Elogio del contesto

Come autore – penso capiti a tutti coloro che lavorano con i libri, che siano di narrativa oppure dei saggi, ma qui m’interessano i photobook – mi piace immaginare la mia opera nelle mani del lettore. Penso sia normale, soprattutto in questo periodo, mentre il mio nuovo libro “Un Piccolo Mare” è in fase di stampa. Cosa farà il lettore con il libro? Lo guarderà mentre è seduto/seduta comodamente sul divano oppure in giardino, o in riva al mare, o su una panchina in un prato di montagna? Lo sfoglierà distrattamente, magari cominciando dalla fine? Chissà.

Io in genere quando prendo in mano per la prima volta un libro fotografico lo sfoglio saltellando qua e là tra le pagine, poi mi dedico alla sua lettura (perché com’è noto le foto si leggono) con molta attenzione. Tanti, io credo, faranno così.

Il modo in cui fruiamo delle immagini orienta la reazione che avremo rispetto alle immagini stesse. Charles Sanders Pierce sosteneva che le immagini possiedono quella che lui definisce “primità“: insomma, anche quando sono solo immagini mentali vengono prima di tutto, sono alla base del nostro modo di fare esperienza del mondo, servono a produrre significato ed emozioni. Ma è sottinteso che tutti gli altri sensi concorrano a definire il quadro complessivo e a volte a modificarlo. Alla fine la nostra percezione è una sorta di mediazione tra stimoli diversi: questo fa parte della complessità del mondo e del nostro sentire. Perciò se immergiamo le nostre fotografie in contesti diversi, ecco che la loro fruizione, il loro riscontro emotivo, anche la loro efficacia cambia.

Pensiamo, banalmente, alle proiezioni, quelle che un tempo si facevano con le diapositive, un proiettore e una centralina elettronica che le sincronizzava con la musica e oggi – molto più comodamente e in modo efficace – si realizzano con un software e un proiettore digitale. Ebbene, il connubio foto+musica porta a un risultato assai più potente delle sole foto o della sola musica, come ben sa chiunque – come il sottoscritto – si sia cimentato in queste operazioni. Ma la scelta delle foto (l’editing), della musica, degli effetti, dei passaggi tra una foto e l’altra non solo definisce l’efficacia o meno della proiezione, ne orienta anche la fruizione, la percezione che ne avrà lo spettatore.

E’ intuitivo: una musica stile new age o ambient oppure hard rock, se non invece classica, sinfonica o da camera, modificano il senso stesso delle immagini. La stessa foto guardata mentre in sottofondo suonano i Deep Purple piuttosto che Vivaldi non sembrerà affatto la stessa foto, sebbene lo sia. I nostri sensi ci ingannano e ci guidano e lo sanno bene coloro che si interessano della “atmosferologia“, la scienza che studia i modi in cui noi umani siamo modellati dagli stimoli ambientali (appunto “l’atmosfera”, intesa come contesto non come meteorologia). Spesso tali studi sono utilizzati anche dai progettisti di ambienti artificiali, come quelli destinati alla vendita. Ad esempio dei muri dipinti di blu rilassano le persone e sono ideali in una gioielleria o in una profumeria; in un’enoteca se mettiamo di sottofondo delle canzoni francesi si venderanno più vini provenienti da oltralpe, e così via.

Gli stessi fenomeni accadono però anche semplicemente quando guardiamo un libro fotografico: nel silenzio del nostro salotto, sotto una buona luce, comodamente seduti, il libro ci apparirà più profondo, interessante, intenso; se ce lo portiamo dietro nella sala d’attesa del dentista, sotto la luce di un neon, decisamente apparirà diverso! Se mentre lo sfogliamo la radio è accesa e ascoltiamo una musica rilassante o invece un brano dance, o se lo speaker parla di qualcosa che attira la nostra attenzione – e dunque perdiamo quasi di vista le fotografie – ecco che di nuovo la fruizione cambia. Il libro “bello, intenso, profondo” diventa un “coacervo di fotografie senza capo né coda”.

Io immagino che se il mio nuovo libro venisse sfogliato stando sulle rive di un lago (qualsiasi lago, non per forza quello di Bolsena), ma anche sulle rive del mare o di un fiume, la resa sarebbe diversa che se lo si sfogliasse in aeroporto o alla stazione ferroviaria. 

Questo mi ha portato anche a pensare a quanto lo scelte che facciamo rispetto al libro – ad esempio il tipo di carta, la copertina rigida invece che morbida, il numero di pagine e come le foto sono disposte sulle pagine stesse – abbiano mille e più conseguenze. Di fatto, analizzando tutti questi aspetti, si finisce per avere un forte mal di testa, tante sono le variabili in gioco!

Non solo, m’è saltato in mente anche quanto tutto questo riguardi la stessa realizzazione delle foto. E questo è un fatto che riguarda ogni fotografo, non solo quelli che come me lavorano con i libri.

In una nota intervista, Andrea Camilleri confessava che per scrivere i suoi romanzi aveva bisogno di avere intorno a sé un sacco di “casino”, i nipoti che giocavano rumorosamente o cose del genere. Altri scrittori non riescono a mettere in fila due parole se non c’è intorno il silenzio assoluto. Ecco, anche per i fotografi è un po’ così. Chi pratica la “Street” deve potersi immergere – letteralmente – tra la folla in città, avvicinare le persone, sbatterci contro, quasi; personalmente se non sono da solo mi trovo in difficoltà: la mia è una fotografia del silenzio, anche quando magari i soggetti sono ugualmente urbani. Per questo ho amato lavorare sul lago di Bolsena, spesso anche sott’acqua, dove ogni suono giunge attutito. La folla mi distrae, debbo essere concentrato e camminare, invece, per essere produttivo. Ma per altri vale esattamente l’opposto.

Questo riguarda quel che siamo, il nostro carattere, la nostra natura, tuttavia ci sono mille situazioni in cui tanti altri fattori – del tutto esterni – ci influenzano. Odori e rumori presenti comunque nell’ambiente possono deviare i nostri pensieri, disperdere la nostra attenzione. La figura del fotografo “zen” concentratissimo e isolato da tutto ciò che lo circonda è un mito, dubito possa esistere a meno che non sia davvero un praticante della meditazione trascendentale.

Perciò forse come fotografi dovremmo essere pienamente consapevoli di questa rilevanza degli elementi che interagiscono con i nostri sensi e di fatto – invece di subirli – renderli parte delle nostre fotografie. 

Chi come me odia il caldo può maledire l’estate e magari interrompere ogni attività fotografica, oppure prendere atto del fastidio stagionale e sfruttarlo creativamente. Per assurdo, in molti dei miei progetti, le foto realizzate in estate non sono poi molte di meno di quelle scattate durante la mia stagione preferita, l’inverno; anzi, in “Un Piccolo Mare” sono la maggioranza! Per altri il problema può essere l’opposto: tanti in inverno mettono la fotocamera sotto naftalina, ma quella sensazione di fastidio rispetto al freddo, all’umidità, alla pioggia potrebbe invece diventare un potente stimolo creativo. Basta mettersi alla prova. 

Senza barare: il contesto introrno a noi incide sulle nostre percezioni e sui nostri pensieri. Più ne saremo consapevoli e più diventeremo abili come fotografi, perché alla fine se è vero che ogni fotografia è di fatto un autoritratto, allora non possiamo che mettere noi stessi in ogni scatto che realizziamo. Se ci opponiamo a questa semplice verità, difficilmente saremo davvero dei bravi “autori”. O anche dei bravi lettori di libri fotografici!

 

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