A colori o in bianco e nero

In un articolo pubblicato sul giornale SoHo Weekly News nel 1980, la giornalista Judy Linn pose una questione interessante: “se la fotografia fosse stata inventata a colori, a chi sarebbe mancato il bianco e nero?”.

In effetti è una domanda legittima. Se la storia della fotografia fosse stata declinata a colori, forse il BN sarebbe stato visto colo come un “effetto” o magari come un’originale scoperta di qualche autore che, solo per questo, avrebbe raggiunto grande notorietà.

La ricerca del colore in campo fotografico non è certamente cosa recente. Il fisico James Clerk Maxwell già nel 1861 realizzò una prima proiezione di immagini a colori, grazie alla filtratura attraverso i tre colori RGB e grazie alla collaborazione del fotografo Thomas Sutton. Per la precisione il soggetto dell’esperimento era un tartan scozzese. E Louis Ducos de Hauron ideò la prima stampa a pigmenti colorati nel 1868, dunque si può considerare l’inventore della fotografia a colori basata sulla sintesi sottrattiva.

Per non parlare dell’invenzione dei fratelli Lumiére, quelli del cinema, che crearono un sistema che utilizzava grani di fecola di patate colorati per ottenere stampe molto pittoriche: non a caso il loro sistema (Autochrome), brevettato nel 1903, rimase in uso in ambito pittorialista per molti anni, almeno fino agli anni ’30. In effetti si ottenevano fotografie che ricordavano la pittura impressionista e il “pointillisme” o Puntinismo.

Il resto è storia assai più recente, come sappiamo, quando intorno alla metà degli anni ’30 nacquero il Kodachrome prima e l’Agfachrome poi. Ma, diciamocelo, almeno sino agli anni ’50 la fotografia era solo in Bianco e Nero e per altri vent’anni lo era comunque la fotografia considerata “seria”. Insomma, il colore era per pochi appassionati ma soprattutto per gli amatori (danarosi, dato i costi) o per le foto pubblicitarie e di moda.

Ma come sarebbe andata se il Dagherrotipo e poi il Calotipo (i primi sistemi fotografici “di massa”) fossero nati direttamente a colori?

Il quesito potrebbe apparire superfluo, un po’ come discettare del sesso degli angeli. E invece no, a mio parere ha senso eccome. Perché in verità spesso utilizziamo il Bianco e Nero senza davvero porci la questione di cosa esso rappresenti. Non è, per dire, come negli altri generi artistici.

La pittura è da sempre a colori e solo poche tecniche come il disegno a matita, il carboncino o le stampe a inchiostro come la litografia o la xilografia venivano normalmente concepite come monocromatiche. Non c’era dunque alcun dubbio che già da secoli la rappresentazione della realtà prevedeva in modo preponderante l’uso del colore. Gli sguardi di coloro che ammiravano queste opera si aspettava il colore, e anche vivace. Basta entrare nella Cappella Sistina (ora, dopo il restauro in modo particolare) per esser aggrediti da colori degni di una diapositiva della Fuji o della Kodachrome dei bei tempi.

Addirittura i graffiti presenti nelle grotte e realizzati con il carbone vegetale avevano comunque parti realizzate con il colore, grazie all’argilla o altre terre colorate. Voglio dire: chiunque si guardi intorno percepisce la realtà a colori e così vuole rappresentarla. Un po’ aveva ragione Luigi Ghirri quando diceva che il mondo è a colori e così lui lo fotografava. O no?

Alla questione si è dedicato soprattutto Joel Meyerowitz, che al dilemma ha anche dedicato un libro (“A question of color” pubblicato da Thames&Hudson nel 2023), naturalmente analizzandolo dal suo punto di vista, quello di un fotografo che, come quasi tutti nati in piena epoca analogica, aveva iniziato con il Bianco e Nero tranne poi passare al colore. Quando inizia a fotografare – negli anni ’60 – si pone il problema di come mostrare le foto alle persone e le diapositive a colori si potevano proiettare, grandi, su una parete. Oppure si poteva portare il rullo negativo a sviluppare in un laboratorio e il giorno dopo ritirare le stampe. Col Bianco e Nero invece occorreva attendere di avere un po’ di rulli, svilupparli con calma, fare i provini. Un processo lento, da persone pazienti, e Meyerowitz – racconta – non era affatto un tipo paziente. L’idea della camera oscura, delle lunghe ore passate al buio a creare la stampa perfetta era un qualcosa di veramente distante dalle sue corde. Insomma, il colore era il modo più semplice e diretto di fotografare, e quello più immediato di mostrare agli altri il proprio lavoro.

In fondo, mi vien da dire, è così ancora oggi.

E’ vero che abbiamo ampia possibilità di scelta. Non siamo vincolati al Bianco e Nero e nemmeno al colore, sebbene per motivi tecnologici, se non scegliamo fotocamere digitali appositamente progettate per scattare in modalità monocromatica, praticamente il risultato sono sempre foto a colori che solo dopo possiamo convertire in Bianco e Nero. E non è una piccola differenza rispetto a un tempo, quando la scelta la facevamo prima, acquistando una specifica pellicola piuttosto che un’altra. Queste scelte avevano grandi conseguenze. Come detto, chi preferiva il Bianco e Nero doveva pensare a come mettere in piedi una Camera Oscura, se voleva fare le cose seriamente. Ovvio che si finisse per dividersi in due “partiti” contrapposti.

