Distrazioni paesaggistiche

La fotografia di paesaggio (ma in generale tutta la fotografia che si svolge in qualche luogo, che sia street o achitettura o altro) è costituita – se vogliamo dar retta a Robert Adams – da tre fondamentali elementi: la geografia, l’autobiografia dell’autore e la metafora.

Ogni fotografo mette se stesso nel riprendere un luogo geograficamente determinato (che è lì, proprio lì) e ne fa una specie di racconto di se stesso, delle cose che ama o che invece detesta, del suo approccio alla vita, alla quotidianità. Una foto è sempre un autoritratto, no?

E questo vale sempre, anche quando si fotografano dettagli o superfici magari ma non “riconoscibili”: la geografia entra in campo se non altro perché siamo sempre in uno specifico punto del pianeta. Ma quel che più conta è la metafora, la capacità di far vedere “cos’altro è” (per utilizzare una frase di Minor White) un determinato luogo o soggetto.

Il guardare sulla base dei propri preconcetti porta ad illudersi o spesso a non vedere, mentre io credo che il viaggio sia principalmente un fatto mentale. Da questo punto di vista abbiamo due possibilità: avvicinarci o allontanarci. Variare le prospettive.

Se mi avvicino a un muro, a una parete, a un dettaglio arrugginito, ecco che di nuovo la mente può vagare, vengo proiettato in un altrove che non conosco perché di solito certi dettagli li ignoriamo. E lo stesso se invece resto lontano dal soggetto, se lo introduco in un panorama amplissimo in cui sembra perdersi. Esiste una distanza giusta? Forse no, quel che occorre fare è scegliere dove collocarsi, secondo le intenzioni narrative che abbiamo in mente.

E il termine “narrazione” non fa per forza riferimento a una storia come normalmente la concepiamo: anche una serie di foto apparentemente simili, come quelle dei coniugi Becher, alla fine hanno molto da dire e da narrare, se ci si mette in ascolto.

Penso che le storie che un paesaggio, un luogo può raccontare ricadano in diverse categorie. Io ne ho identificate almeno tre:

Storie del Tempo – Come rileva George Simmel, l’uomo crea continuamente superfici che si elevano, ma la natura tende a riportarle in basso, a levigarle, a distruggerle: le consuma. Un rudere è dunque un viaggio nel tempo e negli elementi, nel lento lavorio degli elementi che ora dopo ora, giorno dopo giorno polverizzano ogni cosa, ma con stile. E non solo ruderi. La tragica vicenda del ponte Morandi a Genova ci mostra con chiarezza quale lotta sia costantemente in atto nel contesto “umano” del pianeta. L’uomo costruisce, modifica, eleva e la natura dissolve, erode, graffia, mina le fondamenta. Sempre nuovi materiali vengono messi in campo per vincere questa battaglia, ma la natura – o meglio le forze che la natura sa mettere in campo: il vento, l’acqua, il gelo, il caldo… – trova sempre una strada per avere la meglio. L’uomo vince, almeno provvisoriamente, solo quando si adatta alla natura stessa, quando edifica con materiali “naturali”, il che spiega perché un ponte in cemento armato possa crollare dopo ottant’anni e un ponte di epoca romana sfidi i millenni. Queste storie, questa lotta, sono potenzialmente un materiale preziosissimo per il fotografo di paesaggio, di architettura e non solo.

Storie di Natura – Siamo sempre portati a separare il mondo naturale da quello umano, ma è un’illusione. Le superfici ad esempio (che è un tema che mi affascina e a cui dedicherò il mio prossimo libro fotografico) dicono altro: anche al centro di una città le muffe, i licheni, i muschi, le alghe, le scoloriture della pioggia, la polvere piena di pollini e sostanze naturali, gli effetti del fuoco che divora le superfici indicano che la natura scacciata dalla porta rientra dalla finestra. Certo, esistono storie di “vera” natura, quelle che avvengono nei boschi, nei mari, nei corsi d’acqua. Ma le storie sono tali solo quando interviene l’elemento umano, perché sono gli uomini che le narrano, sono gli uomini che le creano o le fanno accadere. Per questo è dove l’uomo e la natura si incontrano che le storie esistono. E’ come il famoso albero che cade nella foresta: senza orecchi che possano ascoltare, non fa rumore. Dunque anche le storie di natura selvaggia esistono solo quando ci sono esseri umani a vederle, a narrarle e a fotografarle. Anche perché l’uomo ha la capacità di isolare da un flusso continuo di eventi gli elementi che contano (per l’uomo stesso) e che servono a dare un senso a quello che nei fatti non l’avrebbe. Che poi è esattamente quel che facciamo noi fotografi: diamo senso, significato, alle cose. Una bella responsabilità!

