L’attimo e la fotografia

Con la fotografia l’Occidente ha arginato una parte dell’angoscia che deriva dal nichilismo sul quale si fonda. La fotografia ha dato all’individuo occidentale la possibilità di creare un frammento di eternità, senza dover abbandonare la convinzione che niente è eterno” (Diego Mormorio).

Secondo il grande critico fotografico Diego Mormorio, dall’antica Grecia in poi la nostra cultura vive nell’angoscia di veder sparire le cose, dai più intimi affetti a tutto il resto. In fondo si tratta del classico mito di Crono che divora i suoi figli: il Tempo tutto distrugge e lascia solo ricordi sempre più sbiaditi.

Ma per altre civiltà, e specialmente per i popoli dell’Oriente, l’eternità è l’unico mondo reale, ed è per quella che si opera durante la vita.

Nell’arte, Egizi, Mesopotamici, Etruschi, ma anche Cinesi e Giapponesi si sforzano di rappresentare dei simboli, non il vero dato concreto.

Il Faraone veniva dipinto in un certo modo (di profilo, solo i prigionieri potevano essere riprodotti frontalmente) per quello che simboleggiava, e non era importante la rassomiglianza. Tra il dipinto e il dato reale esisteva una connessione profonda che andava oltre il dato meramente rappresentativo. Pensa all’arte araba che vieta addirittura di riprodurre le persone: è un’arte ricchissima e totalmente simbolica.

Anche i dipinti realizzati durante la preistoria e che troviamo nelle grotte, a Lascaux, ad Altamira, nel deserto del Sahara, avevano la stessa funzione sciamanica e non naturalistica. Le si creava mirando all’eterno, non all’attimo. Si tratta del cosiddetto “naturalismo magico”.

Noi, però, siamo figli della civiltà greca e poi romana, e dunque per noi le cose (e le persone, i sentimenti, gli affetti) compaiono e poi sono inevitabilmente destinati a sparire per sempre. Come un immenso buco nero, il tempo ingoia le nostre esistenze e non ne lascia che flebili tracce.

L’attimo diventa la misura di tutto, e non a caso la fotografia ha avuto origine in Occidente, e qui ha conosciuto la sua massima fortuna. Abbiamo bisogno di fissare gli istanti significativi di cui si compone la nostra vita. La fotografia diventa il corrispettivo tecnologico del letterario “fermati attimo, sei così bello” del Faust di Goethe.

fotografare l'attimo

africa, oceano indiano, mauritius
bel ombre, hotel telfair

Che le cose stiano così possiamo vederlo proprio dal proliferare della fotografia su Internet: sembra quasi che nulla possa esistere se non vissuto attraverso un obiettivo, in genere di uno smartphone.

Non si può ammirare un’eclissi se non la si fotografa (magari anche male) e non si condivide la foto su Facebook. Non esiste una festa, o una cena tra amici, o un qualsiasi evento, se i partecipanti non vengono immortalati in un autoscatto o in un selfie da mettere su Instagram, su Snapchat o comunque su un Social.

Poco importa se poi su questi ultimi le foto vengono immediatamente sommerse da montagne di altri post successivi: la paura della fine, del tempo, della morte è comunque spostata un poco più in là.

Sin dalla sua invenzione la fotografia ha svolto questa funzione di rendere eterni i ricordi e, ipso facto, le persone. La furia con cui i fotografi hanno cercato di arrivare alla tecnologia necessaria per realizzare ritratti e foto alle persone è indicativa di quello che era un interesse fondamentale, psicologico e artistico, e anche economico ovviamente: far sì che le sembianze di ogni essere umano potessero conoscere lo sguardo dei posteri.

Certo, esisteva la pittura, ma era molto più costosa e non è la stessa cosa: manca la certezza della fotografia (il pittore potrebbe aver messo un po’ di fantasia nella sua opera), e poi la fotografia è quasi un riverbero dell’aura vitale della persona. La stessa luce che ha colpito il volto della donna amata, o del fidanzato lontano, ha “rimbalzato” sulle sue fattezze dirigendosi poi verso la superficie sensibile della pellicola. Quei fotoni, bloccati nei sali d’argento, hanno davvero sfiorato il soggetto, lo hanno toccato.

La fotografia cattura l’anima.

Sembra quasi che oggi, guardando quei ritratti ottocenteschi o di inizio ‘900, noi possiamo dialogare con persone morte e sepolte da tempo. L’eternità a portata di mano, su un pezzetto di carta ingiallito. E sebbene la tecnologia abbia fatto dei passi avanti epocali, alla fin fine rimaniamo sempre come quei nostri avi: avvinghiati alla vita, se non corporale, almeno potenziale.

