Foto Buona scaccia Foto Cattiva

Scommetto anche tu ti sarai chiesto cosa possa distinguere una buona fotografia da una che non lo è. Io me lo chiedo spesso, senza essere mai arrivato a una risposta, ammesso che esista.

Temo infatti che si tratti di una questione che varia nel corso del tempo, dei gusti, delle mode e anche delle decisioni di critici, studiosi, appassionati.

Ma visto che uno finisce sempre per rifletterci su, debbo ammettere che una parziale risposta mi è arrivata quando mi sono imbattuto nella cosiddetta legge di Gresham.

Sir Thomas Gresham (1519-1579) era un agente di cambio al servizio della corona britannica e nel 1551 enunciò la sua “legge” che riprendeva un fenomeno già noto da secoli, e cioè il fatto che mercanti, banchieri e cambiavalute rifiutavano le monete “cattive” accettando solo quelle buone”. La legge di Gresham dunque sostiene che “la moneta cattiva scaccia quella buona“.

L’assunto (e il riferimento alla fotografia che ne traggo) si può pienamente comprendere solo se pensiamo che all’epoca le monete avevano un valore di conio prestabilito (il cosiddetto “valore facciale”, ancora in uso) ma anche un valore intrinseco, visto che erano generalmente realizzate in oro o in argento.

Così, i soliti furbi erano soliti “grattarne” via una parte in modo che, per la legge dei grandi numeri, da montagne di monete si potessero ricavare discrete quantità di metallo prezioso. La “zigrinatura” sul bordo delle monete è nata proprio per evitare che i bordi venissero grattugiati al fine di ricavarne un po’ di prezioso metallo.

Una simile pratica spingeva coloro che ricevevano delle monete “buone” (facilmente riconoscibili da un occhio esperto) a tenerle in cassaforte, pagando invece con le monete “cattive”, in modo da lucrare sulla differenza di peso.

Proprio a causa della legge di Gresham il sistema monetario basato sul valore dei metalli preziosi decadde, e le monete iniziarono ad essere battute contando solo sul valore facciale, sebbene ci siano ancora monete coniate in oro e argento, in genere per realizzare serie speciali e da collezione.

Bene, se pensiamo alle fotografie come a monete d’oro o d’argento, ci rendiamo facilmente conto che esse possiedono un valore intrinseco – cioè la loro efficacia iconografica, il fatto che siano insomma fotografie “buone” che coinvolgono e commuovono lo spettatore – ma anche un valore “facciale”, cioè quello che vi è stampigliato sopra, ovviamente non in senso letterale.

Fuor di metafora: la tecnica applicata, i colori saturati, gli “effetti speciali”, tutto ciò che è apparenza e non sostanza. E non solo: anche la notorietà dell’autore, la sua capacità di imporsi sul mercato e sui Social (ad esempio gli “Influencer” hanno un valore facciale decisamente alto, e non solo rispetto alle fotografie) e in generale tutti quegli aspetti extra-fotografici che nella società contemporanea contano più del valore intrinseco dell’opera in quanto tale.

In un mondo ideale i due valori vanno appaiati: la foto è tecnicamente ineccepibile e di grande impatto visivo, ma anche di notevole valore interno, ci racconta qualcosa di importante e di valido, ci emoziona, non ci lascia indifferenti, e il suo autore è una persona che ha ottime capacità di comunicazione e ampia notorietà. Ahimé, lo sappiamo, questo capita di rado.

Personalmente credo che molte foto di Salgado (sebbene non tutte) appartengano a questa categoria, ma mi rendo conto che è opinabile.

Purtroppo, nel corso del tempo – e in modo potentissimo negli ultimi due decenni – ha preso il sopravvento il sistema “facciale” a scapito di quello “intrinseco”.

Il valore di una foto viene riconosciuto in ciò che ci mostra immediatamente, nel suo aspetto meramente esteriore, che deve essere chiaro, evidente, riconoscibile in un’istante, esattamente come il valore nominale di una moneta. E spesso si basa sulla notorietà non artistica di chi la realizza, e sul fatto che appartenga o meno a un contesto riconosciuto come “trendy” o “cool”.

Le monete “buone” – cioè le fotografie valide e di impatto meno immediato – se ne rimangono ai margini, come fossero in cassaforte, perché i moderni sistemi di fruizione delle immagini (mainstream) non permettono al pubblico di comprenderle appieno, con l’eccezione di un numero relativamente ristretto di appassionati ed esperti.

Ma non solo: esiste anche il fenomeno della “grattatina” di metallo prezioso, che si esplicita nell’imitazione sottile e non dichiarata – e rivisitata in chiave digitale con un’ostentata leziosità – delle foto dei grandi Autori che, visto che sono poco noti, non saranno di certo riconosciuti come fonte.

I Vortogrammi (Vortographs) di Alvin Langdon Coburn, ad esempio, risalgono ai primi anni del XX secolo e dunque quei giochini caleidoscopici realizzabili con pochi colpi di mouse grazie a diversi software – poi magari spacciati come “novità assoluta” e come “stampa preziosa” rigorosamente su tela – sono debitori di un autore di quasi 100 anni fa.

Vortogramma Alvin Langdon Coburn

Vortogramma di coburn

Vortogrammi di Alvin Langdon Coburn

Non che non si possano fare (li ho fatti anch’io), ma senza credere di aver scoperto l’acqua calda. Insomma, senza grattugiare un po’ dell’oro dalla moneta preziosa della storia della Fotografia.

Il tanto decantato ICM che oggi sembra la scoperta del secolo, era già praticato 50 anni fa da Ernst Haas e ancor prima (anni ’20) dai fratelli Bragaglia, e di esempi ce ne potrebbero essere molti.

Fotodinamismo Bragaglia

Fotodinamismo Fratelli Bragaglia

Fotodinamismo – Fratelli Bragaglia

Ecco dunque che secondo me si potrebbe valutare l’impatto di una foto, il suo reale valore, oltre che inserendola in un eventuale contesto storico, e leggendola per quel che ha da dirci, anche tenendo conto del valore intrinseco e del valore facciale.

Quest’ultimo infatti viene imposto dall’autore o dal mercato – direttamente o indirettamente – come fosse un valore “di conio”, mentre il valore reale, la preziosità della foto stessa è qualcosa che la foto possiede o meno, a seconda che l’autore l’abbia realizzata seguendo una propria idea o ispirazione, un proprio progetto o necessità, riuscendo con successo a comunicare il tutto a chi guarderà le sue opere, ma senza l’intenzione a priori di creare “un capolavoro”.

I capolavori non nascono mai in questo modo. Ma oggi il mondo è pieno di opere definite tali da critici compiacenti e gallerie interessate a lucrare: il vizio della “grattatina” di cui parlava Gresham è ancora duro a morire.

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