Sopravvalutiamo i maestri e sottovalutiamo la maestria… Bob Dylan esordì come musicista mediocre e poi passò 10.000 ore a esercitarsi. Ma non diventò un musicista più bravo. Diventò Bob Dylan“.
Adam Gopnik, “Il segreto del talento”
Dovremmo davvero chiederci, in ogni attività che intraprendiamo – figuriamoci nella fotografia – se davvero vogliamo diventare un bravo, bravissimo fotografo/a, oppure diventare noi stessi. In fondo è questo il messaggio che Adam Gopnik, scrittore ed editorialista americano nonché noto critico d’arte, sembra volerci far arrivare.
Possiamo ben essere dei fotografi mediocri e passare tanto tempo fotografando all’impazzata sino a diventare esperti, molto esperti: conosco tanti fotografi del genere. Potete chiedergli qualsiasi cosa in merito alle fotocamere, agli obiettivi, alle modalità di scatto e alla composizione, alcuni sanno raccontare a menadito la storia della fotografia, dalle origini a oggi, altri possono citare con piglio deciso la vita e le opere dei grandi “maestri”. Ma senza mettersi in gioco a livello personale, si resta solo degli espertoni a cui tutti si rivolgono per avere aiuto e indicazioni pratiche. Se fossimo in campo musicale, si tratterebbe di ottimi turnisti, magari, ma non sono Bob Dylan, il quale di certo non è considerato uno dei migliori chitarristi del suo tempo ma, se si fa una ricerca su Google, esce questa definizione: “possiede uno stile chitarristico e armonico rudimentale ma efficace, perfettamente funzionale alla narrazione dei suoi brani“. Cos’altro occorre se non saper usare adeguatamente gli strumenti che servono per dire quel che si ha da dire?
In effetti, pensaci, serve avere qualcosa da dire.
Questa lezione l’ho imparata a mie spese e per questo cerco sempre di trasmetterla ai miei allievi nei vari corsi che seguo per Reflex-Mania. E’ impossibile che, specie all’inizio, un corsista non trovi strano che io non ponga il giusto accento sull’aspetto tecnico. Insomma, un corso non dovrebbe servire soprattutto a imparare a fare le cose, e farle “nel modo giusto”? E nello specifico a saper usare la fotocamera e le molte possibilità che la fotografia offre realizzando delle “belle fotografie”?
Anche io la pensavo così, all’inizio, oramai tanti anni fa. Ho ancora i taccuini che riempivo con i risultati di tutte le prove fatte per cercare di imparare al meglio la tecnica fotografica: all’epoca dell’analogico, poi, la curva di apprendimento era lunga. Studiavo libri, sperimentavo, provavo, riprovavo ancora. Non so se per 10.000 ore o più, ma penso molte di più, quasi senza sosta. Tutto questo non ha fatto di me un fotografo migliore, mi ha fatto solo imparare un sacco di cose. Cose utili, sia chiaro, non rimpiango quegli sforzi, solo non servivano a progredire nella direzione che desideravo.
E’ solo quando ho iniziato a collaborare col mondo editoriale, scoprendo come lavorare per progetti e reportage che le cose si sono chiarite, piano piano. Non avrei dovuto esercitarmi a fotografare meglio, almeno non solo, avrei dovuto impegnarmi a scoprire cosa volevo esprimere con la mia fotografia, e come farlo in modo personale, possibilmente originale. La tecnica sarebbe seguita. Ma come nessuno contesterebbe a Dylan le “stecche” che fa quando canta, così nessuno contesterebbe a un fotografo le immagini efficaci e comunicative ma tecnicamente imperfette. Poche delle foto di Cartier-Bresson o Robert Capa erano tecnicamente ineccepibili, eppure… chi se ne frega!
Ma so anche che alla fine tutti noi cadiamo sempre nella trappola delle 10.000 ore: siamo convinti che imparando al meglio una qualsiasi attività, diventeremo bravi e famosi. E forse è per questo che ho trovato intrigante un altro concetto che Gopnik ha espresso nel suo libro quando parla di “stile tardo” con riferimento alla storia dell’Arte, e in particolare ad alcuni autori come: “Tiziano, Matisse e Michelangelo… In ciascun caso emerge qualche ostacolo alla destrezza – fosse anche solo il prevedibile tremito alle mani di un anziano pittore o, nel caso di Matisse, l’artrite – ma l’artista utilizza la disabilità, invece che tentare di nasconderla“.
Lo stile tardo è quello che rende la “Pietà Rondanini” di Michelangelo così distante dalle opere che il grande artista realizzò in gioventù, eppure così stranamente moderna, definita giustamente “la scultura più commovente che sia mai stata creata da un artista“. Ed è una scultura sbozzata, difettosa, non terminata, un perfetto esempio di “stile tardo”.
