Chi segue le mie attività, come questo blog, sa che una volta al mese propongo sulla pagina Facebook di Reflex-Mania la video-recensione di un libro fotografico. La rubrica si intitola “La libreria di Marco” e intende segnalare quelle pubblicazioni che, ovviamente a mio parere, possono essere utili al fotografo, insegnargli qualcosa, farlo riflettere. Nessuna pretesa di completezza, che poi sarebbe impossibile.
L’editoria fotografica è infatti estremamente frammentata: da un lato ci sono migliaia di libri in circolazione, dall’altro nella maggior parte dei casi si tratta di tirature minime (anche sotto le 100 copie), difficili da trovare, insomma di nicchia. I libri più diffusi sono in genere di grandi autori oppure, più frequentemente, i cataloghi di mostre importanti.
Però lo sforzo di cercare e acquistare questi libri, anche di generi che non ci interessano direttamente, è un esercizio prezioso, anzi forse il più prezioso di tutti perché solo guardando i progetti fotografici degli altri, soprattutto se autori smaliziati e competenti, si può davvero “imparare la fotografia”, quella vera, che non è fatta semplicemente di tempi e diaframmi, fotocamere e obiettivi.
E questo ci porta alla Ecfrasi.
Il termine – invero piuttosto cacofonico – indica la rappresentazione verbale, potremmo dire il racconto, di una rappresentazione visiva, soprattutto, e questo ci interessa, un’opera d’arte. Quando John Keats scrive “Ode su un’urna greca”, sta utilizzando l’Ecfrasi: “…che figure sono queste, /Di dei o mortali, o insieme, a Tempe o in Arcadia? / Che uomini sono? Che dei? E le fanciulle ritrose? / … E tu giovane bello, sotto gli alberi, tu non potrai mai / Lasciare la tua canzone, né mai quegli alberi saranno spogli“. E quando Omero nell’Iliade descrive nei minimi particolari lo scudo di Achille, ecco, anche lui sta applicando l’Ecfrasi.
Io, senza alcun intento poetico, pratico l’Ecfrasi quando mi dedico a raccontare alcune delle fotografie contenute nei libri che recensisco. Lo sforzo è quello di narrare, in modo breve e coinciso, il valore estetico e contenutistico di ciascuna fotografia. Non è affatto semplice, ma se ci pensiamo bene è esattamente questo l’esercizio prezioso che ognuno di voi potrebbe fare.
Mi torna in mente la definizione di Cartesio secondo cui la vista è una versione più raffinata, sottile ed estesa del tatto: sono d’accordo. La vista “tocca” gli oggetti, quasi li accarezza.
In tal modo l’omerico scudo di Achille quasi lo possiamo toccare. Ce l’abbiamo tra le mani. Percepiamo che il manufatto creato dal dio Efesto è suddiviso in cinque zone concentriche, ognuna delle quali reca incisa una rappresentazione artistica: la terra, il mare e il cielo, due città descritte in tempo di pace e in tempo di guerra, scene di vita agreste, l’esibizione di acrobati e danzatori e l’Oceano, sulla parte più esterna che funge quasi da cornice. Pensiamo a quanta perizia occorra per descrivere qualcosa di così complesso. E ora pensiamo a come una fotografia possa essere raccontata e illustrata con le parole.
Immagina di chiedere a un amico/a di chiudere gli occhi mentre gli descrivi una fotografia che lui o lei non conosce. Saresti capace di fare in modo che quasi “la veda” così che poi, aprendo gli occhi e guardandola, la possa riconoscere?
Se facciamo la prova, vedremo che non è affatto semplice, a meno che ovviamente non scegliamo una foto molto minimalista e con pochi elementi. E comunque anche in questo caso perderemmo per strada un aspetto che la foto possiede e che noi abbiamo invece grande difficoltà a percepire e raccontare: il senso profondo della foto stessa, il messaggio, l’emozione che vorrebbe trasmettere, le motivazioni stesse dell’autore o dell’autrice. Insomma, quella parte che non è direttamente fissata nell’immagine ma che pure c’è, ed è spesso la parte più importante.
Lo scudo di Achille è stato immaginato e descritto minuziosamente da Omero (anche se alcuni ritengono che sia una parte aggiunta successivamente) per uno scopo, poetico in questo caso, ma anche per far comprendere – e approfondire – la natura dell’eroe, predestinato a essere tale, e se vogliamo anche il contesto in cui il personaggio si muove, con tutti gli altri astanti di un dramma che deve necessariamente svolgersi. La motivazione che muove Omero – o chi per lui – non è la mera descrizione di un artefatto, quanto del senso che tale opera assume all’interno della narrazione.
Allo stesso modo utilizzare l’Ecfrasi per descrivere delle fotografie non è meramente un descrivere quel che vediamo, ma un “toccare con mano” e scendere in profondità. In tal senso è – lo ribadisco – un preziosissimo esercizio che consiglio a tutti coloro che amano la fotografia, o qualsiasi arte figurativa. Prova e vedrai che per prima cosa non riuscirai a descrivere una fotografia se non la inserisci nel contesto in cui è stata realizzata. Ad esempio se è di reportage o concettuale, se a colori o in bianco e nero, se è contemporanea o antica.
Descrivere uno stesso soggetto, mettiamo una specifica strada di New York, partendo da una foto di Ernst Haas o da una di Meyerowitz, pur con le affinità evidenti, non è certo la stessa cosa. Il Flatiron Building ripreso da Stieglitz o da un fotografo contemporaneo sarà lo stesso soggetto, ma noi per far “vedere” quell’immagine con le parole a chi non la conosce non potremo solo dire “è una foto del Flatiron Building“, magari aggiungendo il punto di ripresa e la composizione. Saremo costretti a comprendere lo stile e l’approccio dell’autore, l’atmosfera che la foto trasmette, l’aspetto emotivo della stessa e così via. Possiamo descrivere solo ciò che comprendiamo.
Magari il nostro amico non riuscirà davvero a “vedere” nella sua testa la foto descritta – diciamo pure che forse la cosa è impossibile – ma di certo ne percepirà alcuni elementi fondamentali, gli stessi che saranno stati utili anche a noi per entrare in contatto con l’autore originale.
Insomma, l’Ecfrasi per il fotografo, è un modo per approfondire, per smettere di guardare a una fotografia solo come un oggetto “bello”, visto che conoscere qualcosa come “bello” – sosteneva Nietsche – significa per forza conoscerlo nel modo sbagliato.