Diventare famosi fotografando

Mai come in questo periodo, anche grazie agli spunti di riflessione condivisi con un mio amico e collega, mi capita di riflettere su quell’aspetto dell’attività fotografica che prevede “il diventare famosi”. Una frase generica che vuol significare: riconosciuti e dunque anche pagati per fare quel che ogni fotografo ama fare, cioé fotografare. Ma, aggiungo, anche se si vive di altro e la fotografia è solo un hobby, il “riconoscimento” serve per sentirsi importante, per vedere il proprio nome in qualche classifica della FIAF, con tutte quelle strane sigle accanto. Un “maestro” della fotografia, anche se amatoriale.

Non mi nascondo dietro un dito: da quando ho iniziato a fare seriamente il fotografo ho sempre sperato che prima o poi potessi dedicarmi a realizzare dei progetti fotografici in grado di attirare l’attenzione di quel “mondo dell’arte fotografica” che poi mi avrebbe permesso di vivere semplicemente fotografando, libero come l’aria.

La versione fotografica del “da grande voglio fare l’astronauta“, ma un pochino più difficile. Perché se in Italia abbiamo diversi astronauti, di fotografi che vivano “semplicemente fotografando” non ne abbiamo nemmeno uno, e al mondo ce ne sono proprio pochi. Ogni “Autore” in realtà svolge altre attività, anche se poi si presenta come se il realizzare mostre e pubblicare libri fosse l’unico impegno che gli capiti di fare, ovviamente assistito da curatori e finanziatori generosi. In verità deve dar retta a editori, direttori di giornali, aziende sponsor e così via.

Frequentando il mondo della fotografia mi sono presto reso conto che è un lavoro come gli altri, in cui i pochi autori che possono davvero fare quel che gli pare sono come delle mosche bianche, l’eccezione che conferma la regola. E la regola è che anche “essere famosi” è un lavoro, e a tempo pieno.

In molte interviste mi è capitato di leggere di fotografi famosi che rivelano come la propria attività consistesse anche in una frenetica girandola di incontri, contatti, viaggi d’affari, conferenze e riunioni. Ricordo ad esempio di aver letto di un noto fotografo americano che sosteneva che l’attività del fotografo fosse all’80% di relazioni pubbliche e 20% di fotografia. Questo spiega un fenomeno che mi ha sempre stupito: quanto fosse basso il loro ritmo di produzione.

Insomma, appena pochi minuti fa, prima di scrivere questo post, ho messo un po’ d’ordine nei miei progetti e ne ho almeno quattro quasi finiti e diversi altri in corso d’opera. Ovviamente riesco a utilizzarne solo uno o due ogni tanto, ma diamine se fossi davvero uno di quelli famosi potrei inondare le gallerie di mie mostre e gli editori di miei libri. Invece quelli che famosi lo sono davvero spesso per anni non producono che poche foto, di alcuni si conoscono tre o quattro progetti in tutto. Com’è possibile?

La spiegazione è appunto nel fatto che non hanno tempo di fotografare. I più lavorano presso università o istituzioni fotografiche – o fanno corsi e workshop – ma soprattutto devono seguire la propria carriera per tenerla al giusto livello, trovare chi finanzi il loro prossimo progetto, incontrare i galleristi e i curatori, partecipare a cocktail e vernissage, presenziare a festival, raduni, eventi vari in giro per il mondo. Magari far parte di giurie di concorsi importanti. Si vende il nome, assai prima delle fotografie.

Non è una novità. Pensiamo a gente come Ansel Adams o Edward Weston. Effettuavano alcune uscite fotografiche l’anno, magari dei viaggi appositi per creare nuove immagini. Adams si trasferiva a Yosemite per dei periodi, ma poi tornava a casa e per lunghi mesi non fotografava nulla a livello personale ma solo per “lavoro” (soprattutto ritratti e fotografia pubblicitaria). Noi ci immaginiamo questi fotografi come impegnati notte e giorno a portare in giro le loro fotocamere a banco ottico e a scattare come forsennati, ma invece solo in tarda età poterono permettersi di dedicarsi a tempo pieno alla fotografia creativa. Lo stesso Stieglitz poteva finanziare la sua galleria e la propria attività fotografica solo grazie a una rendita personale. Insomma, era benestante.

Possiamo ben dire, a conti fatti, che il lato commerciale prevale nettamente su quello artistico; sono convinto che i “grandi fotografi” in realtà fotografino assai poco. Non ne hanno il tempo. Quelli che lo fanno spesso patiscono la fame o quasi.

Mi viene in mente Garry Winogrand che era un forsennato della fotocamera: quando è morto ha lasciato migliaia di rulli nemmeno sviluppati. Scattava talmente tanto che per sistemare e dare ordine a quanto ci ha lasciato ci vorranno ancora anni. Un altro del genere era W.Eugene Smith, che oltre ad aver vissuto quasi in povertà rischiò di far fallire addirittura l’agenzia Magnum, da cui venne per questo allontanato. La loro fama è stata spesso postuma o legata a collaborazioni dovute all’indubbia genialità, e comunque più che al mondo “dell’arte” facevano riferimento a riviste e giornali, insomma all’editoria. Nel mio piccolo io stesso ho pubblicato oltre 200 reportage sulle riviste di viaggi e turismo. Ma il “mondo dell’arte” è un’altra cosa. Lì conta chi sei, o appari, più di quello che fai.

Per questo mi sono detto che se la capacità principale che serve per entrare in un mondo in cui serve soprattutto saper vendere piuttosto che fotografare, forse non vale poi tanto la pena di essere “artisti riconosciuti”. Certo, il vendere le proprie opere significa giocoforza ottenere risorse per continuare a creare nuovi progetti, che hanno un costo. La mia soluzione è stata quella di ridurre al minimo le spese necessarie e rimanere libero di fotografare. Tanto.

Perché credo fermamente che questo sia quel che davvero conta: avere tante cose da dire e avere voglia di comunicarle. Anche senza essere famosi o “collezionati” da qualcuno che intenda investire su di te, si può trovare una strada. Magari con qualche piccolo sacrificio.

E questo vale per chi di fotografia vive – come il sottoscritto – ma in fondo anche per chi la considera solo un hobby. Si tratta di fare delle scelte: visto che non si ha il tempo (e magari le risorse) per fare tutto bisogna chiedersi se conti di più l’inseguire una certa notorietà e i conseguenti riconoscimenti, oppure buttarsi a peso morto nella realizzazione delle fotografie. Non c’è una graduatoria delle due cose, sono entrambe scelte legittime e condivisibili.

Mi rendo conto che in realtà possono esistere dei compromessi, che un certo grado di accondiscendenza verso il collocare i propri lavori non necessariamente sia in contrasto con la possibilità di dedicarsi anima e corpo all’attività che amiamo, ma questo dipende anche dalle personali attitudini.

Io, ad esempio, non sono affatto bravo nelle “pubbliche relazioni”, mentre altri lo sono e dunque sanno come “intrufolarsi” nei luoghi giusti, come approfittare delle occasioni. Se sei un tipo del genere sei fortunato, potresti in effetti incontrare un certo successo nella tua attività fotografica.

Personalmente trovo che il creare progetti fotografici sia un’attività talmente autogratificante che una volta che un progetto è giunto a maturità – e occorrerebbe iniziare a “venderlo” – mi trovo coinvolto in un nuovo progetto e quello concluso resta lì, e lo promuovo appena. Ho conosciuto altri fotografi che fanno così. Diciamocelo: a volte è che si spera che anche solo scrivendo, ad esempio sui Social, di aver realizzato un progetto, questo basti a scatenare l’interesse, ma non è così, quasi mai. E’ come sperare di vincere al Totocalcio senza giocare la schedina.

Bisogna aggiungere che la fotografia negli ultimi anni ha avuto uno sviluppo tale che per assurdo si è assai abbassata la soglia di interesse delle persone. Quando era qualcosa di molto meno diffuso attirava facilmente l’attenzione, ma oggi se non fai un ottimo lavoro di sostegno, diciamo di promozione, puoi anche realizzare il lavoro più interessante del mondo, e nessuno lo noterà. Forse esagero, diciamo quasi nessuno.

In conclusione, che tu sia un amatore o un professionista, e dunque che voglia il riconoscimento di “quelli che contano” solo per motivi personali o invece per far crescere la tua attività economica, dovrai per forza fare delle scelte. Certo, fa parte del pacchetto anche la scelta di fregarsene dei riconoscimenti, ma spesso questa è una scusa per non impegnarsi, ammettiamolo. Perché il riconoscimento, al di là di tutto, permette di diffondere e far vedere il proprio lavoro, dunque di comunicare con gli altri. E mi sembra una cosa fondamentale.

E’ vero che esistono dei canali come i concorsi – oramai ce ne sono davvero in numero imbarazzante – ma spesso richiedono di aderire a criteri e tipologie fotografiche che non sono molto personali e solo pochi premiamo i progetti, piuttosto che le foto singole. Può essere una strada, ma non quella principale, che resta quella di mandare nel mondo le proprie foto e battersi per esse con altrettanto impegno di quello messo nel realizzarle…

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