Quel che resta del sogno

Riprendo il discorso sulla perfezione di cui abbiamo già parlato in un precedente effeventidue, inquadrandolo da un altro punto di vista. Dato che l’argomento sembra aver stuzzicato una certa discussione, e auspicabili polemiche, e generato qualche salutare “insulto” sui social, cerco di spingerlo ancora oltre. Facciamoci del male, insomma.

Scrivendo le considerazioni che stai per leggere, e che nascono ovviamente da riflessioni personali e senza alcuna pretesa di rivelare verità assolute (se esistono), ho avuto in mente soprattutto i fotografi principianti, quelli che si affacciano ora in questo mondo affascinante e che sono tra le prime vittime di una sorta di oniomania (dal greco onios, in vendita) o SAC (Sindrome da Acquisto Compulsivo) che, se non lo sai, è un vero disturbo del comportamento.

Chi ne soffre pensa che acquistando merci possa placare la propria ansia così come il fotografo agli inizi pensa che acquistando l’attrezzatura migliore che è in grado di permettersi potrà superare la propria (naturale) incompetenza. Purtroppo non funziona praticamente mai.

Ma andiamo con ordine.

Qualunque persona dotata di una fotocamera (anche quella inserita in uno smartphone) quando si trova in un posto nuovo o di fronte a una situazione interessante, che la intriga, compie automaticamente due gesti: inquadra e scatta.

Purtroppo per la gran parte delle persone questi sono gli unici due elementi in grado di portare a una fotografia. Peccato che prima, dopo e nel mezzo ce ne siano molti altri, e ne abbiamo parlato spesso in questo blog. A molti non interessa, e ovviamente ognuno è libero di pensarla come vuole.

Ma se stai per partire per il viaggio della tua vita, o anche semplicemente per un fine settimana intrigante e vuoi tornare a casa con delle foto fatte veramente bene, davvero significative, quali sono i passi da compiere?

Ho la formula giusta per te. Imbattibile. L’ho trovata appunto oggi andando a rivedere alcuni libri che avrei intenzione di rileggere, cosa che poi non farò (e di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno, mi sembra).

Allora. Lo scrittore americano (e tanto fricchettone) Robert Pirsig nel suo libro più noto, “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” osservò acutamente: “volete sapere come dipingere un quadro perfetto? E’ facile: fatevi perfetti, poi dipingete naturalmente”.

Un consiglio facilmente applicabile anche alla fotografia. Allora, caro aspirante fotografo, ecco la formula magica: devi diventare perfetto e vedrai che tirerai fuori delle immagini indimenticabili dalla tua fotocamera!

Dici che non è così semplice? Beh, no, in effetti. Bisogna infatti prima di tutto stabilire cosa accidenti possa voler dire “essere perfetti”.

Io conosco fotografi perfettamente incompetenti, che a volte nemmeno riescono ad accenderla, la fotocamera. Sono perfetti, è vero, ma la loro è una perfezione inutile ai fini che ci siamo dati. Dunque la perfezione, in questo caso, è riferita ad una caratteristica, o a una serie di caratteristiche positive e utili dell’individuo fotografante.

D’altra parte, viviamo in una società che mira sempre alla perfezione e non la raggiunge mai (ovviamente). Uno deve essere perfettamente elegante, scrivere perfettamente in italiano, esprimersi in modo perfettamente chiaro, camminare perfettamente dritto, fare il proprio lavoro in modo perfetto.

 

europa, italia, marche, urbino

Se non sei perfetto, almeno a livello esteriore (insomma, se non fai almeno finta di esserlo) hai perso in partenza, secondo questa logica. Altrimenti, dovrai metterti seriamente a studiare per imparare la perfezione.

Purtroppo solo le divinità nascono (per definizione) assolutamente perfette, gli uomini possono al massimo impegnarsi a diventarlo. Diciamo però che quel che davvero funziona è l’aspirazione a diventarlo: è come cercare il Santo Graal, un inseguimento perenne, che non è detto arrivi mai a una fine, ed è molto meglio così.

Non ci sono scorciatoie, anche se ti hanno detto che con la tecnologia digitale chiunque, anche uno stupido, è in grado di fare una fotografia. E visto che molti acquistano tali fotocamere credendo a questa balla, direi che in fondo hanno ragione.

Ci sono fotocamere foolproof, a prova di idiota, questo è noto. Ma una cosa imparala subito: con questi aggeggi infernali farai delle fotografie corrette (a fuoco, ben esposte, ecc.) ma non è detto che riuscirai a fare fotografie memorabili.

da pisainformaflash.it

Per fare una “bella” foto non serve solo una fotocamera (buona o pessima poco importa), serve soprattutto – se non esclusivamente – un fotografo. Ti sembra ovvio? Ebbene, pare sia la cosa che quasi tutti finiscono per dimenticare, quando si parla di fotografia. Strano non credi?

Altra rivelazione: chi compra una fotocamera non è un fotografo, è un acquirente o un consumatore. La differenza va colta se si vuole arrivare a fare qualcosa di più dello scatto con la propria fidanzata (o fidanzato, marito/moglie, sorella/fratello, amico) che fa finta di reggere la torre di Pisa (che pende, che pende…) o che fa lo stesso con la Torre Eiffel, magari tenendola per la punta.

Da travel.fanpage.it

La dimostrazione di un altro assunto importante, e cioè che anche con i cliché più triti e ritriti (in pratica dunque con qualsiasi soggetto) un bravo fotografo riesce a realizzare una fotografia di qualità e soprattutto significativa, quel che sbrigativamente si definisce una bella foto, ce la da Frank Horvat che sfrutta il grandangolo e il gioco prospettico con la Torre Eiffel per fare ben altro che uno stupido gioco.

