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Dal sistema zonale all’ETTR – Guida definitiva al controllo dell’esposizione in fotografia digitale

Questo articolo sul concetto dell’ ETTR (“expose to the right”) parte da lontano, cioè dal sistema zonale, e quindi tanto vale iniziarlo con una domanda: perché parlare di sistema zonale nel 2018?

Potrebbe sembrare anacronistico, nell’era del digitale e in una fase storica in cui l’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare il nostro rapporto con la tecnologia, andare a riesumare metodi e concetti che ormai hanno quasi un secolo di vita.

E invece, proprio con questo articolo voglio convincerti del contrario, perché:

  1. Molti dei principi sviluppati allora sono ancora validi ora, e si applicano perfettamente alla fotografia digitale
  2. Il conoscerli ti permette di fare un grande passo in avanti nel gestire l’esposizione di qualunque scatto (anche in automatico) con consapevolezza e mantenendo sempre il controllo della situazione
  3. L’applicazione dei principi del sistema zonale ti garantisce di saper gestire qualunque situazione di luce, anche le più difficili, anche quando l’intelligenza del tuo sistema “matrix” fa cilecca

Grazie all’assimilazione dei principi del sistema zonale e alla loro applicazione negli scatti di tutti i giorni potrai:

  • Ottenere sempre l’esposizione corretta (o comunque il miglior compromesso possibile), anche nelle condizioni di illuminazione più difficili
  • Valutare in modo preciso e affidabile la distribuzione tonale e il range dinamico della scena che vuoi riprendere, ancora prima di fare il primo scatto
  • Sapere a priori se e quando utilizzare il bracketing o l’HDR per riuscire a gestire la gamma dinamica che vuoi catturare
  • Capire se sia necessario o meno utilizzare un flash fill-in per bilanciare i toni più scuri della scena

Per rendere (spero) comprensibile questa discussione anche a chi ha poca dimestichezza con la teoria dell’esposizione, ho deciso di includere un’ampia sezione di materiale introduttivo dedicato ai concetti fondamentali. Ne è risultato un articolo decisamente lungo (anche da scrivere), ma credo completo ed esaustivo sull’argomento.

L’ho suddiviso in paragrafi in modo che i più esperti possano saltellare qua e là saltando i pezzi “già visti”, ma tieni conto che comunque ti ci vorrà un po’ per scorrerlo tutto. Prenditi almeno una ventina di minuti, se ti va.

Vedremo nell’ordine:

  1. Come si può misurare la luminosità di una scena
  2. Cosa implica tarare l’esposizione misurando la luce riflessa
  3. Come “ragiona” l’esposimetro della fotocamera
  4. Cos’è e a cosa serve (o serviva) il grigio medio
  5. Cos’è il sistema zonale (modificato) e come funziona
  6. Che implicazioni ha il sistema zonale per la fotografia digitale e cosa c’entra l’ETTR
  7. Come applicare l’ETTR sul campo
  8. Quando non usare l’ETTR

Ma veniamo al dunque. Quello che voglio raccontarti oggi è come avrebbe gestito l’esposizione un fotografo consapevole di 15 anni fa, per poi dirti in che modo potresti sfruttare alcune delle stesse tecniche oggi.

Misurazione della luce

Il principio intorno al quale gira gran parte dello sviluppo tecnico in termini di misura e controllo dell’esposizione – e che vale ancora oggi – si basa su un distinguo.

Infatti, la luminosità della scena che vuoi riprendere può essere misurata in due modi sostanzialmente diversi. Puoi misurare:

  • la luce incidente
  • la luce riflessa

Mentre nel primo caso viene misurata la quantità di luce assoluta che illumina il soggetto, e su quello possiamo tarare le regolazioni della fotocamera, nel secondo caso l’esposimetro misura la luce riflessa dal soggetto, dunque tu non misuri veramente quanta luce illumina la scena, ma quanta luce emette/riflette il tuo soggetto.

