Fotografia e memoria

Tempo fa mi è capitato di vedere online la divertente gag di un comico americano in cui si raccontava di come, durante il saggio dei bambini di una scuola, tutti i genitori stessero lì a riprendere la scena con i propri smartphone, senza di fatto concentrarsi sui propri figli.

Al che il comico, presente all’evento, sbottava (magari solo nella finizione della gag) invitando tutti a guardare il vero evento “in 3D, più colorato e coinvolgente” di un “fottuto display”. Come dargli torto? A parte che la performance dell’attore era davvero divertente, la scenetta fa riflettere.

In quante occasioni – nei musei, durante delle visite guidate o durante eventi mondani – la nostra vista è occlusa da un muro di smartphone tenuti bene in alto per riprendere la scena e “conservarne memoria”?

Perché questo è il paradosso: si effettuano queste riprese, si scattano queste foto come “gesto mnemonico”, per trasmettere ai posteri eventi che consideriamo importanti. Peccato che la facilità con cui oggi possiamo procedere a registrare tale memoria, abbia di fatto moltiplicato per molte migliaia di volte le “cose di cui serbare ricordo”, e alla fine il tutto diventa sostanzialmente inutile, perché le cose che vale la pena ricordare sono invece drammaticamente poche.

La funzione mnemonica della fotografia, nel caso specifico, è sempre esistita e anzi possiamo dire sia stata alla base della sua invenzione. Nel XIX secolo (e anche oltre) non si voleva utilizzare la nuova tecnologia per fare arte, ma per ricordare, per fissare e trasmettere gli eventi, o anche per creare delle testimonianze “oggettive” di accadimenti storici, politici o personali. Però, visto che la tecnologia era ancora complessa e dunque riservata a tecnici in gamba, il numero di tali testimonianze era perfettamente gestibile e “archiviabile”.

Anche quando la fotografia divenne “popolare” le quantità di scatti era comunque ragionevole. Se sfogliamo qualsiasi album di famiglia di qualche decina di anni fa, vedremo che ci sono notevoli salti tra un gruppo di foto all’altro, salti di anni. La nascita, il battesimo, a volte la Prima Comunione (in un paese cattolico come il nostro le ricorrenze religiose erano importanti), forse il diploma e poi (raramente) la laurea. Per molti c’erano anche le foto del matrimonio. Nel mezzo qualche vacanza importante, le foto di parenti lontani. Intere vite condensate in un numero di fotografie che oggi si scatta per un singolo evento, nemmeno importante, come una giornata al mare o in montagna.

Il flusso dei ricordi è oramai continuo, quasi quotidiano, inarrestabile. E questo perché, per assurdo, stiamo perdendo il senso della memoria. Abbiamo il terrore di dimenticare e dunque riprendiamo tutto, perché non si sa mai. Eppure dimenticare è importante, il nostro cervello è organizzato per farlo in modo automatico ed efficiente. La nostra vita è avanti, non indietro. Quello che del passato ci serve o amiamo lo possiamo ricordare, quel che non serve giace nei magazzini dell’inconscio o viene cancellato.

Ma un hard disk non dimentica. Certo, il fenomeno è ancora relativamente recente (poco più di una decina di anni) e dunque c’è ancora la possibilità di archiviare le nostre foto con facilità (per non parlare del cloud) ma scommetto che pochi conservano ancora le immagini anche solo di cinque o sei anni fa. Perché dopo un po’, quando lo smartphone ci avvisa che la memoria è quasi piena, o trasferiamo sul pc le foto, oppure iniziamo a cancellarne una parte, in genere le più vecchie, e quelli che sembravano ricordi fondamentali, ora non appaiono più tali. Si effettua una sorta di editing della memoria.

Nulla di nuovo, in questo, ne ho già parlato in altre occasioni. Ma i più accorti tra i fotografi sanno bene che questo fenomeno non è solo deleterio per i nostri “device” e le loro MicroSD, ma anche per noi, fisicamente e intellettualmente.

