Un’arte massificata?

Ogni essere umano di una data epoca cerca di immaginare il futuro, proprio o delle generazioni che verranno.

Spesso è un gioco di fantasia (se non di fantascienza) ma a volte è una ricerca basata su solidi dati di fatto: si proietta uno sviluppo evidente, già in atto, sulle prospettive future e si cerca di “vedere” cosa avverrà davvero.

A volte ci si azzecca, ma più spesso si sbaglia alla grande e rivedendo film come “2001 Odisea nello spazio” o leggendo libri come “1984” di Orwell la cosa salta subito agli occhi.

Ma fare previsioni è comunque un gioco che diventa quasi virale a ogni cambio di anno, e dunque in questi giorni molti cercheranno di immaginare come sarà il prossimo 2020 e, su questa base, spingere ancora più in là le previsioni.

Riusciremo a evitare la catastrofe ambientale dovuta al riscaldamento globale? Come cambierà la nostra vita con gli sviluppi tecnologici in atto? Avremo mai un’Europa davvero unita? E così via.

I fotografi non sono esenti di certo da queste tentazioni. Scommetto che anche tu ti starai chiedendo come sarà la fotografia del futuro, come verrà concepita e utilizzata e che fotocamere e materiali si utilizzeranno, e se magari verrà superata anche la tecnologia digitale in favore di qualcosa che possiamo – appunto – solo immaginare.

Mi chiedo se i fotografi di dieci anni fa avrebbero mai potuto prevedere la “Phoneography” e l’utilizzo massivo della fotografia come strumento di comunicazione indifferenziato e massificato.

Di certo, ottant’anni fa, c’era già chi aveva fiutato l’aria e indagato quali direzioni avrebbe preso la nuova arte.

Basti pensare alla nota affermazione di Moholy-Nagy secondo cui l’illetterato del (suo) futuro non sarà quello che non sa leggere, bensì quello che non sa fotografare.

Oramai la tecnologia ha risolto questa equazione, e chiunque è in grado di scattare una fotografia sufficientemente buona da essere, comunque, utilizzabile.

Ahimè, a fronte di questo indiscutibile successo tecnologico, si deve rilevare come invece stiano aumentando i cosiddetti “Analfabeti Funzionali“: non più abituati a leggere, ma a solo a guardare immagini, gli esseri umani non capiscono più quel che leggono, quando leggono.

Non è certo solo colpa della fotografia di massa, ma di certo quest’ultima ha dato un importante contributo.

Ma la profezia più azzeccata è quella di Johannes Molzahn (1892-1965, pittore e fotografo): “l’immagine fotografica sarà una delle armi più efficaci contro l’intellettualizzazione, contro la meccanizzazione dello spirito. Dimentica la lettura! Guarda! Questa sarà la parola d’ordine dell’educazione. Dimentica la lettura! Guarda! Questa sarà la linea di condotta fondamentale della stampa”.

Oggi quel che scriveva Molzahn si è pienamente compiuto, facendo di lui una sorta di Zarathustra dell’uso sociale della fotografia. Oggi non si usa più leggere, si fotografa. Un’immagine vale più di mille parole, ci si ripete come un mantra, e fare una foto è più facile e immediato che mettersi a scrivere, sbagliando magari i congiuntivi.

Ma davvero la fotografia può sostituire la scrittura? Davvero smettere di leggere e limitarsi a guardare è una fondamentale conquista dell’era moderna, un dono della tecnologia digitale di cui essere eternamente grati?

Se fotografare è “scrivere con la luce”, è però vero che la fotografia ha dei limiti nel rendere davvero comprensibile quel che mostra.

La sua natura “indicale”, secondo la classificazione di Charles Peirce, cioé la sua sovrapposizione col soggetto – del quale rappresenta una traccia concreta, come un’impronta di un piede sulla sabbia lo è del piede stesso, o una macchia di caffé lo è della tazzina – la rende ideale, almeno apparentemente, per mostrarci le cose come esse sono “per davvero”.

Come scrive Peirce in “Semiotica” (1980) “le fotografie, e in particolare le fotografie istantanee, sono molto istruttive perché sappiamo che per certi versi assomigliano esattamente agli oggetti che rappresentano. Ma questa somiglianza è dovuta alle fotografie che sono state prodotte in circostanze tali per cui erano fisicamente forzate a corrispondere punto per punto alla natura“.

Come si fa a forzare una fotografia a rappresentare davvero e senza scarti ciò che ha di fronte? E questo non dovrebbe avvenire sempre, e in ogni caso, anche se si utilizzano tecniche particolari come il mosso creativo o le esposizioni multiple?

Da anni si trascina la discussione su questa natura indicale della fotografia e su come superarla, ammesso che sia possibile. Per alcuni critici proprio il digitale – con le sue capacità manipolatorie – rappresenta il passaggio decisivo per fare della fotografia non più un Indice, bensì un’Icona che, come nella pittura, è una rappresentazione del soggetto, non una sua pedissequa duplicazione o una sua traccia diretta.