Ora, lasceremo per ora da parte le implicazioni relative alla misura della luce incidente, semplicemente perché non è una soluzione praticabile nella maggior parte dei casi di fotografia, per esempio in esterna comporta un’enormità di complicazioni (comporta sempre l’esposimetro esterno, implica una preparazione accurata e “lunga” dello scatto, dover andare fisicamente a misurare la luce là dove si trova il soggetto, ecc.).

Luce riflessa

Invece, vorrei concentrarmi sul secondo caso. La misura della luce riflessa, che è poi quello che fanno tutti gli esposimetri integrati nelle fotocamere: misurano la luce, emessa/riflessa dalla scena, che raggiunge l’obiettivo.

Cosa comporta tutto questo?

Semplicemente che se stai fotografando un oggetto nero, la luce riflessa sarà poca anche se il soggetto è ben illuminato. Ma la tua fotocamera (o il tuo esposimetro) non sa che il soggetto è nero, e quindi come fa a tener conto di questo nel calcolare l’esposizione corretta?

Semplice. Non può.

Infatti, se tu provi a fotografare una superficie perfettamente uniforme – non importa che questa sia bianca, grigia o nera – e fai calcolare l’esposizione alla macchina fotografica, vedrai che invariabilmente il risultato sarà grigio. E di un grigio ben preciso. Il cosiddetto “grigio medio”, o grigio 18%.

grigio 18%

A prescindere da quale sia la luminosità “reale” della scena, l’esposimetro tara l’esposizione in modo tale da riportarla a una luminosità (riflettanza in realà) “media”, quella del grigio 18%.

In pratica, quella tonalità di grigio che per convenzione è stato etichettato come il punto che viene percepito dall’occhio umano come perfettamente a metà strada tra il bianco e il nero assoluti (chi volesse approfondire trova un articolo decisamente esaustivo qui), ovvero il grigio che riflette il 18% della luce incidente.

L’esposimetro della fotocamera è stato tarato per riprendere la scena come se la sua capacità di riflettere la luce complessivamente fosse all’incirca del 18% (per i puristi, lo so che non è proprio così, ma l’approssimazione credo sia ragionevole allo scopo di non complicare troppo il discorso…).

Ma allora come fa a dare risultati attendibili?

Come ragiona l’ esposimetro

Esistono tanti esposimetri diversi, e tante modalità di funzionamento dell’esposimetro. Per una trattazione più estesa di come funziona lo strumento e delle diverse modalità di utilizzo puoi fare riferimento a questo articolo dedicato.

Ma il principio di fondo è semplice, e resta pressoché costante in tutte le situazioni. L’assunto di partenza è che la scena ripresa sia ripresa da una gamma di luminosità che grosso modo copre tutti i livelli, dal bianco al nero.

Se è così, e se più o meno la distribuzione dei toni chiari (soggetti che emettono/riflettono tanta luce) e di quelli scuri (soggetti che riflettono poco) è bilanciata, allora la luminosità/riflettanza “media” della scena corrisponderà a quella un grigio medio.

Facciamo un esempio estremo. Riprendiamo la stessa superficie di prima, ma ora la dipingiamo per metà bianca e per metà nera.

Se misuriamo la luce riflessa complessivamente, dato che la parte bianca rifletterà molto e quella nera molto poco, la misura complessiva sarà quella di un grigio medio. Ed è per questo che la fotocamera, in questo caso riprodurrà correttamente il bianco e il nero della scena. Perché tarerà l’esposizione su un grigio medio, che sta a metà strada tra l’uno e l’altro.

Quando la luminosità della scena complessivamente è bilanciata, il valore medio catturato dall’esposimetro permette di regolare correttamente l’esposizione.

In pratica, il bianco sarà sovraesposto, e quindi chiaro, e il nero sarà sottoesposto, e quindi scuro. Esattamente quello che vogliamo.

Ma se io riprendo un cielo quasi completamente nero, con solo una piccola luna illuminata? Se misuro la luminosità media della scena, i toni scuri saranno molti di più di quelli chiari, e quindi la mia luminosità media non sarà più vicina a quella del grigio 18%, ma molto meno.

