta:

“In quegli anni leggevo molti libri e molte cose mi colpivano, ero estremamente ricettivo e aperto. Kerouac aveva il dono di riuscire a trasmettere immagini fotografiche dei suoi viaggi attraverso la macchina da scrivere: questa sua capacità ha influenzato e condizionato il cammino che poi ho intrapreso. Quel che mi colpì molto di On the Road furono il tema della libertà e del vagabondaggio: il fatto di viaggiare per il gusto di farlo, senza una meta precisa”.

(Da Su Daido Moriyama, il maestro della street photography giapponese, Grandi-Fotografi, 201)

Le strade sono per Daido Moriyama il luogo prediletto per il suo obiettivo, essendo i posti del desiderio e degli eccessi dell’uomo. E le città sono “enormi corpi di desideri delle persone e mentre cerco i miei desideri dentro di loro, taglio il tempo fermando il momento con la mia macchina fotografica”.

daido moryiama

Daido Moriyama: cenni biografici

Nato nel 1938 a Ikeda, una città nell’hinterland di Osaka, Daido Moriyama non è attratto fin da subito dalla fotografia, ma orienta i suoi primi studi verso la grafica. Il vero nome di Moriyama è Hiromichi, che in giapponese ha il significato di “ampia strada”: molta critica ci ha visto un segno del destino, una sorta di nomen omen scritto fin dalla nascita.

È l’incontro con Takeji Iwamiya ad avvicinarlo al mondo della fotografia, al quale si approccia a partire dai primi anni Sessanta, in seguito al suo trasferimento nella capitale giapponese avvenuto nel 1961. A Tokyo incontra i sei membri della cooperativa VIVO, parola esperanto che sta per “vita”. Diventare assistente di Eikoh Hosoe permette a Daido Moriyama di farsi notare come uno dei talenti più promettenti del Giappone.

Nel 1968 pubblica la raccolta Nippon gekijo shashincho che ha per protagonista il suo paese nella fase di ricostruzione dopo il disastro atomico, in una dimensione ormai completamente contaminata dalla produzione industriale. La fama di Daido Moriyama si accresce ulteriormente, uscendo anche dai confini nazionali, grazie alla collaborazione con la rivista Provoke, diventando uno dei fotografi più amati dalle nuove generazioni di artisti dell’obiettivo. Nello stesso periodo, Daido Moriyama presta la sua collaborazione ad altre riviste di settore come Camera MainichiAsahi Journal e Asahi Camera.

È questo il periodo in cui produce i suoi lavori fotografici rimasti più celebri: Japan: a photo theaterScandalPantomimeAccidentFarewell photographyHunter. Gli anni Settanta rappresentano una fase di pausa per Moriyama che rallenta notevolmente la sua attività per problemi personali. E infatti solo nel decennio successivo il fotografo giapponese riprende la sua attività con la solita costanza, riuscendo ad ottenere il premio di fotografo dell’anno dalla “Shashin Kyokai”, la “società di fotografia”.

Attivo anche nel Terzo Millennio, Daido Moriyama è diventato celebre negli anni Novanta come uno dei fotografi più influenti della Street Photography e ha esposto in diverse prestigiose gallerie d’arte come il Moma di San Francisco, la Tate Gallery di Londra e il Museo di Arte Moderna di New York.

Daido Moriyama: lo stile della sua fotografia

L’esperienza con la rivista Provoke rimane centrale nell’estetica di Daido Moriyama. Il magazine, che si opponeva alle convenzioni del periodo, esortava infatti a un nuovo linguaggio fotografico che Moriyama seppe fare suo, con uno stile divenuto nel tempo molto distintivo. Provoke esortava infatti alla produzione di immagini fortemente provocatorie, in grado di dividere il parere del pubblico e veicolare nuovi significati. Un approccio totalmente diverso dallo stile classicamente documentaristico che Daido Moriyama è stato capace di rendere personale, riconoscibile come fosse una sua firma.

