L’importanza di essere imperfetto (in fotografia)

La storia dell’umanità è alla fin fine solo una continua, estenuante ricerca della perfezione. Si vorrebbe essere sempre più efficienti, sempre più veloci, sempre più tecnologici, sempre più intelligenti… Il limite viene continuamente spostato in avanti, generazione dopo generazione.

Ma davvero noi siamo migliori dei nostri nonni, bisnonni o trisavoli? Davvero siamo stati capaci di creare un mondo più giusto e sostenibile?

Indubbiamente, in molti campi sono stati fatti dei passi avanti enormi, basti pensare alla speranza di vita, che sino a non molto tempo fa si fermava a 40-50 anni e oggi supera gli 80 anni. Ma al dunque, dobbiamo sempre fare i conti con i nostri limiti più profondi, il nostro essere soltanto dei mammiferi, genere Homo, specie sapiens, sottospecie sapiens. Carne, sangue, cellule.

Alla nostra intrinseca imperfezione ci dovremo abituare, prima o poi: dovremo sottostare alla nuda e cruda realtà che non saremo in grado di spingere il limite in avanti all’infinito. E dunque, la vera perfezione nasce laddove si riesca, pienamente, ad accettare la propria imperfezione. E’ accettare il limite l’unica autentica saggezza, non la continua ricerca del suo superamento.

Essere vuoti e pronti a recepire la stimolazione, per trovare la risposta nel tempo necessario, che sia poco o tanto non ha poi importanza. È questo un concetto importante dello Zen, la filosofia giapponese che si è diffusa in Occidente forse come risposta proprio alle problematiche di cui stiamo parlando.

 

Lago di Bolsena – Bisenzio (Capodimonte)

Una fotografia stenopeica realizzata con una semplice scatola e un pezzetto di carta fotografica bianco e nero. La foto è imperfetta (ci mancherebbe) ma è in questo che risiede il suo interesse.

Lo Zen, che deriva dal buddismo indiano e cinese, indica la via del vuoto: non possiamo riempire un contenitore pieno, questo è ovvio. Dunque, svuotare la mente significa predisporla a recepire nuove idee, nuove risposte. Che vengono trovate, più che elaborate.

Durante un combattimento, il samurai (un appartenente alla casta dei guerrieri dell’antico Giappone) doveva evitare ogni coinvolgimento emotivo, dimenticarsi la paura della morte, l’orrore dell’uccidere e diventare tutt’uno con la sua spada, rispondere a ogni colpo non ragionando sulla strategia migliore e più adatta, ma lasciando scorrere l’energia attraverso se stesso e la sua arma, diventare tutt’uno anche col nemico. Un samurai che si fosse messo a riflettere su come rispondere adeguatamente al fendente che l’avversario gli stava per sferrare, era il più delle volte un samurai morto.

Il processo intellettivo è enormemente più lento di quello energetico (o istintuale, se vogliamo usare questo termine). “L’azione istintiva è la chiave dell’arte Zen del combattimento con la spada. Il combattente Zen non doveva pensare razionalmente alle sue mosse; il suo corpo agiva senza ricorrere a una pianificazione logica. Questo gli dava un prezioso vantaggio su un nemico che doveva invece riflettere sulle sue azioni e dunque tradurle in un piano logico di movimento del braccio e della spada” spiega Thomas Hoover nel suo libro Zen Culture.

Come scrisse Daisetzu Teitaro Suzuki, forse il massimo divulgatore dello Zen in Occidente, “la tecnica va superata, così che l’appreso diventi un’arte inappresa che sorge dall’inconscio […]. L’uomo è un essere pensante, ma le sue grandi opere vengono compiute quando non calcola e non pensa. Dobbiamo ridiventare come bambini attraverso lunghi anni di esercizio nell’arte di dimenticare sé stessi. Quando questo è raggiunto, l’uomo pensa eppure non pensa. Pensa come la pioggia che cade dal cielo; pensa come le onde che corrono sul mare; pensa come le stelle che illuminano il cielo notturno; come le foglie verdi che germogliano sotto la brezza primaverile. Infatti lui stesso è la pioggia, il mare, le stelle, il verde. Quando l’uomo ha raggiunto questo grado di sviluppo spirituale è un maestro zen della vita”.

A questo punto, l’essere umano diventa anche capace di apprezzare l’imperfezione, soprattutto se sublime.

La sublime imperfezione è quella che ci permette di non disperdere inutilmente energie nella ricerca di una impossibile perfezione (vale per ogni nostra attività), e dunque ci fa vivere nel presente e apprezzare le cose per quello che sono davvero. L’imperfezione ci ricongiunge al mondo concreto, ci libera dalle illusioni. Tutta la cultura giapponese è impregnata di questa filosofia, chiamata Wabi Sabi.

L’artista (e il fotografo) Wabi Sabi non segue le regole assegnate alla propria arte come si fa in Occidente, ma utilizza una logica fuzzy, in cui il suggerire è molto più importante dell’affermare.

