Fotografia artistica o funzionale?

Immaginiamo che il mondo della fotografia venga suddiviso in due sezioni, ognuna con un capofila di chiara fama. Insomma che un “dio della fotografia” disponga i fotografi o da una parte o dall’altra.

Da una parte sicuramente potremmo inserire quale “capofila” Herri Cartier-Bresson, il quale dichiarava che il suo compito come fotografo terminasse con la realizzazione del negativo (oggi diremmo del file RAW), per cui poi faceva stampare le sue foto da altri, così come oggi molti professionisti affidano lo sviluppo dei file a esperti di software.

Dall’altra parte possiamo invece mettere Ansel Adams, il quale sosteneva con convinzione che il negativo (aca file RAW) era solo il primo passo nella realizzazione di una foto e si dovesse dunque per forza arrivare alla stampa, da eseguirsi personalmente (come parte integrante del processo creativo).

I due approcci non potrebbero essere più diversi, così come i due fotografi. Non a caso Cartier-Bresson ebbe a dire di Adams, durante la Seconda Guerra Mondiale, “il mondo va a fuoco e lui fotografa sassi!” mentre quest’ultimo affermava che se avesse potuto stampare i negativi di Bresson allora si che le foto sarebbero state all’altezza della sua fama!

La distanza abissale tra questi due magnifici Maestri della fotografia è anche quella che divide i fotografi: da una parte quelli che ritengono che la fotografia prima di essere arte (e se diventa arte è solo involontariamente) è soprattutto uno strumento di narrazione, di comunicazione, svolge insomma una funzione e dall’altra quelli che ritengono la fotografia un fatto creativo, artistico (non a caso si autodefiniscono fotografi “Fine Art“) e solo successivamente anche una forma di linguaggio che serve a portare il “messaggio” al pubblico.

Se poi analizziamo le cose più in dettaglio, tale distanza si riduce molto, perché ad esempio lo stesso Adams riteneva che la fotografia fosse utilissima a propagandare la causa ambientalista e dunque la utilizzava abilmente per promuovere la creazione di nuovi parchi nazionali o la protezione di aree particolarmente selvagge e intatte. Però, tale utilizzo veniva solo dopo l’aspetto emotivo.

Le foto insomma, dovevano prima di tutto colpire la fantasia e il cuore dello spettatore, mentre per Bresson era il cervello a dover entrare in azione in prima battuta, lasciando all’aspetto emotivo il ruolo di “esaltatore” del messaggio.

A volte, le filosofie dei due potevano avere anche strani incroci, come quando parlando della sua foto più nota, “Moonrise over Hernandez“, Adams si spinse a richiamare il “momento decisivo” di HCB: la foto venne infatti scattata con la massima velocità, prima che il momento magico passasse. Un solo scatto e poi il buio, letteralmente.

A essere onesti, dal punto di vista pratico forse ha ottenuto di più Ansel Adams che HCB, il quale non è certo riuscito a fermare guerre o orientare politiche internazionali dovendosi limitare a raccontarle da par suo. Viceversa A.A. si può considerare, insieme a Rachel Carson (col suo libro “Primavera Silenziosa“), tra i fondatori del movimento ambientalista internazionale moderno, ottenendo grazie alle sue foto la creazione di parchi nazionali o la salvaguardia di territori selvaggi come l’Alaska. E, oggi, è ancora un riferimento in questo campo, mentre Cartier-Bresson lo è principalmente in quanto grandissimo maestro della fotografia ma – ahimé – le sue fotografie sono diventate oramai puro archivio storico.

Infatti, se la fotografia dei “luoghi selvaggi” praticata da Adams tende a non invecchiare velocemente (un paesaggio grandioso emoziona oggi come un tempo), le fotografie di Bresson ci raccontano (in modo eccellente) un mondo che oramai vediamo come semplice ricordo, come fermo nella storia e non più attuale.

Gli eventi passano, le nazioni cambiano, la gente muore mentre invece le montagne, le valli fluviali, le grandi foreste – se non capitano eventi catastrofici o l’uomo non ci mette lo zampino – se ne stanno più o meno tranquille al loro posto. Cambiano anche loro, ma troppo lentamente perché possiamo accorgercene. E infatti schiere di emuli fotografano ancora oggi “Clearing winter storm” scattando dal parcheggio di New Inspiration Point esattamente come fece Adams.

Viceversa, è di fatto impossibile replicare le foto di Bresson, con rarissime eccezioni.

C’è da dire che la fotografia contemporanea, specie in Europa, si concentra molto di più sui paesaggi antropizzati e a rischio, che invece cambiano molto velocemente (troppo velocemente e anche male) ma quel che interessava ad Ansel Adams era la vera “wilderness”, un concetto che in Europa è difficilmente declinabile.

Comunque, guardando al mondo della fotografia, la divisione ancora oggi continua a sopravvivere con forza e diventa anche geografica, con i fotografi americani molto più votati al “Fine Art” – con le eccezioni di quelli che fanno riferimento a movimenti come i New Topographics – e quelli europei dediti invece soprattutto alla fotografia “impegnata” e dunque giocoforza meno “bella” e artistica.

Tu da che parte stai?

Ti senti più un artista o più un narratore? Debbo ammettere che mi pare che molti propendano per la prima ipotesi, ritenendo che il fotogiornalismo o la “narrative photography” siano generi complessi e poco divertenti, mentre essere artisti e un po’ “bohemienne” fa anche figo. E poi i commenti classici che vedi sui Social non dicono, più o meno, “che capolavoro!”, “eh, ma sei un artista!” o cose del genere?

Temo che forse oggi entrambe le categorie siano in netta decadenza, o almeno ci si identifichi poco con entrambe, complici i cambiamenti sociali, culturali e tecnologici degli ultimi anni. Fotografi dediti da sempre al fotogiornalismo più duro e puro (penso a Steve McCurry, ad esempio) oggi dicono che in verità mirano soprattutto al mercato dell’arte e del collezionismo – anche perché di giornali in grado di sostenere il loro lavoro quasi non ce ne sono più – mentre anche i fotografi che già prima militavano nel settore del “Fine Art” si sono trovati scalzati da milioni di fotografi digitali in grado di creare fotografie quasi perfette e anche ben intonate al colore del divano o della carta da parati su cui le loro stampe andranno poi montate. Insomma, quel mercato lì quasi non esiste più.

Perché il settore delle fotografie “artistiche” ha sempre campato sul desiderio delle persone di avere un bel “quadro” da appendere in salotto, non certo su quello dei grandi critici internazionali. E non credere che riguardi solo i fotografi poco noti: lo stesso Adams scrisse – durante un periodo di profonda e comprensibile crisi negli anni ’50 – che “è stato uno shock comprendere quante delle mie stampe e libri vendano a causa del soggetto e non per le loro potenzialità espressive“!

Insomma, è poco chiaro che direzione stia prendendo la fotografia nel suo insieme, probabilmente verso una sempre più massiccia ibridazione con altri medium, ma resto sempre dell’idea che lavorare per progetti sia comunque la soluzione migliore. Che poi siano realizzati con fotografie “fine art” oppure con un metodo più affine al reportage, di certo nascono intorno a un’idea – auspicabilmente buona – e quella (per ora) resta ancora qualcosa di forte e tenacemente umana. AI permettendo…

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