Infatti, dopo decenni di battaglie in cui si è cercato di distinguere la funzione mnemonica della fotografia da quella creativa e artistica, oggi di nuovo la fotografia è considerata principalmente uno strumento di mera comunicazione e archiviazione. A parte pochi “intellettuali” – e ovviamente a parte noi fotografi – fare fotografie è considerato un gesto banale, quotidiano, privo di un significato qualificante: serve solo a “prendere nota” di qualcosa e magari a condividerla con amici o parenti.

E questo, sostengono molti psicologi, affligge anche la nostra capacità di serbare i ricordi ed elaborarli: ci affidiamo più al “cloud” che al cervello. Davvero la tecnologia potrebbe portare a una “perdita della memoria” sostituita da una memoria artificiale? Parrebbe di si.

Le ricerche dimostrano che fotografare un evento invece di viverlo pienamente porta alla creazione nel nostro cervello di un ricordo assai più labile. E, mi viene da dire, di fotografie assai più scadenti, perché è una regola della fotografia consapevole fotografare solo dopo essersi immersi nella realtà o nella situazione da riprendere. Ma qui ovviamente parliamo di un “fotografare automatico”, senza alcuna consapevolezza.

La memoria, inoltre, è un “muscolo”, se non la esercitiamo tende ad atrofizzarsi: non a caso un tempo si studiavano a memoria le poesie. A me è capitato di intervistare e fotografare dei pastori transumanti che avevano imparato a memoria “La Divina Commedia” o “La Gerusalemme Liberata” quando erano ragazzini e seguivano i greggi paterni dalla montagna al mare e viceversa, e ancora la sapevano recitare senza errori!

A dire il vero gli stessi studi dimostrano che oggi abbiamo maggiori capacità “metacognitive“, cioè sappiamo gestire meglio le informazioni a nostra disposizione, però se viene meno l’oggetto tecnologico, ecco che tale (utile) capacità diventa inservibile o quasi. Insomma, siamo più archivisti che Pico della Mirandola.

Anche perché ricordare l’aspetto di qualcosa o lo svolgersi di un vento guardandolo su un monitor, non ci rende capaci di ricordare le sensazioni provate e a volte nemmeno le parole dette. Guardiamo delle esuvie vuote, che non è proprio il massimo. Leggendo “L’Autobiografia” di Ansel Adams ricordo che mi colpì tantissimo il fatto che il grande fotografo americano ricordasse ogni singolo evento della sua vita, le parole dette e le emozioni provate, tanto da poter dettare tutto il libro alla sua assistente.

Non solo, scrisse anche un libro in cui commentava alcune delle sue foto più note, ricordando particolari della situazione e delle scelte fatte che oggi pochi di noi potrebbero richiamare alla memoria guardando un proprio scatto. Provateci e vedrete.

Rallentare e diminuire il numero di scatti, e magari prendere appunti, porta giocoforza a una “fissazione” della memoria ben più potente di quella realizzabile grazie a un qualche “device”. Oggi crediamo che tutto quel che serve stia nei dati EXIF allegati al file digitale, a ognuno dei centinaia e centinaia di scatti realizzati in una singola sessione di riprese. Ma chi ricorda più cosa si è provato ideando o trovando uno scatto?

E’ una perdita grave, e ne sono talmente conscio che oltre ad aver diminuito drasticamente il numero di scatti realizzati per ogni singola uscita, son tornato anche a tenere un taccuino in cui segnare non certo i dati di scatto come facevo ai tempi dell’analogico, ma le idee, le emozioni, le riflessioni che sono dentro una fotografia.

La tecnologia ci offre sempre nuove possibilità, credo che l’errore sia pensare che ogni innovazione debba per forza portare al totale superamento di quanto era valido prima: il digitale deve sostituire l’analogico, le email la posta cartacea, la scrittura elettronica quella manuale e così via. E invece affiancare quel che funzionava prima a ciò che è tecnologicamente avanzato oggi ci consentirebbe di mantenere il meglio di ognuno dei due mondi.

Ma stranamente, sebbene scattiamo così ossessivamente per serbare i ricordi, del passato ci disinteressiamo poi in maniera totale…

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