Non esistono fotografi famosi

La ricerca della fama e della notorietà è un’attività che impegna spesso gli esseri umani. Chi è che da giovane non sogna (o ha sognato) di diventare famoso?

L’ho fatto anch’io, sognando di diventare un fotografo famoso. Nel mio piccolo posso anche dire di aver raggiunto una certa notorietà nella mia nicchia, visto che pubblicavo regolarmente su importanti riviste di viaggi tra cui l’allegato settimanale del quotidiano La Repubblica.

Per questo quando incontravo qualcuno, alla classica domanda “che lavoro fai?” rispondevo gonfiando il petto: “il fotografo editoriale!” aspettandomi un’adeguata espressione di meraviglia. Diamine, avevo appena pubblicato la mia ennesima foto di copertina sulla rivista!

In verità quasi sempre l’altro rimaneva impassibile e si aspettava che io provvedessi a spiegare in maniera adeguata in cosa esattamente la mia attività si differenziasse da quella del suo amico che fotografava cerimonie (soprattutto matrimoni), l’unica tipologia di fotografo che la maggior parte delle persone concepisce.

Nessuno rimaneva particolarmente impressionato dal fatto che pubblicassi le mie foto (e a volte i miei testi) su importanti riviste nazionali, che viaggiassi di qua e di là scattando fotografie, cosa che a me sembrava attività invero assai intrigante.

La verità è che io nel mio ecosistema piccolo e circoscritto ero “famoso”, ma al di fuori ero uno qualunque. E col tempo ho compreso che non esistono affatto fotografi famosi. Nemmeno uno, nisba. In Italia gli unici “fotografi” famosi sono uno che è finito in carcere per aver cercato di estorcere denaro ai VIP e che comunque non ha mai scattato una foto seriamente in vita sua e uno che ha creato pubblicità destinate a far discutere per una nota casa di moda: è sicuramente un eccellente fotografo, ma non è famoso per la bellezza dei suoi scatti. Proprio no.

Mentre scrivo mi torna in mente un esperimento proposto dall’editore della rivista americana LensWork (e fotografo a sua volta), Brooks Jensen. Si chiama “Il test dell’aereoporto” e consiste in questo: vai in un aereoporto all’ora di punta – il luogo è scelto perché c’è tanta gente di vari paesi del mondo e di diversa estrazione sociale – e chiedi a chi ti capita a tiro di elencarti alcuni “grandi fotografi” di cui è a conoscenza. Se non hai la fortuna di incrociare un appassionato, i più balbetteranno delle scuse, o risponderanno “mio cugino“.

Alcuni, che di sfuggita hanno letto qualcosa, magari sulla Settimana Enigmistica, potranno tirar fuori il nome di Ansel Adams, qualcuno azzarderà un “McCurry” perché il fotografo americano tiene così tante mostre in giro che bene o male il suo nome su un manifesto lo hanno visto tanti. Basta.

I nostri miti, Ghirri, Jodice, Cartier-Bresson, Mulas, Koudelka che fine hanno fatto? Se butti lì i loro nomi, ti sentirai rispondere (almeno a Fiumicino): “e chi ‘so‘?”.

Tiste, davvero triste, ma dannatamente vero. Viviamo in una bolla, in cui ci sembra che Salgado sia famoso quanto Mick Jagger o Paul McCartney – o Taylor Swift – invece no. Della fotografia seria, dei grandi autori, dei Maestri la gran parte della gente se ne frega. Li ignora proprio.

