Fotografia Europea

Nei miei post su questo blog ho spesso insistito sulla necessità, per un fotografo, di visitare le mostre fotografiche e, a maggior ragione, i Festival. Sono appena rientrato da uno dei più importanti appuntamenti di questo tipo in Italia, “Fotografia Europea” a Reggio Emilia (il tema di quest’anno è “Fantasmi del quotidiano“) ed è stata un’esperienza che mi ha fatto riflettere, mi ha anche emozionato, di certo mi ha offerto molti spunti a livello professionale.

Tutto questo, chiariamolo subito, non ha nulla a che fare con il fatto che le foto, e i progetti, mi siano piaciuti o meno. Diversi mi sono piaciuti, altri meno, alcuni affatto, com’è ovvio e giusto che sia. Ogni visitatore reagisce in modo diverso agli stimoli – lo vedremo, non solo visivi – che un evento come questo propone. Si tratta anche dell’aspetto positivo della fotografia contemporanea: di sicuro è difficile lasci indifferenti.

Il festival si svolge coinvolgendo otto sedi espositive diverse all’interno del bel centro storico della città emiliana, sebbene il “cuore” sia costituito da un lato dal Chiostro di San Pietro (dove si trovano anche il bookshop e la biglietteria), dall’altro dal Palazzo dei Musei (dove ha sede tra l’altro uno straordinario museo naturalistico) con il vicino Teatro Valli. Questo non per sminuire le altre sedi, di assoluto interesse, ma perché nel primo la presenza di numerose mostre e installazioni consente davvero una full immersion nel mondo della fotografia contemporanea – a volte con declinazioni che esulano dal concetto vero e proprio di “fotografia” – mentre nelle altre due sedi possiamo ammirare un grande classico, con una mostra di Luigi Ghirri di cui dirò tra poco oltre ai lavori dei vincitori del premio dedicato al grande fotografo emiliano.

Non voglio dilungarmi troppo sulle tante mostre che ho visitato, basta andare sul sito dell’evento per trovare le indicazioni necessarie. www.fotografiaeuropea.it

Mi limito a segnalare quelle che mi hanno colpito di più, a cominciare da “Le Jardine d’Hannibal” di Marine Lanier, dedicato a un orto botanico in quota sulle Alpi che diventa anche una riflessione sui mutamenti climatici e in generale sul nostro rapporto con la natura. Mi è piaciuta molto inoltre l’esposizione di diversi lavori di Simona Ghizzoni in cui l’autrice – nota ritrattista e attivista per i diritti delle donne – mette insieme sia fotografia tradizionale che installazione, ricorrendo tra l’altro ad antiche tecniche come la cianotipia.

Interessante anche la collettiva di progetti intitolata “Ghostland” a Palazzo da Mosto, curata da Arianna Catania, tra cui a mio parere spicca il progetto di Alisa Martynova che rielabora con l’AI alcune sue fotografie, riflettendo così sul rapporto uomo/macchina e creando comunque delle immagini di grande impatto, valorizzate da un allestimento efficacissimo.

C’è anche, a Palazzo Scaruffi, un’esposizione di foto storiche e fotocamere d’epoca che non potrà non far battere il cuore a ogni appassionato: in fondo, nonostante i grandi progressi della tecnologia, è da lì che veniamo, da quei dagherrotipi, dagli ambrotipi, dalle stampe alla gelatina, dai banchi ottici e dalle Leica. Sono le fondamenta su cui costruire.

Come dicevo, diversi autori hanno sentito la necessità di travalicare i confini della fotografia, forse percepiti come insufficienti, arrivando a creare installazioni in cui entrano i video e gli effetti sonori. Alcuni di questi esperimenti sono obiettivamente interessanti e a volte coinvolgenti, tuttavia resto dell’idea che un Festival della fotografia dovrebbe essere più focalizzato su quello che, almeno per il momento, concepiamo come – appunto – immagine “ferma” e “muta”, che credo possa, proprio in forza di questi limiti apparenti, avere la capacità di dire molto, forse di più. Ma riconosco che è opinabile.

A proposito di “dire di più”, arriviamo alla sezione dedicata a Ghirri e ai suoi eredi spirituali. Tra i vincitori del premio a lui dedicato mi ha particolarmente colpito ed emozionato il progetto di Karim El Maktafi che tratta il tema delle migrazioni, e dei naufragi, con rara sensibilità e un rigore che non finisce mai per essere mera emotività, ma che anzi fa riflettere esponendoci alla semplice visione degli effetti della nostra indifferenza. Notevole anche il lavoro di Cinzia Laliscia, segno che tra i giovani fotografi, a cui il concorso si rivolge, qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione.

Essendo il sottoscritto un attempato fotografo appartenente a una generazione che è cresciuta con dei punti di riferimento ben precisi, e non solo dal punto di vista fotografico, ovviamente ho apprezzato sopra ogni cosa la bellissima esposizione dedicata a Luigi Ghirri.

Non un’antologica qualsiasi, ma una selezione accorta organizzata intorno a un filo narrativo ben preciso: la musica. Come ogni appassionato del fotografo ben sa, Ghirri amava la musica quasi quanto la fotografia, e ha collaborato attivamente con grandi artisti pop italiani come Lucio Dalla, i CCCP, Luca Carboni, ma ha anche realizzato un gran numero di copertine di dischi di musica classica, in mostra al Teatro Valli, creando una connessione poetica tra la musica di Vivaldi, Chopin e altri maestri immortali e le sue immagini. Dunque entriamo in contatto con una delle parti più autentiche, personali ed ispirate dell’opera omnia di Ghirri. Inoltre la mostra dà finalmente il giusto risalto alla figura della compagna di Ghirri, Paola Borgonzoni, un’artista e una grafica tra le più rilevanti del nostro paese che ha lavorato non solo a fianco di Ghirri, ma è stata di fatto l’altra metà di un duo creativo di rara forza e intensità, specialmente quando si pensa, appunto, al mondo dell’editoria fotografica (e non solo) o alle copertine dei dischi.

Già questa mostra, sinceramente, valeva il viaggio.

Insomma, ognuno potrà trovare all’interno di Fotografia Europea gli stimoli per comprendere sia il “da dove veniamo” che il “dove stiamo andando” e su questo imbastire una riflessione.

Il Festival è in fase di chiusura, ma c’è ancora tempo sino a domenica 14 giugno per visitarlo.

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