Se è così, gli eserciti di milioni e milioni di “fotografi” che scattano le proprie foto con gli smartphone e le elaborano con le numerose “app” disponibili, stanno creando delle Icone a ogni piè sospinto, e dunque ingannando il prossimo facendogli credere che ciò che è mostrato sia il vero, mentre è solo un artefatto.

Si potrebbe invocare, è vero, la libertà creativa del fotografo, la sua necessità di comunicare quel che sente e pensa, non solo ciò che vede.

Il fatto è che per fare questo – interpretare le emozioni, comunicare il pensiero grazie alle fotografie – serve una forte cultura visiva, la capacità di usare lo strumento non grazie a degli automatismi tecnologici, ma grazie alle proprie competenze ed esperienze.

E torniamo al punto di inizio: anche per fare fotografie occorre avere una “istruzione”, occorre leggere (le fotografie di altri autori), studiare (la tecnica ma anche la storia della fotografia) e dunque saper scrivere, cioé fotografare consapevolmente.

La massificazione della fotografia ha solo portato alla ripetizione spasmodica di un gesto (inquadra, scatta) non a un nuovo linguaggio coerente. “Dimentica la lettura! Guarda!” – che ha una eco nello slogan di Lomography: “non pensare, scatta!” – sembra il grido di tanti utilizzatori della fotografia di oggi: purtroppo guardare non basta, occorre anche saper vedere.

E purtroppo lo sanno fare in pochi, perché senza leggere non si cresce, non si impara. In spirito Surrealista, l’automatismo sembrerebbe anche poter funzionare, ma il risultato è un’ignoranza di massa, in cui la fotografia sembra destinata a sostituire la parola ma, di fatto, diventa solo lo schermo dietro cui nascondere la propria incapacità di comprendere la realtà. Non un gran risultato.

Mi dirai che questo riguarda solo la fotografia appunto massificata, non quella degli “autori”, che la utilizzano consapevolmente e in modo riflessivo. Vero, ma per comprendere la direzione presa dalla fotografia, per cercare di capire dove va davvero la tecnologia, occorre guardare la massa, quel 99% (economicamente) significativo, non certo quell’1% a parole vezzeggiato (“maestro!“, “artista!“) ma di fatto trascurabile rispetto alle scelte di fondo che si faranno nel prossimo futuro.

Esperimenti “FotoFuturisti”

Non a caso gli investimenti e le ricerche più ardite si fanno nel campo degli smartphone, mentre in quello delle Reflex e delle Mirrorless assistiamo a dei miglioramenti, a volte significativi, ma che spostano di poco l’impatto tecnologico. Io utilizzo anche fotocamere digitali vecchie più di dieci anni e non trovo che quelle di oggi possano fare cose totalmente diverse: al più, fanno meglio quelle che fotocamere datate facevano in modo meno performante o più lentamente. Ma prendi uno smartphone di soli tre anni fa e confrontalo con quelli di oggi e un intero universo di differenze ti si parerà dinnanzi.

La massificazione paga. Chi utilizza la fotografia oggi ha pochi punti di contatto rispetto a chi lo faceva solo pochi anni fa. Il panorama è cambiato, e non sono sicuro per il meglio. Un tempo il modello erano i “professionisti” i “grandi fotografi”, oggi sono i “blogger” e gli “influencer”, gente che non sa nulla (o ben poco) di tecnica fotografica, ma sa tutto di come utilizzarla per raggiungere e “catturare” centinaia di migliaia di “followers”. Questo è il panorama attuale, ci piaccia o meno.

Se cerco di immaginare un futuro per la fotografia, penso che chi la concepisce in modo più profondo e intellettualmente cosciente, dovrà fare un grande sforzo per diffondere maggiormente i propri contenuti: non certo “prostituendosi” al mainstream rinunciando – in nome della popolarità – alla propria personale sensibilità, tutt’altro, ma nemmeno ritirandosi in una sorta di torre d’avorio, guardando con disgusto quel che succede su social come Instagram.

Solo la cultura visiva potrà salvare la fotografia da una sorta di annientamento, inevitabile quando la si riduca a mero strumento per scambiarsi informazioni superficiali. Io credo che col tempo tante persone che oggi si sentono come “bombardate” da questa massa di immagini senza capo né coda inizieranno a porsi domande, che è il primo passo per crescere. Non conterà più, allora, se una foto sarà realizzata con uno smartphone o una mirrorless di ultima generazione: si tornerà invece a ragionare dell’emozione che comunica, del suo significato profondo.

In realtà non so se questo accadrà davvero, però per l’inizio del nuovo anno, è questo il mio auspicio e l’augurio che faccio a tutti!

Tags: