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Fotoreportage alla Basilica de la Virgen de Guadalupe

L’UOMO NELLA FOLLA – Rubrica di Street Photography, di Alex Coghe

La devozione alla Vergine di Guadalupe è una manifestazione sincretica di credenze cattoliche e azteche.

Il suo culto è molto sentito in Messico, specialmente durante le feste di dicembre, quando indios, meticci e criollos si ritrovano insieme in festa alla Basilica e la rendono la destinazione di pellegrinaggio cattolico più visitata al mondo.

Parte del telo che rappresenta la Virgen de Guadalupe

L’acme si raggiunge il 12 di Dicembre, il “Día de la Virgen”, una delle date più importanti per il calendario messicano, giornata nazionale di festa, in cui milioni di pellegrini visitano la Basilica (quest’anno, più di 10 milioni nei 3 giorni dell’11-12-13 dicembre). 

Il pellegrinaggio da tutto il Paese e anche dall’estero avviene con ogni mezzo: autobus, biciclette, cavalli e, naturalmente, a piedi

All’interno della Basilica è conservato il mantello o tilmátli di Juan Diego Cuauhtlatoatzin, l’azteco a cui, secondo la tradizione, nel 1531 apparve la Virgen Morenita (“Vergine meticcia”) raffigurata sul mantello stesso.

L’immagine della Virgen di Guadalupe, che appare come una giovane indigena, rappresenta da 5 secoli l’ideale riscatto delle popolazioni indigene assoggettate alla conquista spagnola, ed è uno degli elementi fondanti della cultura messicana. 

La notte fra l’11 e il 12 dicembre, l’enorme atrio della Basilica di Guadalupe si riempie di pellegrini: persone di tutte le età e di tutte le regioni del paese si riuniscono, sia fisicamente che spiritualmente.

Molti gruppi di danzatori e musicisti vengono per offrire alla Vergine  la loro arte. Antichi  riti pre-ispanici e cerimonie cattoliche si mescolano e la nazione del Messico presenta unita il suo omaggio alla Vergine.

In questo articolo ti presento alcune delle foto che ho realizzato la scorsa settimana alla Basilica, e un breve commento a quella che è stata per me, come sempre, una giornata di fotografia davvero coinvolgente. 

Come fotografo documentarista in Messico mi occupo di religione da anni, e da anni documento le celebrazioni dicembrine della Virgen de Guadalupe.

Lo faccio da profano, interessato soprattutto a evidenziare quel rapporto intimo e profondo che il credente ha con il mistero e il divino.

Da buon fotografo documentarista, non giudico e non ho preconcetti: il mio interesse è rivolto, piuttosto, alla valenza sociale ed antropologica che attraversa inevitabilmente questa ricorrenza.

Sono poi perfettamente cosciente dell’idea che alcuni fotografi hanno del fotografare le processioni religiose: si pensa che tutto sia clichè e che non meriti più di essere raccontato visualmente.

Pur rispettando il loro punto di vista, io credo che si sbaglino.

Ho analizzato moltissimo me stesso e il mio lavoro realizzato in tutti questi anni alla Basilica: le mie motivazioni, il mio approccio, il mio stato mentale, cambiano di anno in anno, e come conseguenza cambiano le mie foto.

Spesso cambio anche gli orari di copertura dell’evento, basandomi su quello che è il mio interesse narrativo e su quello che voglio evidenziare. Quest’anno la mia valutazione ha tenuto conto anche delle condizioni atmosferiche che non hanno permesso di sfruttare le ore dorate a causa di un tempo grigio e con della foschia.

Dal punto di vista squisitamente tecnico ho lavorato esclusivamente con una focale 28mm, con le piccole Fujifilm X-E2 e la X70.

Molti colleghi sono spesso equipaggiati con grandi reflex e flash, ma a me non interessa lavorare in quel modo. Fotocamere piccole e leggere  invece mi permettono di muovermi al meglio, assicurandomi maggiore discrezione, requisito fondamentale per fare un certo tipo di fotografie. (Cfr. il mio articolo Vivere La Strada – Riflessioni di uno street photographer).

Quest’anno ho fotografato alcune ore la sera dell’11 e poi la mattina del 12.

Mi sono concentrato sul cogliere la spontaneità di certe situazioni, e ho anche cercato di spingere un pò sia dal punto di vista formale (compositivo) che da quello narrativo, provando a raccontare quello che altri colleghi non avranno raccontato.

E’ facile infatti, in queste occasioni, cadere nel già visto, e questo è qualcosa che bisogna assolutamente evitare.

In eventi del genere non di rado mi capita di vedere altri scattare la tipica “foto del guerriero Mexica che assume una posa fiera e di lotta”. A Città del Messico è un soggetto molto in voga.

Come fotografo documentarista si devono evitare questo tipo  di cliché, così come le  scene costruite e poco spontanee.

E in eventi del genere il pericolo di questo è sempre dietro l’angolo: è pieno di fotografi, e i pellegrini, soprattutto quelli impegnati nelle danze e negli antichi riti, sono assolutamente consapevoli di questo.

Certo, sono impegnati a offrire il loro omaggio alla Vergine ma, contemporaneamente, sanno di avere un pubblico che segue (e fotografa) le loro gesta.

Questo contribuisce a influenzare le loro azioni, soprattutto quando vedono un fotografo che si avvicina. Il segreto è spesso dunque essere consapevoli di questa situazione ed essere in grado di gestirla per restituire comunque visualmente qualcosa che non risulti falso e costruito.

Ci sono tanti modi diversi di raccontare eventi come questi.

A me interessa uno sguardo il più possibile sincero.

Quest’anno il lavoro che ho realizzato mi soddisfa molto. Credo di essere stato in grado di offrire, a chi guarda le foto, la sensazione di essere lì e di fargli sentire l’atmosfera di quelle giornate così particolari.

Mi interessava presentare cosa significa per i devoti essere alla Basilica, documentare le loro emozioni e il senso di appartenenza, ma senza reticenze.

Ho mostrato e descritto ad esempio anche il problema della tanta spazzatura che viene prodotta ogni anno e che renderà occupati gli spazzini per intere giornate.

Ho scelto di presentare anche scene esterne all’atrio della Basilica e dunque presentare anche quello che avviene fuori, nel Barrio chiamato La Villa.

Nonostante li “copra” da anni, i giorni de la Virgen de Guadalupe sono sempre in grado di regalarmi nuove emozioni e, soprattutto, nuove storie da raccontare.