Ragionandoci su, una delle caratteristiche che più amo nei film è che il finale è già scritto. Voglio dire: esiste una sceneggiatura e se anche chi l’ha scritta cerca di non farci capire fino all’ultimo “come va a finire”, pure sappiamo che la conclusione è qualcosa di definito, di sicuro, di incontrovertibile.
Nei film di qualità si lascia spazio a un finale a sorpresa o almeno non scontato, in quelli più banali invece si capisce sin dall’inizio dove si andrà a parare.
Nei film romantici, ad esempio, i due protagonisti si odiano a morte, si trovano incompatibili, antipatici, si stanno insomma sulle balle. Ma sappiamo bene che alla fine si innamoreranno. Nei film di avventura il nostro eroe dovrà affrontare pericoli e insidie pazzesche, ma alla fine ne uscirà vincitore, se ne può dubitare? Diciamo che quel che interessa a noi spettatori è capire come riuscirà a cavarsela, il succo è tutto lì.
Tra l’altro il fascino dei film gialli, invece, sta proprio nel fatto che non si capisce fino all’ultimo chi è l’assassino, e quando si capisce subito vuol dire che il film non è ben realizzato, oppure che è in verità un polizesco e noi seguiamo i ragionamenti del detective per arrivare al punto in cui noi siamo sin da subito: a conoscenza del colpevole.
La vita, manco a dirlo, non è così. Abbiamo inventato il concetto di destino (ma non manchiamo mai di sottolineare che comunque non è del tutto “scritto”) proprio per consolarci pensando che ci sia una sorta di sceneggiatore nell’Universo che ha già scritto la trama della nostra vita, ma è ovviamente un’illusione. Dobbiamo essere noi gli sceneggiatori, e di sicuro non potremo mai sapere se i coprotagonisti rispetteranno il copione. In verità quasi mai lo fanno, ahimé.
Visto che ho sempre amato fare paralleli tra la fotografia e il cinema (oltre che con la letteratura) queste considerazioni mi hanno fatto anche riflettere su come i progetti fotografici migliori siano in effetti proprio come la vita: aperti, senza tesi precostituite.
Se possiamo nascere incendiari e morire pompieri, come si usa dire dei giovani rivoluzionari poi finiti “con un impiego in banca” come cantava Gino Paoli, così un progetto fotografico dovrebbe seguire le incertezze e la mutabilità della nostra esistenza. Se guardiamo a “Exiles” di Koudelka, ad esempio, ci rendiamo conto di poter accompagnare l’autore nei suoi vagabondaggi di apolide che non sa quel che sarà di lui, ma intanto vive e fotografa.
Anche nella fotografia di paesaggio, o nella street, potremmo fare considerazioni simili. Mi sembra, guardando “Sleeping by the Mississippi” di Alec Soth, altro esempio, di vedere il viaggio nel suo farsi, le emozioni nel loro sgorgare dal profondo. Di esempi ce ne potrebbero essere tantissimi. Ogni progetto fotografico memorabile rifugge da tesi precostituite e nasce invece dalla volontà del fotografo di porsi in un contesto o di essere testimone di uno o più eventi e attendere che “il soggetto si riveli al fotografo che ha scelto” direbbe Minor White.
Questo non significa non pianificare i progetti, anzi.
Non credo sia possibile realizzare qualcosa – ancor meno un libro fotografico o una mostra – senza una profonda valutazione del tema da svolgere e dell’idea che ne deriva, la raccolta di materiali, la pianificazione logistica e anche iconografica. Ma, sinceramente, si vede quando poi il fotografo resta intrappolato in questa gabbia, quando non riesce a divincolarsi da ciò che “deve” fotografare e al modo in cui “deve” farlo – perché così ha scelto in un dato momento – ottenendo un progetto rigido, prevedibile, che si sa già “come andrà a finire”. Così dopo le prime foto, si tende ad andare avanti velocemente, o ad abbandonare il libro o la mostra, tante sono le ripetizioni, le sottolineature, i giri retorici (casomai lo spettatore non capisse bene) e così via.
Sono certo che sarà capitato a tutti, prima o poi, di vedere libri o mostre così. A volte, lo ammetto, sono rassicuranti. Siccome, magari, le foto sono ben fatte (diciamo pure belle) sappiamo già a priori che il libro ci piacerà. Ma davvero conoscere la trama di un film non ce lo renderebbe noioso? Ammetto che può succedere che questo abbia risvolti positivi: appunto, si evitano sorprese e dunque ci si rilassa. E’ il motivo per cui quando arriva l’estate mi piace rispolverare i DVD (lo so, sono un boomer) di film visti e rivisti: è un rito, potremmo dire. E se i “Blues Brothers” non hanno certo più sorprese per me, tuttavia guardare quel film mi dà sempre piacere. Ma diamine, il mondo del cinema è comunque andato avanti. Così anche la fotografia.
Vi faccio un esempio, ancora una volta cinematografico (ma la fotografia del film è una delle sue caratteristiche migliori), molto più recente. Ieri sera ho visto su RaiPlay il film francese “L’Erede” di Xavier Legrand. E’ un thriller, ma lo potevo sapere solo perché così è indicato nella scheda che lo presenta. Di fatto, per metà del film non succede nulla di rilevante, sebbene nemmeno nulla di noioso, semplicemente facciamo conoscenza del protagonista Elias Barnés, uno stilista parigino di successo interpretato da un bravissimo Marc-André Grondin, e veniamo a conoscenza del rapporto complicato che ha con il padre, che in realtà non vediamo mai perché entra nella storia solo grazie alla sua morte improvvisa avvenuta in Canada. Senza questa prima parte – affatto esplicativa, non sappiamo davvero perché i due non si amino e si siano anzi allontanati – non potremmo comprendere quel che accade dopo il “turning point”, tra l’altro breve e drammatico ma gravido di conseguenze. Il finale è di quelli aperti, molti elementi vanno al loro posto, ma non si sa davvero se ci saranno conseguenze e quali.
La fotografia entra nel film anche perché c’è un elemento importante: la copertina di una rivista in cui è previsto un ritratto del protagonista – con modelle che indossano i suoi abiti – e la scelta della foto finale, il lay out che fa un po’ da collante nello sviluppo della storia e giustamente il regista chiude proprio con il tablet – che poi si spegne – su cui vediamo questa copertina.
Riportiamo tutto questo in ambito fotografico: un progetto è davvero come una sceneggiatura. Deve presentarci i protagonisti e i rapporti tra i vari elementi. Poi deve introdurre l’elemento di rottura (o anche di continuità, in ipotesi diverse) e concludere dando un suggerimento finale oppure lasciando aperta la porta a possibili interpretazioni dello spettatore. Fateci caso, e vedrete che nei progetti che più amiamo spesso questo schema è rispettato: foto d’apertura che ci introduce, ci coinvolge, ci “acchiappa” e foto finale che ci lascia con le emozioni in subbuglio, o con riflessioni da fare, o semplicemente grati per quel che abbiamo visto. Nel mezzo tante emozioni, di diverso tipo a seconda del genere del progetto.
Quanti progetti conosci che sono realizzati così? Non tantissmi, in effetti. Anche perché non è facile realizzarli. Però, di certo, funzionano dannatamente alla grande. Perciò se vuoi entrare nel mondo della progettualità fotografica, dammi retta: guardati un bel film.