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SOOC: Straight Out Of Camera

SOOC! (e non è un insulto, è semplicemente un JPEG). 

Gli acronimi, in campo fotografico, abbondano. A volte, diciamocelo, è un vero delirio. DSLR, PdC, MaF, MFT e così via. Il tutto per evitare ripetizioni fastidiose o per risparmiare un po’ di tempo a digitare la versione estesa del concetto (DSLR = Digital Single Lens Reflex; PdC = Profondità di campo; MaF = Messa a Fuoco; MFT = Micro Four Thirds).

Capita di leggere articoli in cui, a forza di acronimi, non ci si capisce più nulla. A me è successo, non so a te.

Nonostante questo, però, ne voglio aggiungere un altro, che ha precise declinazioni creative: SOOC, Straight Out Of Camera.

In italiano suonerebbe come: [estratto]direttamente dalla fotocamera, nel senso di un file che non viene postprodotto, ma utilizzato così com’è, come la fotocamera l’ha generato. Parliamo di file jpeg, s’intende.

Per anni si è detto e scritto che il fotografo serio utilizza solo ed esclusivamente il formato RAW (grezzo), mentre il jpeg è il formato con cui poi salvare e diffondere le immagini una volta “sviluppate” nel software prescelto.

Il file RAW è come un negativo digitale, e nessuno, in passato, avrebbe potuto utilizzare un negativo senza prima stamparlo.

Io stesso credo di non aver quasi mai utilizzato il formato jpeg della fotocamera, e nemmeno il RAW+jpeg. Sono troppo evidenti i vantaggi del formato grezzo: un’ampia gamma dinamica, un’alta qualità dell’immagine, la possibilità di correggere i file in merito a bilanciamento colore, luci e ombre, contrasto, saturazione e così via. Il tutto (con le dovute accortezze) senza rovinare il file, spremendone anzi fuori il massimo.

Salvare il file originale in jpeg significa non poterlo lavorare, al più si può ottimizzarlo in maniera minima.

Tutto questo è indiscutibile. E ogni volta che qualcuno osa(va) sostenere il contrario, si tornava all’esempio del negativo, portando a sostegno il grande Ansel Adams con la sua similitudine tra lo spartito musicale (il negativo) e l’esecuzione della partitura (la stampa).

Dal negativo si può trarre una stampa ogni volta diversa, così anche il file RAW può essere interpretato e gestito con la massima libertà e creatività.

Per fortuna le regole della fotografia, se pure esistono, non son scritte su tavole di pietra.

Evolvono, come le stesse fotocamere. E se è vero che il file RAW può essere assimilato al negativo, è anche vero che la fotografia digitale è tutt’altra cosa rispetto a quella analogica.

I file estratti direttamente dalla fotocamera, e scattati in jpeg, sono normalmente utilizzati nei test delle fotocamere stesse, ed è quello l’ambito in cui l’acronimo si è diffuso maggiormente.

Visto che il RAW va necessariamente postprodotto, per dimostrare le capacità di una fotocamera il “tester” preferisce pubblicare le foto “straight out of camera”, magari mettendole online, scaricabili dall’utente, che può così rendersi conto delle capacità della fotocamera in oggetto. Delle capacità fotografiche di chi ha scattato le foto, all’utente stesso non gliene importa un bel nulla.

C’è da dire che le moderne fotocamere applicano precisi algoritmi alle foto salvate in jpeg, eliminando aberrazioni e distorsioni. Poi scattando in RAW vengon fuori le magagne, che comunque possono essere successivamente corrette (ma qui subentra la capacità del singolo fotografo di saper gestire i diversi softwares).

Le foto SOOC, insomma, non sono foto davvero realizzate per essere “autonome” o artistiche, almeno non di solito. Chi mostrerebbe agli altri la fotografia “così com’è”? Come minimo va sistemata, come faremmo con noi stessi mettendoci in ghingheri prima di andare a una festa.

Ma allora, senza il “paracadute” di un software sofisticato, le nostre foto sono inguardabili?

 Non dovremmo avere la capacità di scattarle già direttamente in modo che siano degne di noi?