Quando diventiamo esperti, e poi perdiamo qualcosa della nostra destrezza, scopriamo che quel che ci serve per esprimerci l’abbiamo sempre avuto a portata di mano: la capacità di affidarci ai nostri talenti, alla nostra sensibilità, alla nostra voglia di superare i limiti. In altre parole, la capacità di essere quel che siamo davvero, esponendoci ai fallimenti, ma cogliendo a volte splendide occasioni.
Ammiriamo i capolavori degli artisti giovani, ma ci restano più impresse le opere della maturità di un autore, quando l’esperienza da un lato (potremmo anche dire le sofferenze e le ferite che la vita comporta) e la fiducia che abbiamo rispetto alle sue capacità ci permettono finalmente di vederlo nella sua completezza, di percepirne la filosofia e lo sguardo.
Ma non è che occorra sempre attendere di diventare attempati, se non anziani, per imparare l’importanza di essere se stessi quando si fotografa, anzi quel che voglio spronare nei giovani fotografi è proprio un atteggiamento diverso per arrivare a uno “stile tardo” (per così dire) quando ancora si è in verde età. Scolpire la propria Pietà Rondanini a vent’anni, non a quasi ottant’anni.
Per fortuna esistono tanti giovani che hanno le idee chiare sin da subito, e che indagano il proprio mondo, piuttosto che cercare quella perfezione tecnica che per altro oggi è alla portata di chiunque. Ma vale anche per chi è molto più avanti con gli anni, basta smettere di pensare che una nuova fotocamera o un nuovo obiettivo possano portare a foto più significative, al più possono portare a creare fotografie più nitide. Ma, come chiosava sempre il buon Cartier-Bresson quando qualcuno gli faceva notare il micromosso di alcune delle sue immagini, “la nitidezza è un concetto borghese“. E in fondo lo stesso Ansel Adams aggiungeva – in un’altro “meme” famoso – che “non c’è nulla di peggio di una foto nitida di un’idea confusa”, sottintendendo che alla fine era preferibile una foto poco nitida ma con dietro una precisa idea da esprimere!
Puoi sempre provare, come consiglia un post che circola da anni su Internet e a cui fa riferimento Gopnik, a spendere 10.000 ore esercitandoti in qualsiasi arte o attività per diventare davvero bravo. Magari funziona, male di certo non fa. Però un esperto non è un grande fotografo. Affatto. Più si è esperti e più si tende a rimanere ancorati alle regole, al rispetto di quello che già si conosce. A non abbandonare l’approdo sicuro a cui si è giunti dopo tanto sforzo. Si è bravi a fare determinate cose, perché diamine si dovrebbe rischiare, cioé cambiare?
L’esperto non cambia, sentenzia. I suoi consigli sono come certi video tutorial che circolano sulla rete: fai così, così e così e otterrai questo, questo e quest’altro. Garantito.
Personalmente penso che gran parte delle cose che faccio nello sviluppare i miei file RAW sia sbagliato, nel senso che i “guru” direbbero che “non si fa mica così”. In verità anche nello sviluppare i miei negativi in bianco e nero (analogici) faccio di testa mia: col tempo, ho iniziato a utilizzare sviluppi “sbagliati” e metodologie “improprie”. Ma è solo grazie a questo atteggiamento anarchico che ho scoperto nuovi approcci, nuovi modi di pensare alle mie immagini, nuovi modi di esprimere quel che ho dentro, e magari in testa.
Ma la vocina dell’esperto che è in me (quello allenato da ben oltre 10.000 ore di studio e pratica) continua a ribellarsi. Per il mio ultimo libro fotografico in uscita a maggio ho sviluppato un semplice metodo (digitale) per rendere le fotografie nello stile Aerochrome, la pellicola all’infrarosso di Kodak che porta a immagini particolari, con la vegetazione rossa o magenta. Per mesi ho avuto sensi di colpa e dubbi lancinanti in quanto l’esperto che è in me continuava a ripetere che avrei dovuto utilizzare almeno delle vere fotocamere modificate per l’infrarosso (tra l’altro ne possiedo tre), anzi che alla fine era meglio mettere foto normali. Perché mai rischiare?
Ma poi ho fatto la scelta che reputo giusta e che consiglio a chiunque: ho seguito la mia ispirazione, la mia idea di partenza, il “messaggio” che volevo lanciare. Ma so che non sempre è facile. Per questo, quando hai dei dubbi, ti suggerisco di pensare alla citazione di Gopnik.
Non importa quanto ti eserciti e quanto studi (attività di certo utilissime), conta quel che hai da dire e come intendi dirlo.
Non devi diventare un grande chitarrista, devi diventare Bob Dylan.