Fotografare con il corpo

Secondo Dario Mangano (in “Cos’è la semiotica della fotografia”),

da un lato è grazie al corpo che ci affacciamo al mondo (esterocezione), dall’altro esso guarda sé stesso, percependosi percepire (propriocezione). Questo ne fa un’entità ambigua, al contempo soggettiva e oggettiva, intima ed estranea, ma soprattutto data e costruita.

Come fotografi siamo abituati a utilizzare la vista: almeno, siamo convinti di farlo. Ma ovviamente, al momento della ripresa, siamo condizionati da mille altri fattori, come i nostri pensieri, le emozioni, le altre sensazioni (caldo, freddo, umido, ruvido, liscio, e così via).

Difficilmente ci pensiamo su (e questo è male, perché si fotografa più col cervello che con lo sguardo) e ancor meno ci dedichiamo a ragionare sull’influenza che ha – sulla nostra capacità di fotografare il mondo – quell’insieme di “influenze” sia fisiche che psichiche in cui, in realtà, il nostro corpo è costantemente immerso.

 

Facciamo un piccolo esperimento, ti va?

Mettiti al centro di una stanza, chiudi gli occhi e allunga le braccia, in avanti o di lato, è indifferente. Pensaci. Tu non puoi vedere le braccia e le mani, ma sai esattamente dove sono, non è vero? Se sollevi le braccia sopra la tua testa, sai perfettamente che esse sono lì, in alto. E se sollevi una gamba e resti in equilibrio su una gamba sola, sai perfettamente che puoi apparire come un fenicottero in mezzo alla laguna.

Questa si chiama propriopercezione: non importa vedere come sei collocato rispetto allo spazio, se sei piegato verso il basso, se dondoli su un lato, se hai le braccia aperte o aderenti ai fianchi, tu sai come il tuo corpo agisce e si relaziona alle tre dimensioni spaziali euclidee.

Ecco, questa è una “rivelazione” banale, eppure non ci pensiamo mai, e non dico solo mentre scattiamo una foto, dico sempre. Lo diamo per scontato e invece “sentire” il proprio corpo all’interno dello spazio è il primo passo per realizzare delle fotografie più consapevoli.

Sin qui la scienza, ma se non fosse tutto? Se esistessero altre influenze “sottili”, misteriose, improbabili se non addirittura impossibili, non scientificamente dimostrabili?

Premessa: io non credo ai fenomeni paranormali, perché sono fermamente convinto che quello che è reale e dimostrabile sia già così sorprendente, magico e misterioso da offrire materiale degno di meraviglia in abbondanza, e non sento necessità di indagare sull’esistenza di “altro”.

Tuttavia sono anche convinto che quando tante persone credono in qualcosa, ne provochino in qualche modo la comparsa nella realtà. Possiamo definirlo un “effetto placebo sociale“.

Perché, come scriveva il laicissimo Ansel Adams nella chiusura della sua “Autobiografia”, il non credere in entità sacre o spirituali (“superiori” diciamo) non significa affatto che non si possano notare sincronie e percepire energie spirituali, non verificabili ma che modificano comunque quel che facciamo, e come lo facciamo.

Per tanti anni, dunque, e credo ancora oggi, numerosi artisti e fotografi sono stati influenzati da teorie più o meno balzane e strampalate, ma che a volte assumevano i contorni di ricerche serie, che aprivano confini e ponevano questioni – più che dare risposte. E questo avvenne in particolare a cavallo tra il XIX e il XX secolo, e sino all’ultimo dopoguerra.

La possibilità di comunicare con la sola forza del pensiero, ad esempio, è stata una delle tematiche che maggiormente ha affascinato i nostri nonni e bisnonni. E’ possibile comunicare con un’altra persona (o con i morti) grazie al proprio pensiero? Ed è possibile che queste “comunicazioni” influenzino ciò che facciamo, anche a livello artistico?

Molti fotografi affermavano di aver avvertito, nel momento dello scatto, una voce, un sussurro, un sospiro, uno zefiro leggero che provocava un brivido lungo la schiena. E sapete? A me è successo diverse volte, quando fotografavo tra le rovine e i luoghi abbandonati per il mio progetto “Una Momentanea Eternità”.

Ovviamente ho sempre sostenuto che siano suggestioni; penso che lo siano. Diciamo: sono certo che lo siano… Insomma, che altro?