Questo significa, che se io dovessi tarare la mia esposizione su una media semplice, probabilmente sarebbe un pasticcio. Il mio cielo, invece di essere bello nero, risulterebbe di un grigiastro slavato. E, ancora peggio, la mia luna rischierebbe di essere talmente tanto sovraesposta da “bruciare” e diventare di un bianco piatto.

Per fortuna, come dicevamo, gli algoritmi di oggi (i cosiddetti sistemi matrix, o multizona) si sono raffinati moltissimo, per cui la media non è mai una media semplice, ma una media ponderata.

Significa che se ho tanti toni scuri (il mio cielo nero) e poi pochi punti ad alto contrasto (la luna), il sistema “peserà” di più l’informazione che arriva dalla zona chiara, in modo da aumentare la probabilità che l’immagine riesca a rappresentare correttamente sia la dominante luminosa principale, sia gli accenti ad alto contrasto.

Se hai provato a fotografare un cielo stellato con una fotocamera di ultima generazione, avrai toccato con mano che spesso (anche se non sempre) l’esposimetro integrato è in grado di fare un lavoro egregio da questo punto di vista, anche quando impostato in modalità completamente automatica.

Una volta non era così. Non potevi fidarti del sistema di calcolo della luminosità media, perché era molto più vicino a quella media grezza di cui parlavamo prima che non ai sistemi matrix di oggi. E quindi dovevi arrangiarti diversamente.

Come?

I sistemi più utilizzati erano due, uno prediletto da chi scattava a colori (con la Velvia , ma non solo), e un altro invece prevalentemente utilizzato dai fotografi del bianco e nero (come me).

Il metodo del grigio medio

Il primo, quello applicato prevalente al colore, era legato all’idea stessa del grigio medio.

Siccome le pellicole a colori tolleravano poco gli scostamenti di esposizone rispetto agli standard di riferimento, l’approccio più diffuso era quello di cercare all’interno della scena il punto che a occhio poteva assomigliare di più a un grigio al 18%. Alcuni esempi tipici: il griglio dell’asfalto invecchiato, un prato verde, un incarnato abbronzato…

asfalto grigio medio

L’asfalto invecchiato è un ottimo esempio di il grigio “medio”

Quando inquadri, cerchi un punto come quelli descritti sopra, e tari l’esposizione (esposimetro in modalità spot) solo su quel punto. Se scegli correttamente il punto di riferimento (l’abilità sta tutta lì) le luci e le ombre “magicamente” troveranno la loro collocazione nello spettro di luminosità della scena.

I puristi si portavano il cartoncino al 18% sul luogo del delitto e taravano l’esposizione su quello (con problemi logistici in parte simili a quelli accennati per gli esposimetri a luce incidente).

Poi magari puoi compensare di 0.5 o 1 stop in su o in giù, a seconda del tipo di atmosfera che vuoi dare alla scena, e della saturazione di colore che vuoi ottenere. E il gioco è fatto.

Per gioco, se vuoi, ancora oggi puoi provare. Funziona. E potrebbe tornarti utile in alcune situazioni in cui il magnifico matrix della tuo digitale fa cilecca.

Ma in realtà, l’approccio che mi interessa di più approfondire è il secondo, quello che applicavamo principalmente noi del bianco e nero.

Il sistema zonale modificato

Il sistema zonale è una delle illuminanti invenzioni del grande Ansel Adams. Non mi dilungo qui nel riprendere la versione originale del sistema, che pure è estremamente interessante. Se ti va di approfondire, ti rimando all’articolo “Il sistema zonale“,  che ho scritto proprio con l’intento di una trattazione più estesa e completa dell’argomento e delle sue implicazioni per la fotografia digitale.

Qui mi limiterò a ricordare che il principio di fondo su cui si basa il sistema zonale è il riconoscimento della intrinseca limitazione del supporto fotografico (ieri il negativo e poi la carta da stampa, oggi il sensore e poi il file) a rappresentare sempre tutta la gamma dinamica della luminosità del mondo reale.