Sebbene sia relativamente semplice convertire una foto digitale in Bianco e Nero, come un tempo richiede un processo ulteriore, ulteriori competenze e del tempo in più. Se si vogliono stampare le foto – anche con una stampante inkjet – si hanno parecchie complicazioni per non avere dominanti strane e i neri profondi e i bianchi puliti come un tempo con la stampa da negativo. Difficoltà presenti anche nel colore, ma meno visibili e meno problematiche. La verità è che tutto il sistema tecnologico è calibrato sul colore: lo sono le stampanti, lo sono le tipografie, lo sono anche i vari device. Col Bianco e Nero si combatte per evitare la dominante ciano o magenta nei libri, per evitare che la tanto ricercata calibrazione tra luci e ombre vada del tutto persa e così via. Ancora oggi il Bianco e Nero è per gente paziente e preparata. Se vogliamo una bella percentuale del suo fascino consiste in questo.

Non a caso in alcuni generi fotografici il Bianco e Nero è prevalente, pensiamo al reportage o alla fotografia “fine art”. Forse perché presentare le proprie foto in Bianco e Nero è segno di distinzione e di serietà. Io stesso ho, nel mio profilo Instagram, solo foto in Bianco e Nero. Dopo aver letto la citazione della Linn, però, ho iniziato a chiedermi perché. Mi viene naturale lavorare in Bianco e Nero, questo è ovvio. Ma quanto conta l’eredità del passato, il sentirmi vicino ai miei “eroi fotografici” e quanto è invece una semplice scelta di campo, quasi l’adesione a una tifoseria per cui il colore è bello, ma vuoi mettere il Bianco e Nero? Mi sono scoperto a non saper rispondere.

Nel mio archivio ho diversi progetti realizzati in BN, con accanto la versione a colori. Oggi, in fondo, il digitale permette di avere facilmente le due versioni. E ogni volta è una sofferenza. Il dubbio mi rode. Certo, a colori le foto sono più leggibili, anche più fruibili e insomma se uno le pubblica in un libro sicuramente l’insieme verrà più vario, articolato, magari meno noioso, chissà.

Diciamolo: un progetto in BN appare più uniforme – son tutti bianchi, neri e grigi – e dunque se scatti in stagioni diverse quasi non si vede, puoi concentrare l’attenzione sulle forme e sulle textures, puoi creare fotografie vagamente irreali calcando sul contrasto e sui grafismi, insomma le foto BN sono certamente più interpretative e personali. Il colore – a meno di non rischiare il kitsch – di rado permette gli interventi concessi al fotografo BN.

Ma davvero è tutto qui? Aspettarsi una risposta definitiva è impossibile, perché non esiste. Probabilmente la verità sta nella sensibilità e nella cultura del fotografo. Che poi è esattamente quel che sottolinea Meyerowitz: non è che il BN sia superiore al colore o viceversa. E’ che ogni fotografo “sa” quando la propria foto esprime compiutamente la propria personale visione. Sono famose le invettive di alcuni grandi fotografi del passato contro l’uso del colore (la più nota è quella di Walker Evans, che pure ha scattato anche foto a colori) o sui pericoli che un uso sconsiderato di questo poteva comportare, come scrisse Edward Weston sottolineando l’importanza che le foto a colori non fossero “foto in Bianco e Nero colorate“. A due linguaggi diversi corrispondono due approcci diversi. Ed è l’approccio che conta.

Ma, sempre con riferimento all’osservazione di Judy Linn, il fatto è proprio che la fotografia è nata in Bianco e Nero e non ha solo offerto un diverso modo di rappresentare il mondo, ci ha aperto gli occhi su un mondo completamente diverso. La realtà non è affatto come la vediamo nelle fotografie, che mentono sempre. Questo vale anche per il colore. Ma nel Bianco e Nero questo è ovvio ed evidente, chi lo utilizza sottintende una dichiarazione d’intenti che più o meno recita: “non voglio mostrare il mondo com’è in realtà, ma voglio filtrarlo attraverso il mio sguardo, la mia cultura, la mia sensibilità“. Non rappresentazione bensì interpretazione senza fraintendimenti, perché nessuno vede il mondo in Bianco e Nero. Certo potremmo pensare – io oramai lo penso – che proprio per questo il colore possa offrire nuove sfide, per fare in modo che da un lato offra allo spettatore la sensazione di vedere il mondo com’è, ma dall’altro ne offra un’interpretazione che riveli tutta la creatività del fotografo. Il che significa che forse scegliere non dovrebbe dipendere dai nostri gusti o scelte di campo, ma dalle necessità del nostro lavoro fotografico.

A volte il colore serve, a volte no: come autori abbiamo il pieno controllo. Ma presumo che le tifoserie continueranno a esserci!

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