In fondo, mi dico, è lo stesso per tante altre attività: chi conosce ad esempio Andrzej Bargiel? Io no, eppure su Internet scrivono che questo alpinista si è guadagnato l’attenzione del mondo “scalando le montagne più dure a velocità incredibili“. Ma se non ti interessi di alpinismo il suo nome ti sarà sconosciuto, mentre per altri è un autentico mito. E chi, dinanzi al nome di Phil Ivey, sobbalzerebbe gridando “un grandeeee!“? Certo, se ti piace giocare a carte sappi che lo definiscono “il Tiger Woods del poker“. Ecco. Che poi chi diavolo è Tiger Woods? Solo il più importante giocatore di golf al mondo, ma è normale che se non si tratta di un calciatore lo conoscano relativamente in pochi. E a dire il vero io che non seguo il calcio ignoro almeno il 90% dei campioni di questo sport, nonostante i loro nomi siano quotidianamente citati dalle radio, dalle TV e dai giornali e facciano battere il cuore a migliaia di appassionati.

Strana cosa questa della fama. Perché poi è vero che ci sono persone strafamose anche al di fuori del loro campo di specializzazione, ma lo diventano a prescindere, in genere perché i media ne parlano anche al pubblico non specializzato. Ma facci caso: si tratta comunque di un elenco ristretto. Non dubito che quasi tutti conoscano Sinner, ma parlando di tennis – e al di fuori degli appassionati – quanti sanno chi sia Jack Draper? Eppure è pur sempre il n°19 della classifica ATP, insomma non proprio un raccattapalle.

Mi chiederai dove voglio arrivare con questo ragionamento che sfiora l’ovvio.

Beh, in verità la riflessione mi è sorta spontanea quando ho iniziato a ragionare sulle mie prossime produzioni editoriali (in primavera uscirà il mio nuovo libro) e mi si è posta la questione se – pur partendo dalle stesse foto, quelle del progetto – avesse senso fare qualcosa di più “popolare e accessibile” (non a livello economico, intendo comunicativo) oppure puntare al classico photobook del genere “famolo strano”. La tentazione è sempre quella di scegliere quest’ultima strada sperando poi di avere le giuste recensioni, i giusti riconoscimenti, il finire in qualche classifica o magari essere selezionati in qualche concorso. Insomma, diventare almeno un po’ “famoso” al di fuori del circolo di persone, per quanto ampio, che ti conosce e apprezza già.

C’è tutto un mondo, nella fotografia e non solo, che su questo aspetto della fama vive e – credo – si arricchisce. Intendo critici, concorsi, gallerie e via elencando. Perché il riconoscimento da parte di chi conta, da chi fa parte del “sistema”, è uno dei desiderata più diffusi, rivela il senso stesso dell’essere famosi, cioé riconosciuti come qualcuno che può dire di essere arrivato al successo. E magari poter inserire il proprio nome – ad esempio – su Wikipedia dove solo chi ha ottenuto riconoscimenti ed esposto in gallerie importanti può avere l’indiscutibile privilegio di essere citato in quanto “fotografo importante”. Ho controllato: su Wikipedia ci sono tantissimi fotografi sconosciuti ai più ma che grazie a determinati riconoscimenti non sono stati rifiutati come mi è capitato quando anni fa – per divertimento – ho provato a scrivere una voce sul mio nome. La risposta è stata, più o meno: “non sei famoso”. Dunque niente enciclopedia del web, mannaggia.

Da allora, non so a te ma a me aiuta pensare che – in fondo – non esistono fotografi davvero famosi e che la sola vera differenza tra un fotoamatore evoluto di provincia e il “maestro” di lungo corso è che il secondo avrà una maggiore facilità nel trovare musei dove esporre le proprie opere – e anche nel vendere le stesse a caro prezzo – mentre il primo dovrà accontentarsi di una “lettura Portfolio” e in caso di una mostra nel bar del proprio paese. Ma entrambi partono da zero quando si esce dalla nostra comfort zone e anzi, e anche questo l’ho verificato di persona, è assai più facile che il primo sia almeno ben conosciuto dai suoi compaesani invece del “forestiero”, che però ha le sue foto nell’archivio del MoMA di New York, quasi tutti ignoreranno chi sia!

Morale: se ti crei una precisa nicchia e ci resti dentro, anche tu sarai famoso, famosissimo. Il fatto che serva a poco o a niente è un dettaglio ininfluente. Forse.

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