Insomma, mi chiedo, le foto SOOC non potrebbero avere una loro dignità, e il formato jpeg nativo tornare a esser preso in considerazione in senso creativo, come sorta di sfida, di esercizio?

Io ho l’abitudine – una delle poche abitudini sane che mi riconosco – di rimettere costantemente in discussione le mie convinzioni. Quella sul formato RAW è forse la più duratura: da almeno 15 anni lo uso in modo esclusivo (quando lavoro in digitale) e ne ho fatto il mio idolo d’oro, da adorare senza se e senza ma. Non ho cambiato idea: il formato grezzo può davvero darti un controllo totale dell’immagine, in un modo che era inimmaginabile un tempo.

Forse è questo il suo limite: quando puoi fare tutto, tendi davvero a farlo! E perdi di vista la necessità di avere con la fotografia (come con tante cose nella vita) un approccio più semplice, immediato e diretto.

Riflettendo a margine di alcuni test di fotocamere che mi è capitato di leggere, e in cui si mostravano delle foto SOOC, mi son reso conto che la tecnologia va avanti, e che certe immagini jpeg sono più che degne. Ma questo è solo un fatto tecnico. C’è anche un aspetto filosofico, ben più importante.

Avendo lavorato per anni con le riviste, ricordo bene che la pellicola d’elezione non era certo quella negativa, ma quella invertibile, la diapositiva. Scattavi il tuo rullo, lo facevi sviluppare e la foto era lì. Fatta bene o fatta male, potevi farci poco.

Anche con l’arrivo di scanner e postproduzione del file acquisito, la cui qualità era quantomeno discutibile, comunque non avevi la possibilità di alterare in modo significativo il risultato..

E allora, se il file RAW è il negativo digitale, il jpeg SOOC è come la diapositiva d’un tempo.

E la cosa bella è che oggi, grazie alla modalità RAW+jpeg puoi avere entrambe, la dia e il negativo, della stessa foto.

Come fotografi dovremmo sempre metterci alla prova, mai smettere di essere curiosi, di tentare strade nuove. Il file jpeg, realizzato direttamente in-camera, può diventare una sfida se non si ragiona in termini di qualità assoluta (in questo campo il RAW è e rimarrà ancora a lungo imbattibile) ma di assunzione di responsabilità.

Infatti, con questa modalità, non si può scattare a cuor leggero, “tanto sistemo tutto in postproduzione”. Per assurdo, il jpeg nativo, ideato per semplificare la realizzazione delle foto a coloro che sanno poco o nulla di fotografia, e non a caso standard su compatte economiche e smartphone, diventa (o può diventare) una sfida tecnica di alto livello per chi di fotografia se ne intende.

Bisogna impostare i parametri della fotocamera con accortezza, scegliere il bilanciamento del bianco, la sensibilità (togliere il rumore al jpeg è una bella gatta da pelare, a differenza del RAW), decidere se scattare a colori o in bianco e nero, e così via.

Gli esperti sosterranno che tutti questi parametri si possono impostare bene e meglio successivamente, lavorando sul file grezzo: e hanno ragione. Infatti è la stessa cosa che da anni dico anch’io ai miei allievi.

Ma il fascino di un file “puro”, realizzato in presa diretta e utilizzato così com’è, o con appena qualche rapido ritocco, comunque mi avvince. Si tratta di un fatto di disciplina, di autocontrollo, e anche di autenticità in qualche modo. Non avere la rete di sicurezza costituita dalla postproduzione, può indurci a riflettere di più, a rallentare, a ragionare. Insomma, credo valga la pena di fare la prova.

Eppoi: vuoi mettere il gusto di vedere la reazione di chi guardando la tua foto, che nella dida riporta “foto SOOC”, penserà a chissà quale tecnica esoterica?

La mia proposta, dunque, è quella di sfidarsi a realizzare le proprie foto nel formato jpeg.

Come fatto puramente creativo, dunque, non meramente tecnico (o di pigrizia). Continuando a lavorare in RAW quando serve, ma sforzandosi di ottenere un risultato “guardabile” sin da subito, sin dal file SOOC, appunto.