L’intento celebrativo di tanta fotografia, così comune – anzi preponderante – nel mondo occidentale, rende facile scadere nella mera riproduzione del dato reale. Si cerca di farlo più o meno bene, puoi metterci abilità, mestiere, capacità compositive, ma alla fine ciò che conta è che “si veda” quel che la foto mostra, perché il suo scopo è soprattutto questo: fermare il tempo, mostrare agli altri un evento, un luogo, un volto, una situazione. Deve essere immediatamente comprensibile, senza ambiguità.

Per questo  le fotografie realizzate con intenti artistici, e giocoforza meno documentative, o comunque più libere dai precetti classici, spesso non vengono comprese.

Dove sarebbe il soggetto?”, ho sentito dire da alcune persone che stavano ammirando una serie di foto di Paolo Pellegrin durante la mostra della Magnum a Roma. Le immagini sono una serie di 12 riprese notturne della scia di schiuma lasciata sulla superficie liquida da una nave appartenente a una ONG impegnata nei salvataggi nel Mediterraneo al largo della Libia (2015): non le classiche foto da reportage, e se non si coglie lo “spostamento semantico” operato da queste foto che rappresentano esattamente quel Mediterraneo che ingoia migliaia di vite, ma in realtà mostrano solo la sua superficie, quella sorta di ennesimo confine – stavolta tra la vita e la morte – che tanti migranti varcano senza ritorno, è impossibile comprendere la bellezza delle immagini e la capacità narrativa dell’autore.

Trovo questa serie assolutamente meravigliosa e commovente. Non è il soggetto, è l’anima sensibile del fotografo a colpirmi.

Lo scopo di una foto che “funziona” non è più vincere la paura della morte e dell’oblio, ma dialogare con chi guarderà le foto, è qualcosa che riguarda la vita, non la morte, anche quando il soggetto – in questo esempio, almeno – è proprio lei, la grande “consolatrice”.

Ora che siamo in estate ci saranno miliardi di fotografie scattate durante le vacanze, in ogni angolo del mondo. Foto che nascono con uno scopo ben preciso: finita la vacanza ricordarci dove eravamo, di come eravamo e con chi. Una funzione semplice: non a caso queste sono le foto più facili da fare in assoluto. Tutti le fanno, tutti le sanno fare. Basta far star dentro l’inquadratura la scena che conta, e le persone, e il gioco è fatto.

A nessuno importa davvero se la foto è “significativa”, riuscita, se comunica qualcosa, è comunque “bella” perché ferma un pezzetto di vita, rallenta l’avanzare del tempo, ci illude che certi attimi dureranno ancora, fissati in immagine, magari molto a lungo.

Il bello è che molti pensano davvero che questa sia la “fotografia”, che tolte magari le foto strettamente destinate all’album (virtuale oramai) dei ricordi, si possano considerare “espressioni artistiche” o comunque personali questi scorci veneziani, i tramonti su spiagge adriatiche, i ritratti di belle ragazze con sfondo tropicale, le prospettive ardite delle architetture esotiche.

Non si tratta di stabilire se le immagini sono ben fatte o meno: spesso lo sono.

Il fatto è che non nascono per raccontare qualcosa di noi, ma solo per solleticare il nostro ego, vincere il nichilismo istintivo che opprime la nostra società, mostrare qualcosa che susciti almeno un po’ di invidia, e giocoforza di ammirazione. Facile ottenere tutto questo nell’era dei social.

Personalmente detesto le foto-ricordo, ne ho pochissime e ci sono enormi buchi nel racconto fotografico della mia vita. Mi son sempre chiesto perché mai bisognerebbe documentare ogni cosa che ci capita: se non riusciamo a tenerlo nella memoria e nel cuore, tenerlo dentro il rettangolo di una fotografia serve a poco.

Ci sono frammenti di vita che vale davvero la pena immortalare, il resto sono solo incrostazioni, che appesantiscono e non ci portano nulla a livello emotivo, se non un po’ di malinconia.

In fondo il passato è passato.

Dovremmo invece raccontare la nostra vita, non mostrare quel che vi accade. Pensaci, magari mentre sei sotto l’ombrellone e stai per scattare l’ennesima foto di moglie o marito o figlio seduto sulla battigia.

La vita è il qui e ora, la fotografia non può fermarla. Può raccontarla, questo si: ma richiede molta sensibilità e tanto impegno, non certo il semplice gesto di premere un pulsante!

Tags: