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Foto a parole

Non so come dirtelo: si tratta davvero di una triste notizia. Ferale. La fotografia è scomparsa. Svanita nel nulla. Puff! Dall’oggi al domani ha smesso di esistere: le fotocamere digitali si rifiutano di scattare, quelle analogiche funzionano, ma le pellicole non registrano alcuna immagine.

Una vera tragedia.

Ci hai mai pensato? Immagina succeda davvero. Certo, potremmo tornare al disegno, alla pittura, alla grafica: in qualche modo, per millenni, l’uomo è riuscito a mostrare le cose per come apparivano. Più o meno. Ma di certo non era qualcosa alla portata di tutti, e non lo sarebbe nemmeno oggi.

E allora? Allora ci resterebbero le parole, le descrizioni.

Ho sempre pensato che l’invenzione della fotografia abbia avuto un’enorme influenza sulle altre arti.

Ha liberato la pittura, ad esempio, non più vincolata a rappresentare il reale, scopo per il quale una fotografia funziona decisamente meglio. Senza la fotografia forse non avremmo avuto l’arte contemporanea.

E ha spinto sempre di più gli scrittori a svuotare i loro romanzi di lunghe e prolisse descrizioni: oramai le persone erano in grado di comprendere con maggiore facilità un paesaggio, un luogo, un ambiente, educate al vedere grazie alla nuova arte. Anche il romanzo moderno, forse, deve la propria esistenza alla fotografia.

Ma se quest’ultima sparisse, la pittura sarebbe chiamata di nuovo a rappresentare il reale, si tornerebbe di corsa al figurativo, la gente vorrebbe “vedere” cosa la pittura rappresenta, altro che astrattismo!

E di nuovo avremmo bisogno di lunghe descrizioni per arrivare a capire almeno un po’ di quale luogo uno scrittore ci sta parlando.

Pensa anche solo al giornalismo: oggi una foto e un po’ di testo bastano a inquadrare la notizia, ma se la foto non ci fosse, come nei giornali dei secoli passati, bisognerebbe scendere nei particolari, descrivendo i luoghi e addirittura le facce dei protagonisti. Un bel problema.

Un po’ di tempo fa ho immaginato una simile catastrofe, creando quelle che ho chiamato le “Fotoaparole”. Il mio scopo era in verità anche di riproporre quella vicinanza, che io considero fondamentale, tra la parola e la fotografia, che spiega – e a volte giustifica – l’efficacia del connubio tra le due forme espressive, al punto che, con rare eccezioni, tutti i libri fotografici hanno almeno un’introduzione scritta e delle didascalie, e lo stesso avviene con le mostre.

Le mie “Fotoaparole” sono “foto” (per modo di dire) in cui si descrive quello che si sarebbe visto all’interno del rettangolo o del quadrato della fotografia. Questo ci permette di comprendere quanto quest’ultima sia eccezionale nel mostrare in un istante ciò che l’operatore vuole portare all’attenzione dello spettatore, ma anche quanto le parole lavorino su un livello diverso, ma non meno profondo.

In effetti, si dice che le fotografie vadano “lette”, perché la fotografia è un “linguaggio” e ciò che palesano non è detto sia il vero “messaggio”. (Leggere le foto è davvero utile, ne parlo in come si legge una foto).

Insomma, se tu vuoi esprimere un concetto, suscitare un’emozione, condividere una conoscenza grazie alla fotografia, dovrai giocoforza far riferimento a un soggetto concreto, stante la natura “indicale” della fotografia, ma il tuo scopo non sarà far vedere il soggetto e basta, mostrarlo e finirla lì.

Il soggetto ti serve, ma non è il fine ultimo, secondo la ben nota teoria degli “Equivalents di Alfred Stieglitz.

Il tuo scopo è invece facilmente raggiungibile (in modo relativo) grazie alle parole, perché scegliendo i termini giusti, gli aggettivi acconci, i verbi efficaci e i sostantivi che funzionano, si riesce a metter su una sorta di macchina in grado di sfornare significati a getto continuo, cosa tutt’altro che semplice con la fotografia, per sua natura più sfuggente.

La prova di questa difficoltà è evidente se solo potessimo confrontare le immagini mentali che nascono in coloro che “leggeranno” queste mie “Fotoaparole”: sebbene siano semplici e circostanziate descrizioni, tuttavia le immagini mentali saranno diverse tante quanti saranno i lettori.

Viceversa, la foto apparirà esattamente per quello che è, e a variare saranno solo le interpretazioni, a seconda della complessità e intensità della foto.

Qui sotto, un esempio di “fotoparola”. Volutamente non allego la foto che essa descrive, proprio per non condizionare la tua immaginazione. Cerca di fare lo stesso con qualcuno dei tuoi scatti. 

La foto di una montagna o di un lago, per chiunque, in tutto il mondo, rappresenterà questi due ambienti naturali, sebbene solo pochi potranno dire di che montagna o lago si tratti, e ognuno ricaverà dalla visione della foto emozioni e segnali diversi.

Ma se io descrivo quella montagna e quel lago, non riuscirò, nonostante i miei sforzi di precisione, a far nascere nella testa della gente l’esatta immagine che vorrei evocare. Capitava lo stesso con i disegni. Le descrizioni, magari avvalorate da annesse stampe fatte sulla base di schizzi ripresi dal vivo, quasi mai riuscivano a rendere davvero l’idea del luogo: molti viaggiatori, che avevano modo di visitare quegli stessi luoghi, lo testimoniavano dando sfogo alla propria delusione.

Le Piramidi non erano così spettacolari, il Gran Canyon non così immenso, il Colosseo non così imponente. Luoghi bellissimi, ma le persone si aspettavano altro, perché avevano, sino a quel punto, guardato con gli occhi di un altro che non poteva che comunicare con un mezzo (la parola, il disegno) non in grado di dare una rappresentazione almeno un po’ fedele.

Solo successivamente si è scoperto che in realtà anche la fotografia poteva mentire, che inserendo o evitando di inserire determinati elementi, il fotografo orientava lo spettatore, lo ingannava a volte. E’ sulla base di questa possibilità di ingannare che si basa la fotografia creativa, che può arrivare anche a rendere irriconoscibile il soggetto di partenza, basti pensare al mosso intenzionale, allo sfocato estremo, o alle esposizioni multiple. Ma questo è un possibile “uso” della fotografia, non una sua caratteristica inevitabile.

Infatti è indiscutibile che la fotografia sia in grado di rappresentare in modo più fedele il proprio soggetto, di darne magari una lettura parziale o volutamente artefatta, ma comunque più conforme di una descrizione a parole.

Da questo deriva il mito sulla fotografia “incapace di mentire”, e a questo si deve l’immediato successo della nuova scoperta in determinati campi sino ad allora presidiati dalla fotografia, come il ritratto o il paesaggio. Il fotografo poteva anche dichiararsi un artista, fare le proprie scelte compositive, di messa a fuoco, di luce, scegliere gli elementi da inserire nella scena, ma alla fine la foto rappresentava proprio quel luogo, quel volto, quella situazione.

Non so se il mio esperimento ti sia piaciuto, spero però che ti faccia riflettere sulla natura intrinseca della fotografia, sulla sua capacità di rivelare, ingannare ma alla fine anche mostrare il mondo che ci circonda.

Meno male che è stata inventata, verrebbe da dire!

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