Divoratori di immagini

Viviamo in un’epoca in cui si producono troppe immagini – lo abbiamo detto e ridetto più volte – e se ne consumano quantità enormi in modo superficiale e distratto al punto che, parlando di fotografie, si può ben dire che queste siano come i granelli di sabbia su una spiaggia. Oramai impossibili da contare, se anche proviamo ad afferrarle presto ci scivolano tra le dita.

Eppure qualcosa rimane.

Ad esempio le foto davvero significative – ahimé, spesso soprattutto del passato – o quelle che in qualche maniera ci colpiscono, entrano in noi e vi mettono radici. Diventano anche memoria collettiva, a volte condivisa. Ed è interessante notare che spesso questo riguarda immagini il cui contenuto reale è al limite del visibile, che rientrano insomma in quel che Duchamp chiamava Infrasottile, regno delle forme così effimere da essere impercettibili, eppure alla fine potenti. Non è tanto quel che l’immagine mostra – il soggetto, diciamo – quanto quel che l’immagine stessa evoca in noi, quel che rimane quando abbiamo finito di guardarla: l’infrasottile è parte dell’immagine, ma non è l’immagine. E’ quel che rimane sullo specchio quando smettiamo di guardarlo.

Le fotografie che si fanno memoria in questo modo – e intendo memoria in senso profondo, che è diverso dall’essere mera testimonianza di un evento passato – agiscono nella nostra mente secondo un fenomeno affine all’Ipermnesia, che consiste nell’impossibilità di dimenticare: è come avere nel cervello un registratore sempre acceso.

Per Minor White una cosa del genere avviene quando entra in funzione “l’equivalenza” tra ciò che è rappresentato in una fotografia, la nostra sensibilità e la reazione alla foto che genera il conseguente ricordo di quanto provato. A distanza anche di anni l’aver visto in una fotografia qualcosa che ha scatenato un’emozione o un flash di memoria personale porta tutti noi a percepire qualcosa di profondo, a volte misterioso. E’ davvero come se un’entità aliena avesse trovato nelle profondità della nostra mente un luogo dove crescere e ramificarsi. Tale è la potenza di alcune immagini che diventano come talismani, come simboli di qualcosa che va al di là della semplice rappresentazione. Mitchell, nel suo distinguere tra Picture e Image fa riferimento a sua volta a qualcosa del genere: possiamo appendere al muro del salotto di casa una “picture” ma non una “image”. La picture è concreta, l’image no, ma è quest’ultima a durare davvero, a essere più potente, a trasmettere l’idea, il concetto, l’emozione che l’autore ha voluto mettervi. Potremmo affermare che la picture è fuori di noi, ma l’image ci entra dentro.

Riflettendo su questo mi è tornata in mente la pratica dell’Iconofagia.

Si tratta di una pratica rituale molto antica, diffusa ad esempio in Grecia o nell’antico Egitto, ma perdurante per tutto il Medioevo e saltuariamente ancora oggi.

Una traccia si trova nella Bibbia (Ezechiele 3,1): “Figlio dell’uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo, poi và e parla alla casa d’Israele“. Ingerire il testo sacro permette di conoscerlo in modo profondo e coinvolgente come sarebbe impossibile solo leggendolo o imparandolo a memoria.

L’Iconofagia classica consisteva proprio nel realizzare rappresentazioni di divinità e successivamente di santi (ma a volte poteva bastare scrivere il nome o le iniziali o anche un simbolo) e poi – letteralmente – di mangiarle per guarire proprio dalle malattie su cui queste divinità avevano competenza oppure ottenere delle grazie (come avere figli sani).

Le si realizzava ad esempio su carta, su superfici vegetali o altri supporti commestibili (c’erano anche degli artigiani specializzati) e il gesto di ingoiarli significava appropriarsi del potere taumaturgico del soggetto sacro rappresentato, un po’ come ancora oggi si fa con l’ostia durante la Comunione cattolica. Possiamo trovare una continuità di tale pratica nei pani decorati con croci o forme rituali – se non apotropaiche – diffusi specialmente nel meridione d’Italia o anche nelle cialde create con degli stampini a caldo che permettono di ottenere facilmente delle sfoglie sottili con immagini sacre in rilievo. D’altra parte il pane (e derivati) è di per sé un simbolo potente.