Se deciderai di accettare la sfida, o magari già scatti in jpeg per altri motivi, ecco alcuni consigli pratici che potrebbero tornarti utili (in buona parte sono validi anche se scatti utilizzando lo smartphone).

Scegli accuratamente il tipo di file jpeg

Attento a impostare la fotocamera sulla massima qualità del jpeg che, ti ricordo, è un formato di compressione “a perdita”.

Grazie ad algoritmi sofisticati, infatti, quando la fotocamera salva la foto letteralmente “butta via” una parte delle informazioni, per diminuirne il peso.

La compressione è praticamente invisibile se limitata (in genere nel rapporto 1:4), ma diventa visibile se si esagera, con la comparsa di artefatti decisamente antiestetici.

I file jpeg molto compressi e di bassa qualità vanno bene solo per l’uso online. Dunque vai nel menù della fotocamera e scegli il jpeg di qualità più alta (in genere definito “Jpeg Fine”), e non sbaglierai.

Puoi anche scattare in RAW

Ti sembrerà strano, ma in effetti si possono ottenere file SOOC anche dal RAW.

Il punto di partenza infatti è sempre un file grezzo, che poi la fotocamera elabora e salva nel formato compresso. Ma il processore interno della fotocamera non è certo potente ed evoluto come un computer vero e proprio.

Perciò, come fanno diversi fotografi che conosco, possiamo impostare tutti i parametri che vogliamo direttamente in-camera e salvare i file in RAW, importarli sul PC e dunque farli elaborare “in batch” (in automatico) dal software fornito con la fotocamera stessa.

Quest’ultimo leggerà le impostazioni che abbiamo salvato insieme al file grezzo e ci restituirà un file jpeg simile a quello che avremmo ottenuto direttamente in-camera ma generalmente di qualità migliore. In tal modo possiamo anche risparmiarci di appesantire la scheda con il formato RAW+jpeg pur conservando in archivio i preziosi RAW (non si sa mai).

Metti a zero i parametri

La gran parte delle fotocamere permette di impostare alcuni parametri di ripresa, come contrasto, saturazione, nitidezza e così via.

Questi parametri non hanno alcuna importanza nel formato RAW (verranno mostrati nell’anteprima, e salvati in un piccolo file allegato, ma il file essendo grezzo non ne è affetto in alcun modo), ma saranno fissati per sempre nel formato jpeg.

Avere dei file del genere significa avere foto inutilizzabili, con ombre chiuse e alteluci pelate, e in generale una qualità scadente.

Metti a 0 (zero) tutti questi parametri, per evitare guai, se ancora non sei esperto di foto SOOC. Quando avrai fatto pratica, potrai gestirli con maggiore consapevolezza: quasi tutte le fotocamere permettono di salvare delle impostazioni personalizzate, richiamabili da menu.

Creando una serie di profili del genere, avremo un buon controllo delle nostre fotografie, e delle diverse situazioni di ripresa.

Però imposta il bilanciamento del bianco

Una cosa buona dello scattare in jpeg, anche dal punto di vista didattico, è che ti obbliga a responsabilizzarti già in fase di ripresa.

Il bilanciamento del bianco è qualcosa che si fa in genere in postproduzione sul file RAW. Ma nel jpeg si può intervenire poco, dunque è bene fare la calibrazione mentre si scatta la foto.

La luce, come sai, ai nostri occhi sembra sempre bianca, anche se non lo è, e questo perché il nostro cervello opera un’accorta correzione.

Ma la fotocamera non è così intelligente: ci sono luci bluastre o luci calde (gialle/arancioni), ci sono momenti del giorno o condizioni meteo che danno dominanti fredde o dominanti calde, e così via, e nella foto queste dominanti si vedranno tutte.

Puoi scegliere di mantenerle, a scopi creativi, oppure di correggerle, se sono fastidiose. Specialmente nella fotografia di interni, la correzione si rende spesso necessaria.

