Negli ultimi post pubblicati in questo blog mi sono spesso chiesto se davvero abbiamo bisogno di opere – fotografiche e non solo – che non comunicano o che lo fanno secondo logiche che alla stragrande maggioranza delle persone appaiono incomprensibili. Ovviamente la risposta varia a seconda della cultura e della sensibilità di coloro che rispondono. Per alcuni opere apparentemente poco comunicative sono magari coinvolgenti e stimolanti mentre magari ciò che a me appare intrigante ed emotivamente forte per altri è noioso e inutile.
Insomma, non ci sono di certo risposte univoche, ma mi vien da pensare che potrebbe pure esistere qualcosa che si collochi tra l’incomunicabilità e il qualunquismo banale, insomma dei progetti fotografici che senza rinunciare a essere originali e sopra le righe, pure non siano destinati a pochi addetti ai lavori.
E questo ci porta alla riflessione ulteriore che vorrei condividere oggi.
Visto che oramai ci troviamo immersi in una “società liquida”, come la definiva il sociologo Zygmunt Baumann, non dovrebbe poi sembrare strano che esista anche una “fotografia liquida” in cui si perdono i confini tra comprensibile e oscuro, in cui la stessa scelta delle fotografie, l’editing, l’impaginazione si possono ricomporre scartando ogni riferimento alla tradizione, in modalità sempre diverse. Nulla sembra avere confini definiti, tutto è mutabile e mutante, tutto può essere rimodellato senza che ci siano limiti definiti, ancor meno regole certe, neanche quelle del “linguaggio fotografico” – o lessico fotografico – che si è sedimentato in quasi due secoli di storia della nostra arte.
Perciò la fotografia riflette la nostra società – spesso incomprensibile nelle sue dinamiche – e se ne fa interprete diventando a sua volta, spesso, incomprensibile. Potrebbe fare altrimenti se affronta certe tematiche?
Non lo so, quel che so – e lo verifico quasi quotidianamente parlando con altri fotografi o appassionati – è che nelle mostre e ancor più nei libri spesso fatichiamo a raccapezzarci: in mancanza di un filo che leghi ogni foto, che ci permetta di seguire una logica, rimaniamo spaesati. Probabilmente lo scopo dell’autore è proprio questo, disorientarci per renderci più sensibili al tema affrontato che magari non è lineare – pensiamo a tematiche di tipo sociale, politico, etico – e dunque non può essere raccontato nelle modalità classiche, un po’ come la guerra nelle sue nefaste conseguenze richiede un dipinto stile “Guernica” per smuovere le coscienze piuttosto che un dipinto figurativo che diventa mera celebrazione di “eroismo”.
Vero, ma come sosteneva Baumann, la flessibilità rende la società vulnerabile e una libertà “senza precedenti” finisce per condurre verso una “gioia ambigua”, frutto dell’incertezza. Parlava della società, ma lo stesso può valere per la fotografia: quanti progetti “di un certo tipo” finiscono per essere male interpretati e alla fine non compresi davvero? In tal caso il danno è maggiore del bene che se ne può ricavare, è una “gioia effimera”, una specie di “eureka!” frutto invece di un malinteso.
Il fotografo pensa di liberarsi dalle catene delle convenzioni e di entrare in questo torrente di “artisticità liquida” che scorre libero e senza argini, ma rischia poi di sfociare in un mare senza confini in cui non si sa nemmeno chi siamo e cosa stiamo dicendo. A mio parere la fotografia liquida è una fotografia che serve solo a chi pubblica i libri o ai curatori degli stessi o delle mostre. E il fotografo finisce per essere come quel tale che pisciava in mare sostenendo “tutto fa”.
Così il sociologo e scrittore Francesco Morace ha coniato un’altra definizione, quella di “società gassosa”, talmente eterea e inconsistente da diventare invisibile, leggera, dispersa. E dunque a mio parere esiste anche una “fotografia gassosa”, che porta con chiarezza a quella che Morace definisce “la sindrome del pallone gonfiato“, che dà il titolo al suo ultimo libro.
Il fotografo “gassoso” (e non solo lui) si gonfia, si gonfia, si gonfia e finisce per esplodere sollecitato dalla crescita a dismisura dal proprio ego. Viviamo nell’epoca dell’Io, ogni cosa fa riferimento solo a noi stessi. Non che prima questo elemento non ci fosse, ma si stemperava nella ricerca di un’appartenenza a una tribù, a una fede politica o religiosa, a un “noi” che potesse ancorare i nostri desideri e condurli all’interno di confini ben definiti. Tali limiti si è cercato giustamente di allargarli, ma oggi si sono addirittura dissolti e pian piano si è dissolto tutto e assistiamo allo spettacolo di una società di “palloni gonfiati” e per quel che ci riguarda di “fotografi gonfiati” con un ego ipertrofico, che si sentono pietra di paragone di ogni cosa. Se il pubblico non li capisce non gli importa, l’importante è che li capiscano i sodali del “mondo dell’arte”, coloro che contano davvero. Tra palloni gonfiati ci si intende.
Una volta avevamo l’Io narrante che attraverso la propria sensibilità ci raccontava emozioni, storie, luoghi. Oggi prevale l’Io-e-basta.
Naturalmente sto estremizzando per fini polemici, e mi scuserete. In fondo è una classica tecnica di quando si vuole evidenziare un aspetto che non ci trova d’accordo: lo si porta verso l’esagerazione. Però invito tutti i miei lettori a riflettere su questo aspetto della fotografia liquida e poi addirittura gassosa (e volendo anche sulle società occidentali che seguono la stessa strada).
Io propongo di andare verso quella che potremmo definire la “fotografia flessibile”, in cui la massima libertà espressiva e creativa si sposi però con un costante sforzo di restare comprensibili e comunicativi e – aggiungo – di restare davvero fotografi, insomma cercando di realizzare fotografie valide, anche piacevoli e belle a vedersi, perché no? La nota polemica di Ugo Mulas sulle foto che dovevano essere “buone” e non “belle” si scontra con il fatto incontrovertibile che le sue foto erano sicuramente belle. Ma anche buone, certo. Ma se fossero state buone e non belle magari avrebbero avuto un impatto minore verso il pubblico. Le eccezioni in tal senso sono rare. Perciò lo scopo di un bravo fotografo è di tenere assieme i due elementi. Invece la qualità visiva e iconografica delle foto è andata completamente persa, sull’onda della libertà conquistata grazie al dilagare dell’Arte contemporanea.
Che poi sarebbe facile dimostrare che i pittori più noti e amati realizzavano opere magari astratte ma affatto estranee alle logiche dell’estetica. Ma questo è un altro discorso, che magari affronteremo prima o poi.