Adams aveva codificato in 11 stop (che lui aveva chiamato “zone”, da cui sistema zonale) il tipico range di grigi registrabili da un negativo. In questa scala la zona 0 è il nero assoluto e la zona X è il bianco assoluto, con la zona V che rappresenta il famoso grigio medio.

le zone medie di adams

Le zone “medie” di Ansel Adams

Per Adams:

  • le zone 0-I e IX-X sono prive di dettaglio, degli accenti compatti di tonalità molto scura o molto chiara
  • le zone II e VIII sono, rispettivamente, le zone di minima e massima luminosità che conservano un minimo livello di dettaglio
  • le zone III-VII sono i toni intermedi (da scuri a chiari) che permettono una buona definizione dei dettagli

Quindi sostanzialmente secondo AA noi abbiamo un range di 5 stop in cui possiamo lavorare sapendo di poter preservare una ottima definizione dell’immagine, altri due stop (zone III e VIII) che possiamo utilizzare per rendere le zone molto scure o molto chiare della nostra immagine, e poi degli estremi (I e IX) senza dettaglio che possiamo usare solo come accenti o come spazi completamente vuoti nella fotografia. Infine, le zone estreme (0 e X) non dovrebbero mai comparire (sono l’equivalente del clipping in fotografia digitale – non sai cos’è, rileggi l’articolo completo sull’esposimetro).

Ora, quello che sosteneva Adams (e che almeno in parte continua a valere oggi) è che a noi non deve interessare dare la luminosità “giusta” a ogni elemento dell’immagine, anche perché non sempre questo è possibile (e talvolta può non essere nemmeno auspicabile). Invece, dato questo range di 5-7 stop/zone che possiamo utilizzare, la proposta di AA è quella di dare a ciascun elemento di interesse dell’immagine un collocamento preciso e consapevole all’interno della gamma di zone utilizzabili.

Come si fa?

Innanzitutto devo misurare la luce in diversi punti dell’immagine individualmente, e quindi utilizzare l’esposimetro in modalità spot. Poi, sapendo che l’esposimetro mi proporrà ad ogni misura l’esposizione corretta per far cadere quel punto in zona V (il grigio medio), posso correggere la proposta dell’esposimetro (compensare) in modo da “spostare” il punto misurato nella zona in cui io lo voglio collocare.

Per esempio, riprendo un prato con un bellissimo tulipano bianco che si staglia in messo a fili di erba verde brillante. C’è una bella luce radente dell’alba e voglio far risaltare i riflessi e le venature del mio tulipano.

esempio sistema zonale

Immagine pixabay

E’ chiaro che vorrei esporre la fotografia in modo che il tulipano risulti molto chiaro, luminoso, brillante. Ma, al tempo stesso, non voglio “bruciarlo”, voglio che mantenga il dettaglio. Quindi vorrò metterlo tra zona VII e VIII.

Misuro in modalità spot la luce riflessa dai petali del tulipano. L’esposimetro mi suggerisce 1/500 f/11. Io però so, che l’esposimetro mi sta proponendo di mettere il tulipano in zona V, lui “vuole” esporre sempre tutto come fosse un grigio medio. Per portare i petali da una grigia zona V a un bianco brillante di zona VII-VIII devo aumentare la luminosità di 2-3 stop.

A questo punto ho due possibilità:

  1. Compenso l’esposizione di +2, +2.5 o +3 (a seconda di quanto voglio “spingere” il bianco e di quanti “scuri” voglio salvare (vedi tra poco)
  2. In manuale porto il tempo a 1/60-1/125, oppure l’apertura a f/5.6 – f/4 (sempre a seconda di quanto “bianco” voglio il bianco).

Il passo successivo, se ho tempo di impostare il mio scatto con calma, è controllare in che zona cadono le parti dell’immagine in ombra mantenendo l’esposizione “tarata” per il tulipano.

So, che se misuro (sempre spot) la luminosità delle ombre, riuscirò a preservarne il dettaglio fino a una sottoesposizione di 2-3 stop rispetto al medio suggerito dall’esposimetro.

