Elogio dell’errore (fotografico)

Un esperto è una persona che ha fatto tutti gli errori possibili in un determinato campo

(Niels Bohr, premio Nobel)

Di sicuro tu non hai fatto tutti gli errori possibili che la fotografia permette (nemmeno io, se è per questo). Perché credimi, sono tanti. Le fotografie possono essere mosse, sfocate, mal composte, male inquadrate, storte, sovraesposte, sottoesposte, desaturate, sovrasaturate e via continuando.

In diversi post su F22 ho trattato del fallimento e dell’errore, e di come questi possano insegnarci molto, forse tutto. Solo facendo si sbaglia, e solo sbagliando s’impara. Luoghi comuni, ma per una volta assolutamente veri.

Ma, stavolta, vorrei concentrare la mia attenzione sul concetto stesso di errore, sul suo vero significato. In effetti si nota subito l’assonanza tra questa parola e “errare”, nel senso di “vagabondare”.

Il castello errante di Howl” è, ad esempio, un famoso e bellissimo cartone animato del genio Hayao Miyazaki che racconta, appunto, di un castello che se ne va in giro camminando su zampe metalliche.

La cosa ha un senso etimologico specifico perche entrambe le parole derivano dal latino “erro” che significa – appunto – sia vagare che sbagliare. In latino error significava anche viaggio, e successivamente prese una declinazione moraleggiante come “deviazione dalla retta via”.

A me questa doppia natura del termine “errore” ha sempre intrigato tanto, perché vi riconosco il senso stesso dell’imparar sbagliando che da sempre pratico personalmente e consiglio agli altri.

Quando qualcuno mi chiede informazioni su una tecnica fotografica, io in genere prima di dargli qualche dritta, gli chiedo: “ma perché non provi e basta?”. Io faccio sempre così. Certo, un po’ mi informo prima, ma poi oso, devio dalla diritta via e faccio i miei esperimenti.

Posso dire che gran parte di quello che ho imparato in campo fotografico lo devo al fatto che sperimento sempre e – in effetti – confesso di essere tornato all’analogico proprio per il piacere che mi da fare le cose nel “modo sbagliato”, al solo scopo di vedere che succede. Infatti nell’analogico l’errore è sempre dietro l’angolo ma alla fine ti può regalare anche delle sorprese, spesso interessanti.

Ad esempio, un po’ di tempo fa stavo testando una vecchia Kiev 88, una fotocamera medio formato di fabbricazione sovietica: ho realizzato un ritratto di mia moglie Simonetta e il risultato è quello che vedi qui sotto: un evidente “light leaks” che ha “rovinato” diversi scatti. Ma sai che ti dico?

La foto mi è piaciuta talmente che l’ho scelta per la copertina del libro “Non ci sono più i fotografi di una volta“. Se fosse venuta “bene” non mi avrebbe convinto allo stesso modo.

Insomma, mi ritrovo spesso a “errare” volontariamente, o a mettermi nelle condizioni in cui lo sbaglio può accadere. Questo per me significa (metaforicamente) anche partire, allontanarsi dal porto e dalle coste conosciute per vagare in alto mare, senza una meta precisa, aprirsi a nuove prospettive e nuove possibilità.

Il digitale consente indubbiamente di sperimentare di più e a basso costo, ma sempre e comunque in modo controllato e questo secondo me è un gran limite, sebbene superabile – ad esempio – sperimentando con ottiche autocostruite o “hackerate”, o scegliendo volontariamente di non riguardare immediatamente la foto appena scattata.

Un po’ di tempo fa mi si è rotto il display di una Olympus E-PL5. Alla fine l’ho proprio tolto, ottenendo una fotocamera perfettamente funzionante ma che non mostra la scena ripresa se non montando l’EVF elettronico, utile per comporre l’inquadratura ma poco pratico per rivedere successivamente la foto. La trovo una fotocamera molto “errante”, così la chiamo “Howl“, e la cosa mi fa sorridere.

Qualche anno fa una fotocamera del genere l’ha proposta la Leica (M10 D), ma in quel caso il display non era previsto da progetto!

E pensare che per un secolo e mezzo – a meno di non utilizzare pellicole istantanee Polaroid – le foto si potevano rivedere solo dopo (molti) giorni, e montagne d’ansia!

L’errore, dicevo, è una benedizione, perché – grazie alla sua duplice natura – tende a portarti lontano, dove tu non sapevi di poter arrivare.

La storia della fotografia è piena di Autori che hanno creato tecniche – e iconografie personali – proprio per merito di errori “fortuiti”, dalle solarizzazioni di Man Rai al mosso di Haas.

Ma ce ne sono davvero tanti altri: ti basterebbe leggere il libro di Clement Cheroux (che ho letteralmente divorato) intitolato giustappunto “L’errore fotografico” per verificarlo.