Storie umane – Perché ciò che esiste l’uomo lo modifica costantemente e comunque lascia tracce. L’esistenza stessa della società umana comporta la nascita di storie, che sono legate all’evoluzione delle società, al loro cambiare, perciò sono strettamente connesse al tempo: “stories are the perfect skin of time” scrive il fotografo e regista Victor Masayesva (2002). Le storie sono la pelle stessa del tempo e senza di esse non potremmo nemmeno percepirne lo scorrere. Un fotografo che voglia narrare la realtà che lo circonda, non può prescindere da queste semplici, addirittura banali osservazioni.

Per trovare queste storie, di qualsiasi tipo esse siano, anche quando sono semplicemente scritte in un paesaggio, in un edificio, in un volto, occorre in verità – io credo, ma potrei sbagliare – essere capaci di andare oltre il quotidiano, oltre i nostri preconcetti, le nostre idee stratificate e spesso “esterne” a noi, cioé ben piantate nella nostra testa dalla società, dai mezzi d’informazione, dalla cultura dominante.

Perciò concludo questa mia riflessione indicando quella che credo sia l’unica possibilità che rimane al fotografo consapevole: perdersi. Perdersi non è facile, perché non parliamo semplicemente dello smarrire la strada, ma di sentirsi altrove, senza riferimenti e dunque senza preconcetti.

Una storiella ungherese riportata da Franco La Cecla nel suo libro (appunto) “Perdersi” racconta di due alpinisti che si perdono tra le montagne. Uno di essi ha una mappa, la estrae dalla sacca e la consulta. Dopo un po’ dice al compagno: “Siamo su quella montagna laggiù”.

Ecco, se vuoi riuscire davvero a perderti e poi riannodare i fili di un percorso che sia visivo e mentale – quello che porta a delle fotografie davvero efficaci – devi per forza fare come quei due alpinisti: sei qui, ma pensi di essere laggiù, o viceversa. Duplichi i riferimenti, e questo ti permette di essere qui e pure altrove e di non fotografare i tuoi preconcetti, di aprirti alla meraviglia e a quella magia che è il silenzio.

Ho sempre pensato che il silenzio – insieme al perdere i riferimenti temporali e geografici nel senso che abbiamo appena visto – sia il modo migliore per iniziare a vedere le cose nel modo corretto, cioé vederle davvero. Ma si può vedere il silenzio? Non so se sia possibile farlo direttamente ma ad esempio Marco Ermentini, nel suo breve saggio “La piuma blu” (la piuma blu è un simbolo dei luoghi del silenzio) ci fornisce qualche indizio, che riporto qui perché indubbiamente efficace anche come metodologia di base nell’avvicinarsi a un luogo (e poi fotografarlo, in caso): “conoscere i luoghi con calma, con pazienza con un atteggiamento di benevolenza e pietà è già un buon inizio. Osservare attentamente i particolari, le caratteristiche, la materia, la sua stratificazione, i degradi, i segni del tempo, i varchi d’incertezza. Conoscerne la storia, il racconto del tempo trascorso, le vicende delle persone che l’hanno costruito e abitato. Toccare le superfici, rendersi conto delle loro caratteristiche, dell’aspetto esteriore, del colore. Percepire i profumi, gli odori e i sapori. Osservare la flora e la fauna che è presente. Ascoltare il vento, le correnti d’aria. Sentire i suoni, i rumori, interni ed esterni. Fare attenzione ai rapporti fra tutte le cose e utilizzare l’immaginazione e la fantasia che sono gli organi mediante cui vediamo le cose come sono”.

Vedere le cose come sono, non come appaiono.

Non possiamo utilizzare le cose (un paesaggio, un soggetto umano, vegetale o animale che sia) come metafore (per tornare a Robert Adams) se non le vediamo come sono davvero. E’ per questo, io credo, che tante fotografie, e dunque tanti progetti fotografici, falliscono nel loro intento, perché sono metafore di metafore, qualcosa di incomprensibile. Bisogna dunque imparare a mettersi in sintonia con quanto ci circonda e infine, come scrive ancora Ermentini, “riuscire a orientarci verso l’accettazione della vita e della sua nuda semplicità, mettendo da parte tutte le nostre tribolazioni, cercando di procedere molto cauti e timorosi come chi scopre continuamente la superiorità di tutto ciò che esiste”.

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