Di pirati e fotografi

Essere bastian contrari a volte paga. Di certo si finisce per farsi riconoscere e questo, in un’epoca che ha fatto dell’urgenza di emergere dalla massa un suo tratto caratteristico, può già essere qualcosa di molto positivo.

 

Poichè si ritiene che tutto sia stato visto, detto, ribadito, quando qualcuno – nel caso specifico un fotografo – trova una tecnica, o una variante di una tecnica, in grado di farlo distinguere dai miliardi di scatti che vagano online, è davvero come aver trovato il Sacro Graal.

O aver rapinato il più ricco dei galeoni spagnoli di ritorno dalle americhe.

I pirati sappiamo tutti chi erano. C’erano quelli di Mompracem (le “tigri”) narrati da Emilio Salgari, grande viaggiatore di fantasia dato che in quei mari esotici non c’era mai stato; c’erano quelli dei Caraibi, che predavano le navi colme d’oro che salpavano dal Centro America dirette in Europa, resi famosi dalla serie di film interpretati da Johnny Depp. E in verità ci sono anche quelli armati di mitra e barchini ultraveloci che pattugliavano sino a non molto tempo fa lo stretto di Hormuz a caccia di ricche navi commerciali da assaltare.

Ma il pirata che abbiamo in mente tutti, sin da quando eravamo ragazzini, è quello con la bandana, la pezza sull’occhio e magari una mano mozza armata di uncino come nella favola di Peter Pan. Roba da Walt Disney più che da libri di storia.

Ma la logica di fondo secondo cui agisce il pirata resta sempre quella: si rubano forzieri colmi di dobloni d’oro e li si accumula in un posto segreto, segretissimo, generalmente una caverna.

Il bravo pirata eliminava senza tanti complimenti i compagni di scorrerie che conoscevano la posizione della grotta, tracciava una mappa che solo pochi sarebbero stati in grado di interpretare e alla sua morte il tesoro rimaneva disperso sinché, come ne l’Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson, qualcuno non riesca a trovare la mappa, interpretarla e scovare il tesoro stesso.

Bene la “Logica del Pirata” che anima tanti fotografi, più o meno di successo, è esattamente come in queste storie che ci siamo sentiti raccontare tante volte, o che abbiamo letto nei libri, visto al cinema o in televisione.

C’è la fase dell’assalto, quella in cui il fotografo cerca disperatamente di identificare una metodologia interessante e promettente, possibilmente poco o affatto nota, che poi farà sua spacciandola come “invenzione casuale“, e magari registrandola per proteggerne i diritti (anzi, il “copyright” che fa più figo).

Esistono in effetti tecniche e procedure fotografiche protette da diritti, magari solo come nome commerciale, oppure brevettate sebbene quasi mai resistano all’imitazione, magari con piccole varianti.

Un caso esemplare è quello dei “Cinemagraphs”, le foto animate create da Kevin Burg e Jamie Beck.

Oggi ci sono software che offrono quasi in automatico la possibilità di crearli, ma finché la tecnica è rimasta “misteriosa” è stata davvero un tesoro per i due fotografi americani, che su di essa hanno costruito una carriera di successo.

E nel 2014 fece scalpore il fatto che Amazon abbia registrato un brevetto per una tecnica per ottenere foto di soggetti su sfondo bianco (sai che invenzione!). Teoricamente nessun fotografo potrebbe realizzare senza autorizzazione foto di questo tipo.

Ad ogni modo, visto che tutto o quasi è stato già sperimentato e inventato, si tratterà di varianti, o di tecniche ibride, ottenute miscelando abilmente risultati già ottenuti da diversi fotografi del passato, poco noti ai più.

I citati “Cinemagraphs” sono ad esempio un’evoluzione delle classiche foto GIF.

E “l’invenzione” di Amazon non è nemmeno tale, ma solo la registrazione di qualcosa che nessuno prima aveva mai pensato di brevettare.

Ma ottenuto in qualche modo questo tesoro, occorre abilmente nasconderlo, sia mai qualcuno arrivi a capire come un determinato risultato sia stato conseguito.

Ho visto decine di fotografi mostrare (online ma non solo) fotografie in cui la tecnica se non è tutto, certo è prevalente, e dare solo spiegazioni minime e fuorvianti su come sono state ottenute. Niente mappe del tesoro!

Non vorrei sembrasse che questa mia narrazione voglia essere una pura e semplice critica di un simile atteggiamento (anche se un po’ lo è).

Anche io mi tengo stretti i piccoli “trucchi” che mi sono costati lunghi mesi di prove e sperimentazioni, e che magari mi hanno portato a ottenere risultati che mi piacciono e che secondo me sono interessanti.

Per un mio lavoro sulla bellezza delle piante ho ad esempio ideato una variante della tecnica del Lumenprinting (una tecnica “cameraless” in cui si utilizza della carta fotografica con sopra il “soggetto” e poi esposta al sole), che ho chiamato “Oxydolumenprinting” e che prevede il ricorso anche alla cianotipia.

Già dicendo questo, però, una prima “mappa del tesoro” l’ho fornita. Non c’è bisogno di fare tutorial, va bene nascondere il proprio tesoro se ci teniamo davvero, ma almeno lasciare una traccia, fornire un’indicazione affinché altri, con prove e tentativi, possano escogitare una propria strada, mi sembra sia un atteggiamento più positivo.

Ma non è solo di questo che vorrei parlare. In realtà credo che la “Logica del Pirata” nasconda soprattutto un grande pericolo: che la riuscita di una foto possa risiedere tutta nella tecnica con cui è stata realizzata.

Esistono, è vero, generi fotografici in cui la tecnica ha un’importanza notevole (il citato Lumenprinting ne è una prova), ma in linea generale la tecnica può essere sempre imitata, ma l’ispirazione no.

E’ l’idea che sta dietro una foto che conta, non certo il fatto che sia stata realizzatta all’ultravioletto o all’infrarosso, che sia un’esposizione multipla o un mosso intenzionale, un’elaborazione digitale o che sia stata fatta con ottiche strane e “speciali”.

La bellezza ed efficacia dei nudi deformati di Bill Brandt certamente è debitrice della fotocamera Kodak supergrandangolare che il fotografo ha utilizzato dopo averla scovata in un mercatino, ma è legata alla capacità di Brandt di “vedere attraverso” la fotocamera, seguendo però la propria ispirazione.

E quando Gjon Mili, emigrato negli anni ‘30 negli USA, divenendo nel 1937 assistente del professor Harold Edgerton, tra i primi ad usare la fotografia stroboscopica per fermare l’istante, si rese subito conto delle potenzialità artistiche ed espressive di questa tecnica, che utilizzò per rendere visibile la sua ispirazione, la sua idea di fermare il movimento; lo stesso vale quando per fotografare nel 1949 il pittore Pablo Picasso applicò una prima forma di “light painting”, facendo creare al maestro una serie di dipinti inesistenti muovendo una luce nell’aria durante l’esposizione.

E di esempi ne potrei fare molti di più. Oggi che impera il digitale, realizzare “trucchi e trucchetti” è facile e alla portata di tutti. Si pensa sempre di aver scoperto chissà che, di aver trovato la formula magica per essere originali e innovativi. E’ un’illusione.

Rinuncia alla logica del Pirata: l’unico vero tesoro da gestire, arricchire e proteggere è dentro la tua testa e il tuo cuore, sono le tue idee e le tue emozioni, e il tuo entusiasmo.

Puoi utilizzare ogni possibile tecnica, ma la foto che otterrai sarà sempre scarsa e inutile, se non ti lascerai guidare dalla tua ispirazione!

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