Sei un elefante bianco o una termite?

Nella fantasia di tanti fotografi – sia professionisti che amatori – c’è sempre questa bella immagine di sé stessi osannati per l’indiscussa bravura dimostrata nel realizzare un progetto fotografico o una fotografia di alto livello degna di entrare in un museo.

E spesso, nei momenti di rancorosa solitudine, si pensa con dispiacere a quanto quel successo, quelle lodi, quell’esaltazione avvengano di rado. Per molti fotografi – anzi – proprio mai.

Diamine – pensiamo mentre sconsolati riguardiamo per l’ennesima volta una selezione significativa delle nostre fotografie – eppure sono proprio bravo. Ma bravo bravo. Come possono quegli stolti – peste li colga! – non accorgersene?

Ecco, il punto è proprio questo: permettere agli altri di accorgersi di noi. E per altri s’intende certamente il grande critico, il gallerista, il curatore di un museo ma anche, più genericamente, le persone comuni, gli appassionati, coloro che insomma potrebbero, per la loro fama e importanza o anche solo per il loro numero, decretare il nostro successo. Possiamo consolarci pensando che la storia della fotografia è piena di fotografi di indiscusso valore eppure sconosciuti o quasi, o magari scoperti in tarda età se non dopo la dipartita.

La colpa non è del destino, è ovvio, ma solo nostra, del nostro essere o meno capaci di combattere per il nostro lavoro fotografico, di saperlo portare sotto gli occhi di chi conta, o di chi possa valorizzarlo, o di un pubblico più o meno vasto. Per un po’ di tempo si è pensato che l’arrivo di Internet avrebbe davvero regalato il wharoliano “quarto d’ora di notorietà” a tutti i fotografi, bastava mettere le foto online e – se valevano – milioni (anzi miliardi) di persone avrebbero potuto apprezzarle. Ma presto ci si è dovuti scontrare col fatto che tutti condividono le foto online e in quella massa chi vuoi si accorga di noi? Di fatto hanno successo solo coloro che erano già noti o i pochi che con la tecnologia digitale di Internet ci sanno fare e spesso non sono nemmeno veri fotografi.

Per dirla alla Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea: ma davvero è così importante essere famosi, noti, o comunque avere visibilità? No, ovviamente non è così importante. Diciamo che fa piacere vedersi riconosciuti i propri meriti, se esistono, ma alla fine ciò che conta davvero siamo noi e la nostra arte, dunque noi e la nostra capacità di esprimerci con la fotografia. Ci sono fotografi per cui il “successo” è fondamentale e altri per cui non lo è, o almeno non lo è così tanto.

Sul numero dell’inverno 1962 della rivista “Film Culture“, il critico cinematografico americano Manny Farber scrisse un articolo in cui distingueva tra gli artisti termite e gli artisti elefante bianco. Distinzione che trovo interessante anche per i nostri scopi, ma anche per “leggere” da un diverso punto di vista il lavoro di tanti fotografi che ci capita di incrociare.

Gli artisti termite realizzano il loro lavoro tenendo in poco conto (o affatto) l’affermazione critica o la possibilità della “gloria”. Sono dunque automotivati, si immergono come insetti negli spazi ristretti cercando di svelare qualcosa della realtà in cui vivono senza rendere il tutto per forza brillante, di successo, glamour o alla moda.

Per loro ciò che conta è esprimere in modo autentico e spassionato la propria visione, utilizzando le modalità che hanno scelto senza sottostare a imposizioni o accettare pressioni da chicchessia, si tratti di un gallerista o del solito “espertone” presente in ogni circolo fotografico. Il che non significa rifiutare consigli e commenti, ma semplicemente che alla fine la scelta è sempre personale, scevra da altre motivazioni che non siano quelle della assoluta fedeltà al proprio modo di fotografare.

Dall’altro lato gli artisti elefante bianco cercano intenzionalmente la fama, il riconoscimento, l’affermazione e lavorano per bloccare lo spettatore davanti alle proprie opere, riempendole di “artisticità” e sensazioni forti. Secondo Farber la loro arte è generalmente pretenziosa e manca dell’economia espressiva, della parsimonia, della spontaneità e anche sovversività delle opere degli artisti-termite. Gli “elefanti bianchi” prediligono la formalità, cosa che li porta a essere anche un po’ kitsch e sopra le righe, dato che il loro obiettivo è piacere, ricevere buone recensioni, diventare popolari, il che li spinge a seguire le mode o – se possibile -a crearle, per poi cavalcarle il più a lungo possibile.

Naturalmente la distinzione è stata creata da Farber pensando al cinema (anche rivalutando i famosi “B Movie”, ad esempio), ma nulla vieta di estenderla a campi diversi. In effetti, scommetto che puoi immaginare un numero notevole di fotografi da ascrivere a ciascuna delle due categorie. Autori come Josef Sudek sono delle evidenti termiti, un Oliviero Toscani ha invece la tendenza ad essere un elefante bianco. Poi ci sono molti che magari cercando di collocarsi nel mezzo, pur avendo una predominanza. Fotografi come Ghirri o Jodice, ad esempio, sono termiti che ad un certo punto, grazie a delle felici intuizioni, si son trovati a svolgere il ruolo di elefanti bianchi. Il contrario è più difficile, perché generalmente che insegue la strada della fama e del successo difficilmente si adatta a restare nell’ombra.

Naturalmente, a mio parere, non c’è nessuna vera “graduatoria” tra le due tipologie, entrambe possono portare a realizzare fotografie (e progetti fotografici) valide: un grande lavoro può essere realizzato da chiunque, a prescindere da quale sia la sua propensione. Tuttavia – questa è la mia riflessione – è ovvio che la modalità con cui un fotografo si pone davanti alla questione di far conoscere il proprio lavoro – e quali compromessi accettare per farlo – è certamente importante.

Spesso si decide di fare l’elefante bianco non per una naturale propensione caratteriale quanto perché si desidera vivere di fotografia e solo se si ottiene una buona affermazione sul mercato si può guadagnare abbastanza per continuare a farlo. Per questo una buona parte dei professionisti è decisamente dalla parte degli elefanti bianchi, mentre gli amatori ben possono permettersi di fare le termiti nel silenzio del proprio nido, sebbene – come dimostrano le classifiche della FIAF – anche tra gli appassionati una certa tendenza a fare l’elefante ci sia.

Tu a che categoria pensi di appartenere? Magari non ci hai mai pensato ma, fossi in te, inizierei a rifletterci su!

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