Supponiamo che misuri la terra scura alla base del tulipano, e l’esposimetro mi suggerisca 1/15 – f/11. Se io alla fine mi ero deciso per un 1/125 – f/11 (che mette il mio tulipano più in zona VII che VIII), so che sulla terra sono un po’ al limite, in zona II.

Se voglio essere più sicuro di preservare dettaglio della terra potrei decidere per un compromesso su 1/90, in modo da andare a mettere la terra tra zona II e III e il tulipano tra VII e VIII. Se posso sacrificare la terra, potrei privilegiare il controllo sui dettagli del tulipano mantenendo la scelta di 1/125, e sapendo che comunque non “bucherò” la terra, anche se magari perderò qualche dettaglio.

Ora, il “vero” sistema zonale di AA è ancora molto più articolato di così, perché prevede un controllo coordinato di esposizone, sviluppo, e stampa, al fine di far fruttare al massimo le potenzialità del materiale analogico. Per i curiosi, mi dilungo ancora un poco sull’argomento qui 🙂 . Sta di fatto che la versione integrale del sistema zonale era difficilmente applicabile al mondo dei rulli a 35mm utilizzati dalla maggior parte dei fotografi.

Nella versione semplificata utilizzata dai più (compreso il sottoscritto), i principi di Ansel Adams si riducevano grossomodo a quanto ho descritto sopra, più una seconda considerazione:

Bisogna esporre principalmente per le ombre.

Anche qui non voglio farla troppo lunga, ma il principio è che il negativo analogico sopporta meglio una sovraesposizione delle alte luci, che non una sottoesposizione dei toni scuri e, al tempo stesso, rende una gamma dinamica migliore sullo scuro che non sul chiaro.

Per questo la regola aurea era: occhio a non perdere dettaglio nelle aree più scure che ti interessa preservare, poi controlli che questo sia compatibile con una ragionevole esposizione delle zone più luminose.

Ma perché allora io ti ho fatto l’esempio dell’esposizione per le luci attraverso il caso del tulipano? Lo scoprirai tra poco, se resisti ancora un po’…

Quindi, per riassumere, da questo (lungo) excursus di sapore storico e un po’ nostalgico, ci portiamo a casa due concetti chiave:

  • Puoi utilizzare il metro spot per controllare dove cade un certo punto della tua immagine nel range dinamico che hai a disposizione
  • Puoi sfruttare questa informazione per ottimizzare il compromesso espositivo che preserva al meglio la qualità dei punti che ritieni importanti per la foto che vuoi realizzare

Ma come ti possono tornare utili queste informazioni nel digitale?

Dal sistema zonale all’ETTR

Con il passaggio al digitale è cambiato meno di quello che puoi pensare di primo acchito.

La prima considerazione che ti chiedo di fare è questa: Ansel Adams aveva identificato un range dinamico teorico di 11 stop, che si riduce a un range utilizzabile di 5-7 stop; hai idea di quale sia il range dinamico della tua fotocamera?

La maggior parte delle fotocamere moderne hanno sensori a 14bit, quelle di qualche anno fa erano a 10 o 12 bit.

12 bit = 12 raddoppi di segnale = 12 stop. 14 bit = 14 stop. In pratica, il range teorico di utilizzo di una fotocamera moderna è di 12-14 stop, con un range reale che va probabilmente dai 6 ai 10 stop.

Non così lontano da cento anni fa, no?

Questo significa che molti dei principi che abbiamo discusso sopra sono sostanzialmente applicabili alla fotografia digitale moderna.

Il concetto di zona:

  • ti permette di valutare in modo preciso e accurato il bilanciamento tonale dell’immagine che stai per scattare
  • ti permette di centrarla in modo da ottenere il miglior compromesso di esposizione

Esattamente come avveniva con il negativo.

Ma con una differenza importante.

Mentre, come abbiamo visto poco fa, con il negativo analogico il consiglio è quello di esporre per le ombre, nel digitale il rapporto si inverte e ti conviene sempre esporre per le luci.