Ad ogni modo lo studioso William Barrett, quando era assistente del noto scienziato John Tyndall alla Royal Institution di Londra negli anni ‘60 del XIX secolo, scrisse che le fiamme sembrano essere sensibili ai suoni di tono alto, cambiando di forma come certe persone cambiano di umore o sono reattive al più piccolo rumore.

Similmente a tali fiammelle, possono esserci persone che hanno la capacità di ricevere messaggi “in tono alto” da spiriti sovrannaturali, che vivono in uno stadio intermedio tra il fisico e lo spirituale. Un fenomeno che può essere descritto come telepatia.

Non bisogna credere che Barrett fosse una figura marginale: nel 1899 divenne membro della Royal Society, e “cavaliere” (Sir) nel 1912. Voglio dire: non era proprio uno sprovveduto o uno stupido. Però io ho provato (di nascosto) a parlare alle fiammelle della cucina, e loro mi hanno sempre ignorato. Ma sarà che non dicevo le cose giuste.

Dall’incontro tra Barrett e Edmund Dawson Rogers, vice presidente della Central Association of Spiritualists, nel 1882, nacque la Society for Psychical Research, che esiste ancora oggi e in cui militarono personaggi del calibro di Lord Rayleigh (che si dedicò allo studio anche della fotografia stenopeica, tra le altre cose), Lewis Carroll (il padre letterario di Alice), Alfred Tennyson e William Gladstone (Primo Ministro britannico, all’epoca).

 

Lo scopo della Società, formalmente, era (ed è) portare nell’ambito scientifico tutte le strambe teorie legate al paranormale. Con quale successo è arduo dirlo.

Il tentativo più efficace di elaborare una teoria in grado di spiegare tanti apparenti misteri che ci circondano, una teoria che oltretutto ebbe importanti ricadute nel campo artistico, venne messo in campo da Charles Howard Hinton, matematico e inventore del Tessaract, in italiano Tesseratto, un ipercubo con 32 lati, 24 facce quadrate, 8 iperfacce cubiche.

Il suo scopo? Dimostrare l’esistenza della Quarta Dimensione spaziale (dunque non temporale come si intende oggi), in quella che venne denominata Geometria Non-Euclidea. Hinton lo usò (si fa per dire) per la prima volta nel 1888 in un libro intitolato “A new era of thought”. In greco “tessara” vuol dire quattro (il noto obiettivo “Tessar” della Zeiss, ad esempio, è composto appunto da quattro lenti) mentre act deriva dal termine “raggi”.

Così il tessaract è un ipercubo a 4 dimensioni e non tre.

Nel suo libro “The Fourth Dimension” (1904) Hinton dà anche precise indicazioni su come realizzare un tessaract. E’ chiaro come nella sua concezione la quarta dimensione è sia fisica che spirituale, ed essendo una dimensione che esiste accanto alle tre che siamo in grado di percepire, ospita tutte quelle entità misteriose, come spettri, mostri, spiriti, e così via.

Mi dirai: in che modo tutto questo può avere una qualche importanza per un fotografo?

Sicuramente fotografi come Minor White saprebbero rispondere meglio di me, ma il punto io credo che sia il fatto che – volenti o nolenti – affondiamo le radici culturali in questo magma sotterraneo di credenze, ipotesi, idee, teorie che per decenni ha riempito non solo le teste di poveri creduloni, ma anche di seri ricercatori e studiosi, oltre a giornali e riviste importanti, e alla fine quando siamo lì fuori in cerca di ispirazione – facci caso – finiamo così sempre per lasciarci conquistare dall’atmosfera, dal “mood” del luogo o della situazione, e percepiamo “altro” rispetto a ciò che vediamo.

Insomma, finiamo per tentare di fotografare quel “cos’altro è” di cui parla White.

Inoltre c’è da dire che soprattutto l’idea di Hinton riscosse notevole successo nei 30 anni successivi, sin quasi allo scoppio della II Guerra Mondiale, arrivando a influenzare il mondo artistico e in particolare i Cubisti (che secondo alcuni si chiamano così perché ispirati dal cubo di Hinton) e Duchamp.

Gli artisti cercarono di sviluppare opere che andavano oltre le tre dimensioni euclidee, spingendosi appunto nella quarta. Non c’è dubbio anche che molti fotografi si ispirarono a queste teorie e gli stessi fratelli Bragaglia, con il loro “Fotodinamismo”, è possibile che non fossero estranei ai concetti legati alla “quarta dimensione”, declinata sia come tempo, sia come spazio.