Foto realizzate con un obiettivo auto costruito partendo da una mezza sfera di vetro. Niente di nitido, ma la realtà si trasforma

Ovviamente, visto che non siamo giapponesi, né praticanti lo Zen (almeno in gran parte), è particolarmente difficile applicare alla lettera la filosofia del Wabi Sabi; è però certamente possibile trovarvi ispirazione, cercando la “purezza dell’imperfezione” nel mondo che ci circonda, iniziando magari a infrangere certe regole che noi fotografi ci portiamo dietro da sin troppo tempo, in favore di fotografie più sbilanciate.

O riprendendo soggetti che normalmente vengono ignorati, perché troppo comuni o banali. O riprendendo soggetti comuni in modo nuovo, diverso, alternativo, ad esempio.

Ma da quando è stata inventata, la fotografia ha cercato principalmente di ottenere il massimo della fedeltà nella riproduzione del reale (o supposto tale), sfruttando al limite la tecnologia.

Obiettivi sempre più nitidi e luminosi, pellicole (e poi sensori) via via più sensibili e incisi, tecnologie avanzatissime hanno creato nei fotografi l’illusione che non ci fosse alcun limite alla perfezione.

Si poteva, e dunque si doveva, fare in modo che la nitidezza sfiorasse livelli altissimi, che ingrandimenti a metro quadro fossero osservabili da vicino senza perdere nemmeno una piccola parte della propria assoluta qualità.

Ottiche alla fluorite, apocromatiche, costosissime, unite a fotocamere di livello spaziale, hanno aiutato generazioni di fotografi ad ottenere sempre il meglio, e hanno arricchito i fabbricanti, ovviamente. Ad un certo punto, però, la sbornia di tecnologia ha creato assuefazione, e più di qualcuno ha cominciato a chiedersi se non stavamo perdendo per strada un elemento importante: la creatività.

La perfezione può essere davvero un nemico serio del fotografo, ed è proprio in reazione alle infinite possibilità offerte dalla fotografia digitale che è nato il movimento della Lomografia e delle Toy Cameras: dando per scontato che il mezzo tecnico ci farà necessariamente realizzare foto pesantemente imperfette, ci si può invece concentrare sul contenuto dell’immagine, che diventa a questo punto il discrimine unico e reale tra una foto riuscita e una sbagliata.

Foto TTV (Trough the Viewfinder), cioè ripresa attraverso il pozzetto di una finta biottica anni ’50 della Kodak. Non esistono limiti alla fantasia quando si tratta di “rovinare” una foto!

Questa tensione tra atto creativo e perfezione tecnica è sempre stato uno dei “problemi” della fotografia, che è la più “tecnica” delle Arti, quella che più dipende da mezzi meccanici ed elettronici.

Così, mentre l’invenzione della fotografia ha permesso alla pittura di liberarsi dal legame con la realtà (a quel punto delegata appunto a Dagherrotipi e Stampe al Collodio) e di cercare nuove strade espressive (basti pensare ai pittori Impressionisti, che a volte erano anche fotografi), la fotografia si ancorava sin troppo alla necessità di rappresentare il “reale”.

Sembrava fosse questa la sua unica missione possibile: testimoniare il presente.

D’altra parte, però, come diceva Ansel Adams,non c’è niente di peggio della fotografia nitida di un’idea confusa”.

La più classica delle foto “vuote” è quella assolutamente perfetta, ultranitida, realizzata con potenti mezzi tecnici, eppure fredda e poco comunicativa.

La gran parte dei fotografi dilettanti aspira esattamente a questo: ad avere la fotocamera più potente e “figa” del momento, il cavalletto in fibra di carbonio più robusto e leggero possibile, l’obiettivo superluminoso e professionale in grado di risolvere una marea di linee per millimetro e poi, con tutta questa parafernalia, trovarsi nel momento giusto (cioè con una buona luce) in un posto o in una situazione interessante (per lui). Click! Ecco la foto.

Leccata, perfetta, non mossa, non sfocata, pesantissima (ci sono lì dentro almeno 16-24-36-50 megapixel di roba), ben esposta. E che cosa comunica? Il vuoto spinto.

Il soggetto è ripreso nel modo più standard possibile, la regola dei terzi è pienamente rispettata, l’orizzonte è dritto (anche grazie alla livella stile aereonautico presente nella fotocamera), le alteluci non sono pelate, le ombre non sono chiuse.

Ma se si chiede al fotografo cosa volesse esprimere, risponderà che il soggetto era bello, e lui l’ha ripreso al meglio.

D’altra parte, in tutte le Arti esistono esecutori perfetti ma privi di creatività. Poeti in grado di limare il verso sino a renderlo trasparente (e insignificante), romanzieri intenti a riempire le loro storie di arditi dettagli che alla fine fanno perdere il lettore nei meandri dell’inconsistenza, pittori che spacciano per innovativo anche l’ennesimo quadro di un veliero tra le onde, e così via.

Eppure tutti noi sappiamo che è proprio dalla rottura delle regole che nasce la creatività.

 

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