Ed ecco svelato il motivo dell’esempio del tulipano!

Il motivo di questa inversione è legata alle differenze insite nella fisica della cattura della luce da parte del negativo e del sensore, rispettivamente.

Mentre nel negativo la luce che colpisce l’emulsione provoca la precipitazione di corpuscoli che si fissano sulla pellicola rendendola più scura (i Sali d’Argento) e questo poi si tradurrà in toni più chiari al momento della stampa, nel caso del sensore digitale la luce viene trasformata in corrente elettrica, attraverso una conversione pressoché lineare.

Il doppio di luce induce il doppio di corrente.

Questo comporta che nel negativo il segnale tende ad appiattirsi verso le alte luci.

Intuitivamente puoi immaginare che quando ho già fatto precipitare quasi tutti i cristalli (sono in alta luce) faccio poi più fatica a scovare e catturare quegli ultimi che mi rimangono. Quindi, mentre all’inizio con un relativamente piccolo incremento di luce posso aumentare molto la quantità di cristalli che faccio precipitare, quando arrivo a saturazione mi serve molta luce per fare precipitare solo pochi cristalli in più.

Questo, in pratica, si traduce nel fatto che sul negativo tendo a perdere gamma dinamica e distinzione sui dettagli nelle zone più chiare, mentre la estendo nelle zone più scure.

Con il sensore digitale capita esattamente l’opposto. Come puoi vedere dallo schema qui sotto, se a ogni raddoppio di luce corrisponde un raddoppio di corrente, allora significa che più vado verso le zone chiare dell’immagine e maggiore gamma dinamica riesco a gestire.

Infatti, mentre ho a disposizione solo 128 livelli per gestire la gamma che va dal nero fino al grigio medio, ne posso utilizzare più di 16000 nello spettro che va dal grigio medio al bianco.

scala dei grigi 14 bit

Ne consegue che ti conviene sfruttare al massimo quella che viene chiamata la parte destra dell’istogramma, cioè la gamma dei toni chiari e molto chiari.

Da qui la dicitura ETTR: Expose To The Right.

L’idea è che, se le condizioni lo permettono, ti conviene sempre sfruttare tutto la gamma tonale sulla destra (chiara) a scapito di quella sulla sinistra (scura). Ovviamente questo implica poi lavorare le immagini in post-produzione, perché in versione SOOC (Straight Out Of Camera) le immagini ETTR appariranno sovraesposte.

Una volta però che normalizzi l’immagine in post produzione, otterrai una ricchezza tonale molto migliore di quella che avresti avuto attraverso un’esposizione standard.

Se ci pensi, questo è esattamente lo stesso principio del sistema zonale di Adams. Prendi il punto più chiaro dell’immagine per cui vuoi continuare a tenere dettaglio, misuri l’esposizione su quello, e poi correggi l’esposizione che ti propone l’esposimetro (che ti proporrà di metterlo in zona V) per metterlo nella massima zona ancora tollerata dal tuo sensore.

Dove metterlo? Dipende dal range dinamico gestito dalla tua fotocamera.

N.B. il range dinamico reale della fotocamera può variare non solo da modello a modello, ma da esemplare ad esemplare. L’unico modo per determinarlo in modo preciso è misurarlo empiricamente. Per fortuna è una procedura semplice.

Vediamo come puoi fare.

ETTR sul campo

Nel corso degli anni sono state proposte moltissime varianti della procedura che ti permette di applicare la tecnica ETTR in modo corretto.

I metodi più grossolani si basano sull’osservazione del blinking o dell’istogramma sul display della fotocamera. La procedura è analoga, anche se usa un diverso metro di valutazione: selezionata la scena da riprendere cominci a scattare fino a quando una parte dell’immagine comincia ad essere sovraesposta, a quel punto torni indietro per esporre subito sotto quella soglia.