Tokyo e il suo caos sono temi centrali in tutta la sua fotografia. Così come la fine della società tradizionale del Giappone e l’avvento di una vita urbana caotica e fortemente caratterizzata dall’arrivo dell’industria e della tecnologia, subito dopo il disastro atomico con il quale si conclude il secondo conflitto mondiale.

Per gli occidentali, la visione del Giappone di Daido Moriyama è assolutamente inedita, fuori dai soliti cliché. E lo era ancora di più qualche decennio fa, prima della globalizzazione, quando l’impero del Sol Levante giungeva ai nostri occhi fortemente stereotipato, a metà strada tra il fungo atomico di Hiroshima e le soavi immagini di una società che guardava al passato riorganizzando un presente da super potenza economica. Moriyama è stato uno dei più grandi artefici di una visione del Giappone che… non usciva dai confini del Giappone stesso.

Lo stile delle immagini di Daido Moriyama è forte, provocatorio. Il bianco e nero molto contrastato, i soggetti spesso lievemente fuori fuoco, una grana particolarmente evidente definiscono una fotografia lacerata e graffiante. E in effetti, le sue immagini altro non sono che la trasposizione su celluloide della “cattiveria” colta nelle strade di Tokyo, non troppo diversamente da quanto accadeva a William Klein con le sue visioni newyorkesi.

I due fotografi si incontrarono a Parigi nel 1981. Una mostra del 2012 alla Tate Gallery di Londra ha messo in relazione i due maestri sottolineando un curioso parallelismo: nello stesso momento in cui Klein ritraeva la sua New York, Daido Moriyama immortalava la sua Tokyo. In un’epoca priva di Internet, lo stesso approccio ai soggetti di una fotografia potrebbe far parlare di sincretismo, come si fa per religioni lontane nel mondo, in paesi diversi e non comunicanti tra loro.

Daido Moriyama: elogio dell’imperfezione

Dal maestro Hosoe Daido Moriyama non colse solo suggerimenti tecnici, ma soprattutto l’idea di una macchina fotografica capace di catturare l’invisibile che c’è nelle situazioni più estreme, lasciando alla memoria la testimonianza di un’esperienza altrimenti difficilmente spiegabile con le parole.

I suoi scatti graffiati e sfocati, sovraesposti e talvolta sgranati, altro non sono che una protesta nei confronti di un momento storico del Giappone ritenuto da Daido Moriyama fortemente ipocrita nel suo sistema sociale e politico. Il resto del mondo occidentale scopre grazie alla sua fotografia l’aspetto di una nazione che nessuno aveva mai sospettato potesse vivere quelle forte contraddizioni tra apparenze e vita reale.

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Il suo riconoscibile bianco e nero rumoroso è una scelta stilistica che contribuisce a enfatizzare quanto appena descritto, ed è una preferenza netta a sfavore del colore spiegata benissimo in Daido Moriyama: The Shock From Outside (Aperture, 2012).

“La fotografia in bianco e nero ha un che di erotico per me, in senso ampio. Il colore non ha la stessa carica erotica. Non ha molto a che fare con quello che viene fotografato; in qualsiasi immagine in bianco e nero c’è una certa varietà di erotismo. Se sono fuori a vagabondare e vedo fotografie appese alle pareti di un ristorante, ad esempio, che sono in bianco e nero, ho una fitta! È davvero una risposta viscerale. Non ho ancora visto una fotografia a colori che mi abbia fatto venire i brividi. Questa è la differenza tra le due cose.»

La fotografia di Daido Moriyama non ha la pretesa di dare delle risposte, ma ha l’urgenza di indagare la realtà nipponica, distruggendola per poi essere ricostruita con una nuova sintassi. E infatti il processo di destrutturazione di Moriyama consiste nella distruzione di tutto ciò che è inteso come perfetto e levigato, a favore di un’imperfezione resa dal contrasto del bianco nero, dalla sovraesposizione, dal fuori fuoco.