La cosa più semplice è scegliere un “preset” della fotocamera (sole, sole coperto, ombra, neon, ecc.), o si può essere più sofisticati e fare una lettura di una superficie bianca o grigia (va bene anche un foglio di carta). Molte fotocamere permettono di impostare il bilanciamento del bianco grazie alla lettura fatta su una superficie del genere e ti consiglio di fare riferimento al manuale della tua fotocamera per vedere come fare.

So che sembra macchinoso (e lo è in effetti), ma tieni conto che nella maggior parte dei casi, in situazioni “normali” puoi anche affidarti all’automatismo della fotocamera (in genere indicato come AWB, Automatic White Balance: a proposito di acronimi!). In generale, se non sottoposto a condizioni estreme, farà bene il suo lavoro.

Attenzione agli ISO

Come già accennato, togliere il rumore a un file jpeg non è facile come farlo da un file RAW.

Ma non è solo questo il problema: molte fotocamere, soprattutto quelle di fascia più economica, applicano automaticamente un filtro antirumore quando si scatta al di sopra di (normalmente) 400 Iso.

Spesso questo filtro non è disinseribile, e il suo effetto è quello di “piallare” senza pietà i dettagli della fotografia, a volte dandole un aspetto come “acquarellato”, francamente orribile. Succede spesso con gli smartphone, ad esempio.

I progettisti pensano che tanto si utilizzeranno quelle foto per stampine da mettere sull’album, o per una condivisione online, e che dunque la suddetta “piallatura” non sarà evidente.

Vien da dire che nemmeno il rumore lo sarebbe, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che il filtro antirumore per gli alti ISO (e anche quello che subentra con i tempi di scatto molto lunghi e che sopprime il rumore cosiddetto “termico”) non può danneggiare un file RAW (a cui il rumore va giocoforza tolto in postproduzione, se proprio necessario), ma può massacrare un jpeg.

Dunque: se il filtro è escludibile, mettilo subito su OFF; se non lo è, evita di superare i 400 Iso e magari ricorri al treppiedi. Fai delle prove e vedi come agisce il filtro sulla tua fotocamera a sensibilità attorno a 800-1600 Iso: a volte il filtro, sebbene non escludibile, è almeno scalabile.

Mettilo al minimo, allora. Un consiglio: se nonostante i tuoi sforzi alla fine ti ritrovi con un file pesantemente alterato dal filtro antirumore, puoi migliorarne la resa aggiungendo di nuovo (ovviamente con un software) un po’ di rumore.

Infatti, un minimo di “grana” aumenta la sensazione di nitidezza della fotografia. Prova, e vedrai che è così. Inoltre, nasconde la “piallatura” di cui ti ho detto.

Se dopo aver applicato il rumore aggiungi anche un po’ di maschera di contrasto (senza esagerare) probabilmente salverai la tua foto (ma questo è solo un intervento di emergenza, mi raccomando!).

Sfrutta alcune tecniche come l’HDR

L’HDR a me non piace molto, ma può risolverci diversi problemi con i file jpeg che, non avendo l’estensione di tonalità o la latitudine di posa del RAW, soffrono molto della chiusura di ombre o dell’apertura delle luci.

L’HDR inserito nella fotocamera (e nello smartphone) può aiutarci a ottenere un file più equilibrato, ma ti consiglio di scegliere – se la tua fotocamera lo consente – l’impostazione minima. Occorre infatti che l’effetto HDR sia appena visibile, e non evidente come piace a molti (troppi) fotografi.

Evita Photoshop e gli altri softwares

Altrimenti non vale! La sfida è quella di lasciare i file “intoccati”: penso sia accettabile aggiustare appena la foto con un programma gratuito e di non alto livello. Personalmente uso FastStone (www.faststone.org), un browser gratuito che permette anche di gestire l’archivio.

Con un piccola “botta” di curve – ad esempio impostando un profilo a “S” che scurisce le ombre e schiarisce le alteluci – si può aumentare il contrasto in una foto venuta troppo piatta (o fare il contrario) e anche aggiustare le tonalità.

Ma niente di più, altrimenti sarebbe difficile definire SOOC la tua foto e l’esercizio verrebbe meno.

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