Il tessaract divenne fonte di ispirazione anche per i poeti, come Apollinaire che ideò i cosiddetti Calligrammi, poesie scritte non in modo lineare ma grafico, per rafforzarne così il contenuto poetico.

Si ritiene che il tessaract possa aver influenzato Lewis Carroll e le storie su Alice. Pensa dunque a quanta fotografia “metafisica” (mi viene in mente Jerry Uelsmann, il padre del concetto di “Postvisualizzazione”, contrapposta alla Previsualizzazione di Adams) sia debitrice di questi concetti, anche se magari presi solo come ispirazione formale.

Charles Sherrington, neurofisiatra, nel 1906 scopre la citata propriopercezione e la cosa ebbe ampia eco nello studio sui Medium, molto di moda all’epoca: la percezione delle cose nello stesso spazio ma in una diversa dimensione.

In pratica, un medium – a differenza delle persone comuni – ha una propriopercezione che si spinge appunto sino nella quarta dimensione. Lo stesso Hinton pubblicò – a tal proposito – un articolo intitolato “Ghosts Explained”.

 

Spingere la “propriopercezione” al di là dello spazio coperto dal nostro corpo (anche se magari non sin dentro la quarta dimensione!) è un esercizio assai utile per un fotografo: l’ho sempre pensato, e anche praticato. Lo ammetto: con esiti altalenanti, ma quel che conta è provare.

Ti propongo dunque un altro piccolo, semplicissimo esercizio, simile al precedente: mettiti al centro della stanza, chiudi gli occhi e allarga le braccia. Ci sei?

Ora cerca non solo di percepire la posizione delle braccia e delle mani, e di tutto il corpo, ma immagina di espanderti, di arrivare a coprire – per così dire – tutta la stanza. Le tue mani si allungano e arrivano a toccare le pareti. Lo senti? Si spostano e cosa incontrano? La tua stampa fotografica appesa al muro, la libreria, i libri, gli oggetti sulla mensola… Non devi solo immaginarli, li devi sentire. Ci riesci?

Ti dico: a volte riesco a sentirli, il più delle volte li vedo con gli occhi dell’immaginazione, che non è la stessa cosa. Però la faccenda è intrigante e mi son reso conto di quanto sia emozionante quando, fotografando in certi ambienti (un bosco, una gola fluviale, un castello diruto…), pur se concentrato a comporre l’inquadratura e a regolare la fotocamera, “sento” anche quel che avviene dietro alla mia schiena. Percepisco, per un attimo, l’ambiente a 360°.

Lo so: sono i miei sensi a sentire i piccoli rumori alle mie spalle, la mia pelle a sentire il refolo d’aria che proviene da dove non sto guardando. C’è sempre una spiegazione. Ma che artisti saremmo se non ci affidassimo all’immaginazione piuttosto che alla ragione sempre e comunque?

Comunque sia, tornando a Hinton e a tutta quella generazione di ricercatori dell’impossibile stile Martin Mystére, bisogna dire che pian piano la moda iniziò a decadere e solo i Surrealisti continuarono a fare riferimento alla quarta dimensione nelle loro opere.

Ma resta un’idea di fondo: che la suddivisione nei cinque sensi è comunque una pura invenzione formale che, secondo Merleau-Ponty (Fenomenologia della percezione, 1945), si basa su una suddivisione di quel sensorio comune che è il nostro corpo, che l’educazione, e dunque la cultura, distingue poi in vista, udito, olfatto, tatto e gusto, attribuendo a ciascuno un preciso valore. Se il corpo è un’unica entità sensibile, chi dice che non sia lo stesso per Gaia (il nostro pianeta) o addirittura per l’Universo?

“Ora, dire che la fotografia è un’esperienza e non un’azione” sostiene ancora Dario Mangano “significa essere costretti a rivederne il senso complessivo. Fino a che si pensa in termini di azioni, infatti, la macchina fotografica può essere considerata un mezzo rispetto all’ottenimento di un fine… Se però pensiamo la fotografia come un’esperienza, tutto cambia. In quanto pratica percettiva essa è un modo di dar senso al mondo, ma anche alla percezione stessa, scardinandone gli automatismi. Quei tanti piccoli ricatti a cui l’abitudine di vedere, sentire, toccare ecc. ci sottopone. Fotografando percepiamo noi stessi nell’atto di percepire e siamo spinti a riflettere su quel mondo che non possiamo smettere di sentire e che, attraverso un corpo trasformato da una macchina, diventa finalmente reale”.

E dunque: apriamo gli occhi, certo, ma soprattutto apriamo la mente alla Meraviglia.