Come racconta Joan Fontcuberta, tale pratica è stata più recentemente ripresa da artisti di varia estrazione che per l’appunto mangiano le fotografie per dimostrare la potenza di tali rappresentazioni, la loro capacità di “entrarci dentro” – anche fisicamente non solo in modo ideale – e dunque di cambiare almeno un po’ la nostra vita. Anche di guarirci, sebbene a volte possano al contrario farci ammalare, se non altro di malinconia. Ne parla anche Jérémie Koering – professore a Friburgo di Storia dell’arte moderna – nel suo libro “Les Iconophages“, purtroppo non ancora tradotto in italiano (ma disponibile in inglese).

Al di là del fenomeno sicuramente interessante e pieno di spunti di riflessione per chiunque lavori con le immagini, questo mi ha fatto pensare a quale abisso esista tra una concezione dell’immagine come rappresentazione sacra – o comunque rappresentazione “vera” di ciò che esiste – e il modo superficiale con cui trattiamo le immagini soprattutto quando le buttiamo all’interno della Rete.

Se è vero che la superstizione è qualcosa che va combattuta – pensiamo alla paura che le persone avevano un tempo che la fotografia potesse “rubare” loro l’anima – è anche vero che la poesia sottesa alla fotografia come magia, come riflesso del reale, come cattura di qualcosa che è nell’aria e diventa immagine, dunque carica di energie e potenzialità – come indice del reale – ci viene in questo modo sottratta, quando invece è esattamente questa forma di alchimia che rende alcune foto più “indimenticabili” di altre. Le guardiamo e ne siamo catturati, per sempre. Non possiamo evitarlo.

Per il semplice fatto di aver amato le fotografie di Ansel Adams, mi sembra come se certi luoghi negli USA – dove non sono mai stato – in verità li conoscessi bene, che sia in grado di trovarli nella mia mente meglio di come potrebbero fare persone che magari sono nate e cresciute a Yosemite o a Point Lobos. Semplicemente queste foto creano una cultura visiva, una stratificazione di memoria che va al di là del reale, si estende nel tempo e nello spazio.

Non importa quanti reportage più o meno sanguinolenti potrò vedere in futuro, la guerra per me è il vietkong che viene ucciso sparandogli in testa nella foto di Eddie Adams, lo sbarco in Normandia ripreso in soggettiva da Bob Capa, lo sguardo perso nel nulla del marine di Don McCullin; la rappresentazione della mafia sarà sempre quella delle foto di Letizia Battaglia, dei cadaveri in una pozza di sangue della sua Palermo “in guerra”; le lotte per i diritti avranno gli occhi della “Migrant mother” della Lange o dei senza terra di Salgado e così via.

Ognuno avrà la propria galleria interiore, immagini che abbiamo divorato – anche se solo virtualmente – e che non semplicemente “conosciamo” ma che sono parte di noi, sangue e carne, cellule. Anche volendo non potemmo liberarcene. E trovo sconcertante che questo fenomeno di una benevola Iconofagia sia diventato sempre più difficile in una società che divora immagini – è vero – ma in modo molto diverso. E mi tornano in mente, in questo caso, le rappresentazioni del diavolo “caca anime” (ce n’è una molto bella anche qui a Tuscania). In pratica in questi affreschi – il più delle volte dipinti a lato dell’abside – si vede il demonio, rappresentato come un mostro repellente, che ingoia i corpi dei peccatori e li espelle dal di dietro, sprofondandoli nell’Inferno. Come a dire che sono “merda del demonio”.

Ecco, i dannati da carne morta si fanno anime in pena: una rappresentazione plastica di come le immagini banali nell’attraversare l’intestino della Rete si fanno poi frammenti di nulla. Sia chiaro, anche le mie, quelle di chiunque. Continuo – continuiamo – a mettercele perché questo dà l’impressione di renderle “vive” e visibili, di farle allontanare e viaggiare come si potrebbe fare con una barchetta di carta affidata al mare. E come quest’ultima, in pochi attimi affondano. Che ci siano 10 o 1000 “visualizzazioni”, pochi minuti dopo è già dimenticata.

E’ la dannazione dell‘iperfagia, la sindrome di chi instancabilmente divora senza controllo ciò che gli capita a tiro ma non se ne ciba, semplicemente lascia che passi dentro di sé espellendolo poi senza serbarne alcun ricordo e senza trarne alcun vantaggio.

Tags:

Reflex-Mania
Logo