Quello che cambia è come determini la sovraesposizione:

  1. Nel caso del blinking utilizzi come segnale il sistema di segnalazione della sovraesposizione (presente ormai in quasi tutte le fotocamere) attraverso il quale la fotocamera evidenzia sul display (di solito in rosso) le parti dell’immagine gravemente sovrasposte.
  2. Nel secondo caso, osserviamo l’istogramma dello spettro tonale spostarsi verso destra mano a mano che incrementiamo l’esposizione. La sovraesposizione critica sarà indicata dal clipping, cioè dalla formazione di un “muro” di pixel a uno dei due estremi del grafico. In questo caso a destra.

esempio blinking

Esempio di blinking 

 

esempio clipping destro

Esempio di clipping sulla destra  

Il fatto però è che né il blinking né l’istogramma sono veramente accurati nel segnalarti il limite di range dinamico gestibile dalla fotocamera. O meglio, non è che non sono accurati, sono molto conservativi.

Ne consegue che se ti basi solo su istogramma e blinking per tarare l’esposizione, molto spesso non sfrutterai tutta la gamma dinamica del sensore, ma un po’ (o, a volte, tanto) meno.

Tanto è vero che negli anni si è progressivamente imposto un nuovo termine, EBTR (Expose Beyond The Right), a specificare che spesso anche un’immagine apparentemente clippata, quando sviluppata in RAW, risulta pienamente utilizzabile

Le ragioni, se mastichi un po’ di inglese, le puoi trovare trattate in modo completo in questo articolo.

A me qui basta segnalarti che se vuoi sfruttare al massimo le potenzialità del tuo sensore, puoi andare oltre i metodi che ti ho appena descritto e costruirti una taratura dell’esposizione ETTR completamente personalizzata.

Per farlo, ti basta dedicare una mezzora del tuo tempo a un esperimento. Ecco cosa devi fare.

Trova una superficie uniforme, illuminata in modo uniforme, può essere una parete illuminata da luce diffusa, o il cartoncino medio di cui parlavamo qualche riga fa, o qualunque altro soggetto che abbia una luminosità il più possibile uniforme.

Seleziona un punto del tuo soggetto, e misura l’esposizione in modalità spot. Scatta in formato RAW. L’esposimetro ti ha fatto esporre in modo che il tuo soggetto sia registrato come un tono di grigio medio.

Adesso scatta una serie di fotografie compensando progressivamente l’esposizione, aumenta l’esposizione di 1/3 o 1/2 EV a ogni scatto.

Mano a mano che scatti monitora l’istogramma. Quando il grafico comincia a “clippare” verso destra, prosegui ancora a scattare per 3 stop. Poi fermati.

A questo punto scarichi tutti i file e li sviluppi sul tuo PC. Controlla i livelli di luminosità di ciascun file RAW. Vedrai che da un certo punto in poi i file corrispondenti all’istogramma “clippato” appariranno “bruciati” anche sul PC. Ecco, quello è il limite ETTR della tua fotocamera.

La compensazione positiva che hai utilizzato per l’ultimo file non bruciato (potrebbe essere un valore compreso tra +2 e +4 EV) corrisponde alla “zona” in cui potrai collocare i punti di massima luminosità dei tuoi scatti, in modo da non bruciarli, ma al tempo stesso sfruttare il massimo range dinamico possibile.

E adesso?

Supponiamo che tu abbia trovato un ETTR di +2.5 EV. Se vuoi lavorare in ETTR, puoi impostare fisso l’esposimetro in modalità spot, e la compensazione dell’esposizione a +2.5 EV.

Quando vai in giro a scattare, misuri l’esposizione spot sul punto più luminoso della scena che vuoi riprendere. La compensazione è già tarata su +2.5 EV, per cui sai già che scattando “metterai” il tuo punto più luminoso tra zona VII e zona VIII (se vogliamo tenere la nomenclatura di AA, anche se qui non è necessario).

Soprattutto, sai che avrai esposto il tuo punto luminoso in modo da collocarlo nel punto più a destra possibile del range del sensore, ma senza “bruciarlo”. E non hai nemmeno bisogno di guardare l’istogramma (anche se un controllino è sempre meglio farlo ;), soprattutto per vedere che tu abbia saputo identificare correttamente il punto più luminoso su cui tarare tutto il resto).