Ci sono ombre che entrano nell’inquadratura, distorsioni dovute alla velocità del soggetto, minilab che restituiscono stampe “sbagliate” ma interessanti (o almeno lo facevano un tempo quando era normale portare a sviluppare i propri rulli a colori) per non parlare del classico errore di sviluppare un diapositiva nei chimici del negativo (o viceversa) che ha dato origine al cosiddetto “cross processing” tanto in voga negli anni ’90.

cross processing

Io stesso ho scoperto qualche tecnica interessante semplicemente a causa di procedure sbagliate. L’immaginazione è più importante della conoscenza sosteneva Albert Einstein e per un fotografo questo è particolarmente importante.

Secondo il filosofo Massimo Donà “dagli errori si impara molto di più che dai successi, perché attraverso gli errori commessi possiamo crescere e migliorarci. Ci aiuteranno a vedere fatti e situazioni da una prospettiva diversa e ci consentiranno di raffinare o modificare le nostre idee. La storia delle conoscenze umane non è che una serie ininterrotta di errori rettificati“. Scusa se è poco.

La nostra società cerca invece di evitare il più possibile l’errore: non che sia possibile evitare di commetterne, ma di sicuro c’è un autentico ostracismo nei suoi confronti. Infatti ammettere di aver commesso un errore resta una delle cose più difficili da fare, e non solo per i politici!

Già a scuola ci viene insegnato quello che Henry Perkinson, in “The possibilities of Error” chiama “giustificazionismo“, che nasce il più delle volte dall’incapacità degli insegnanti di lasciare agli studenti la possibilità di fallire, col risultato che questi finiscono per sviluppare un sacro terrore dello sbaglio.

Quando poi diventano adulti saranno del tutto incapaci di accettare le critiche alle proprie posizioni, che invece difenderanno strenuamente anche quando appaiono del tutto insostenibili.

Quante ne conosci di persone del genere? Anch’io faccio fatica a non difendere con le unghie le mie convinzioni, e credo che la cosa sia molto comune, anche in ambito fotografico, dove si tende anzi a creare regole e regolette da cui occorre non allontanarsi mai.

La caratteristica tipica dei giustificazionisti è di accettare una qualsiasi affermazione solo se questa può essere supportata o verificata, anche quando non parliamo di un ambito scientifico in senso stretto. Restano insomma ancorati a quel che conoscono già.

Il problema è che prima ancora che una qualsiasi teoria possa essere dimostrata, sarebbe già morta se tutti fossero rigorosamente giustificazionisti. Per fortuna i grandi scienziati (e i grandi fotografi) non lo sono o hanno cercato di vincere questa propensione.

Come reazione alle pressioni create dall’atteggiamento giustificazionista, oggi si è sviluppata tutta una “didattica dell’errore”, in cui si insegna appunto a sbagliare, o meglio a fare le cose senza preoccuparsi di sbagliare, perché dagli errori, appunto, si può imparare tantissimo.

Non si tratta di tirar fuori teorie fantasiose e irreali – sebbene possano anch’esse costituire un punto di partenza – quanto di non restare ancorati alle nostre ferree convinzioni.

Ad esempio che una foto debba essere inquadrata secondo la regola dei terzi, che debba essere nitida e correttamente esposta, e che solo in questo modo la si possa ritenere “valida” (o “bella” come dicono molti) quando è dimostrabile che una buona parte delle fotografie più note della storia non rispettano nessuna o solo alcune di queste regole basilari.

Vorrei davvero che anche in ambito fotografico si imponesse la pedagogia dell’errore, e per quanto mi riguarda cerco di applicarla a me stesso, e ovviamente mi sforzo di utilizzarla quando a mia volta insegno nei corsi o nei workshop.

Si dovrebbe sempre partire dall’idea che non esiste una fotografia sbagliata, un progetto fatto male: anche se apparentemente lo sono, costituiscono però un fondamentale punto di partenza per arrivare poi a creare qualcosa di davvero valido e soprattutto innovativo, che dovrebbe sempre essere la nostra massima aspirazione.

Dunque d’ora in poi sforzati di non dire mai a qualcuno che ti mostra una foto : “è sbagliata“, cerca invece di analizzarla e verificare se l’errore che rilevi sia utile a portare l’autore fuori dal pantano in cui magari si trova.

Non bisogna credere che l’errore sia “un bene” a prescindere, in quanto va ovviamente superato per conseguire un risultato valido, ma va anche visto come la vela che si gonfia grazie al vento e che può portarci lontano. Se poi faremo naufragio… beh, ci saranno altre partenze, perché la vita è così, come ben diceva il grande Ungaretti:

Allegria di naufragi

E subito riprende

il viaggio

come

dopo il naufragio

un supersite

lupo di mare.

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