Foto di Frank Horvat

Sia chiaro, non è che giocare e fare gli scemi non possa essere divertente (ma io la banalità la trovo sempre irritante, sarà un mio difetto), però riuscire a comunicare emozioni è un altro paio di maniche. Richiede tempo e dedizione, passione e un pizzico di fattore C (che non guasta mai).

Henri Cartier-Bresson (HCB per gli amici), uno dei più grandi fotografi di reportage della storia, tra i fondatori della mitica agenzia Magnum, utilizzava una tecnica infallibile: il mimetismo.

Ogni persona (ma anche gli animali) reagiscono in modo scomposto di fronte a una fotocamera, e in genere se la prendono col fotogiornalista che sta dietro l’obiettivo con ingiurie, insulti e a volte con il lancio di oggetti: i meglio organizzati, in località come l’Afghanistan, ricorrono più comodamente al proprio AK47. In queste condizioni, con i proiettili di grosso calibro che ti inseguono, e nonostante la presenza sulla fotocamera di efficienti sistemi di stabilizzazione, è assai difficile ottenere foto nitide e non mosse.

Alcuni fotografi invece di cercare di gestire tale situazione, la sfruttano in qualche modo (pensa a Robert Capa che fotografò lo sbarco in Normandia durante la Seconda Guerra Mondiale e capirai cosa intendo), oppure cercano di convincere l’armato che non vogliono rubargli l’anima, o cose del genere, sebbene a volte sia l’armato che vuole rubarsi la fotocamera, da rivendere al mercato nero per poi acquistare i proiettili con cui disperdere i fotografi che verranno.

Fatto sta che HCB, sia in territori tranquilli come l’Europa, sia in situazioni assai meno tranquille, si collocava in un angolo e, senza fotografare, attendeva. Giorni, a volte settimane. A forza di vedere quello strano tizio allampanato, con la fotocamera al collo, tutti i santi giorni, dopo un po’ la gente tendeva a dimenticarsi di lui, a considerarlo parte del paesaggio quotidiano (se un giorno HCB non si presentava, subito si spargeva una voce: che fine ha fatto quell’omino strano?).

A quel punto iniziava a fotografare, certo che lo avrebbero accettato, anzi che nemmeno lo avrebbero visto. La tecnica funzionava egregiamente, aveva solo una controindicazione: richiedeva un sacco di tempo. Mesi per fare un servizio, quando oggi una rivista ti chiede le foto dopo due giorni. E anzi, se si sta seguendo un qualche evento, le vogliono cinque minuti dopo la fine dell’evento stesso, trasmesse via Internet da un capo all’altro del mondo.

La velocità, la fretta, hanno ucciso il vero reportage (ma complice è stata anche la televisione). Insomma, la perfezione, per HCB, consisteva nell’ottenere le foto che lui valutava necessarie a illustrare un servizio, a prescindere dal tempo che questa operazione richiedeva.

Durante un normale tour turistico, la gran parte della gente questo tempo non ce l’avrà, sollecitata dalla guida armata di quelle assurde antennine retraibili, ma anche di palloncini, pezzi di plastica, ciuffi di piume e altre amenità del genere, che fanno tanto bastone pastorale (e in fondo il gruppo di turisti che la segue sembra proprio un variegato gregge di anime), per non parlare dei compagni di viaggio che hanno fretta di tornare in hotel per assalire le pietanze che rischiano di freddarsi nel buffet.

Per questo chi invece viaggia in modo autonomo, anche se avrà comunque dei tempi non molto lunghi, potrà ottenere decisamente dei risultati migliori. Soprattutto se si riesce nell’impresa di sfruttare i tempi morti, quelli che gli altri compagni di viaggio sprecano nel letto, pensa un po’, dormendo (ignavi!).

Ti hanno spiegato (e se non l’ha già fatto qualcun altro, lo faccio ora io) che la luce migliore è quella dell’alba, quando – oltretutto – non c’è folla in giro, e la tranquillità è massima. Allora esci in modo felpato dall’hotel (svegliando il consierge all’ingresso che ti prenderà per un povero mentecatto malato di insonnia) e gettati nella mischia (che non c’è a quell’ora, ma è un modo figurato per dire: datti da fare!).

Se sei al mare, goditi i colori del cielo riflessi sulla superficie liquida, passeggiando sulla spiaggia spoglia dei bagnanti; se sei in montagna, segui il sentierino sino al belvedere, o entra nel bosco in cerca di spiragli di luce; e se sei in città, goditi il suo lento risveglio, le prime persone in giro, i commercianti, gli artigiani, i senza casa, tutto.

E la scena si può ripetere la sera, perché anche tramonto e crepuscolo regalano appetitose opportunità fotografiche da non perdere (sperando che per te siano più appetitose della cenetta che invece ti perderai).

Evita le immagini banali (un cielo all’alba o al tramonto sono un utile sfondo, non un soggetto di per sé, tranne rari casi), sforzati di provare emozioni, di avere idee, e poi di trasferirle sul sensore (o sulla pellicola, se sei un inguaribile tradizionalista).

Occorrono pratica e un occhio allenato. Ricordati sempre che, come diceva Ansel Adams, “non c’è niente di peggio di una foto nitida di un’idea confusa”: in altre parole, ciò che devi cercare è la sensazione, l’idea, il concetto da esprimere, poi che la foto sia tecnicamente perfetta o meno è un dettaglio in qualche modo secondario.

La perfezione di cui parlavamo all’inizio sta tutta in ciò che si vuole esprimere, laddove folte schiere di pseudofotografi la cercano soltanto nelle proprie costose attrezzature. Una ricerca vana.

 

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