In questo modo sei sicuro, in ogni situazione, di ottenere il massimo possibile dall’esposizione perché hai messo alla prova sperimentalmente il reale range dinamico tollerato dal sensore della tua fotocamera. Fantastico, no?

Io direi assolutamente di sì, e ti consiglio di usare questo approccio tutte le volte che puoi, a volte il beneficio sarà minimo, altre volte importante (dipende fondamentalmente dal range dinamico reale della scena), ma comunque ne hai solo da guadagnare.

Esistono però una serie di situazioni in cui utilizzare l’ETTR non ha oggettivamente senso. E le vediamo subito.

Quando non utilizzare l’ETTR

Abbiamo visto che l’ETTR è un tecnica utile a sfruttare al massimo il range dinamico del sensore della tua fotocamera, e che (con un po’ di pratica) è applicabile con relativa semplicità e velocità a molte situazioni.

Tuttavia, in alcuni casi può diventare inutile, o addirittura controproducente. Vediamo rapidamente quali:

  1. Aumento degli ISO

L’ETTR ti permette sostanzialmente di migliorare il rapporto tra segnale e rumore dell’immagine che registri (anche noto come signal-to-noise ratio). L’immagine risulta più nitida, più pulita, i toni sono più brillanti, e meglio separati.

Tutto questo però è vero quando puoi scattare agli ISO nativi previsti dalla fotocamera. Se devi aumentare gli ISO (perché la luminosità della scena è troppo bassa) introduci rumore. In queste condizioni, il guadagno di segnale che avresti dall’esporre sulla destra sarebbe perfettamente compensato dal rumore introdotto dall’incremento di ISO. Quindi meglio esporre normalmente a 100 ISO che spingere a 200 o 400 ISO per poter utilizzare l’ETTR.

  1. Quando non hai tempo

Usare l’ETTR ti farà guadagnare in termini di ricchezza di dettaglio e profondità tonale della tua immagine. Ma questo non salva un’immagine mal composta o mal concepita. Quindi, in tutte le situazioni in cui ti trovi a corto di tempo, è sempre meglio dedicare il tempo che hai a pensare e comporre l’immagine, che non a regolare finemente l’ETTR. Ricorda sempre, che nel 95% dei casi la modalità di esposizione matrix della fotocamera si comporterà comunque benissimo.

  1. Quando scatti in JPEG

Un buon uso dell’ETTR richiede lo sviluppo in post del file RAW. Le troppe limitazioni (in post) date dal formato JPEG ti impediscono di sfruttare realmente i benefici potenziali dell’ETTR. Quindi non applicarlo, rischi ancora di avere più danni che benefici introdotti in post produzione.

Ma se scatti paesaggi o architettura o fai foto in studio, scatti in RAW, e ti applichi con cura alla post produzione delle tue immagini, allora ti consiglio caldamente di provare. Potrai avere delle soddisfazioni.

Conclusioni

In questo lungo articolo abbiamo ripercorso insieme cosa è rimasto valido e che cosa è cambiato, con il passaggio alla tecnologia digitale, di quella che era la gestione dell’esposizione nella fotografia analogica classica.

Abbiamo visto che sebbene molti strumenti si siano evoluti e trasformati nel tempo, i principi generali continuano ad essere validi e possono essere applicati con profitto anche oggi.

In particolare, ho voluto sottolineare analogie e parallelismi tra il sistema zonale proposto da Ansel Adams quasi 100 anni fa e l’ETTR che rappresenta il punto di riferimento oggi nel mondo digitale. Spero di averti convinto che conoscere le basi classiche del sistema zonale può darti una marcia in più nello sfruttare al meglio anche i metodi e le tecniche più moderni.

Infine abbiamo visto insieme come portare con efficienza la teoria dell’ETTR sul campo. Quando usarlo e quando NON usarlo, e come metterlo in pratica al meglio.

Ora non ti resta, come sempre, che provare.

Alla prossima, buona luce!

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Last update was on: 15 novembre 2018 16:06