GENESI DI UNA VISIONE FOTOGRAFICA

La genesi della visione fotografica di un individuo non può che intrecciarsi con la sua vita. Oggi vi racconto un po’ di entrambe. 

Alex Coghe – fotogiornalista, street photographer, scrittore. 

Essendo nato e cresciuto in Italia, una delle domande più comuni che mi vengono fatte è come sono finito a vivere in Messico.

Si tratta di una domanda abbastanza comune per chiunque qui ti vede e ti riconosce come straniero, anche se in realtà, se vivessi in uno dei quartieri più internazionali della città, come per esempio nella colonia Roma resa famosa dal film di Alfonso Cuarón, me la farebbero con meno frequenza.

Il fatto di vivere invece in una suburbia al nord di Città del Messico aumenta le probabilità che mi rivolgano questa domanda.

Molti di quelli che cambiano paese lo fanno in cerca di un clima più caldo, un ritmo più lento, un’esistenza più economica.

Io no: io l’ho fatto per amore. Amore per una donna messicana che ho sposato 10 anni fa.

Ma il fatto di rimanere a vivere qui non è stato una decisione immediata.

All’inizio, anzi,  pensavamo che, se fosse arrivata una buona occasione, avremmo potuto considerare di ri-trasferirci in Italia.

Però questa idea è cambiata nel corso del tempo: l’apprendimento della lingua, l’abituarsi al ritmo di vita, alla cucina, diventano tutti fattori che determinano la vera integrazione in un paese che non è il tuo.

Perché per vivere nel tuo paese puoi permetterti anche di non amarlo, ma per vivere in un paese che non è il tuo devi amarlo per forza. Solo così è possibile restare.

In mezzo a tutto questo, certamente la fotografia ha influenzato la mia integrazione e il mio interesse a vivere qui.

Le mie prime impressioni, da fotografo, sull’aspetto del Messico erano influenzate dai tanti fotografi che hanno lavorato qui: Henri Cartier-Bresson prima di ogni altro, ma anche i messicani Manuel Alvarez Bravo e, soprattutto, Nacho Lopez.

Contemporaneamente nutrivo la mia cultura visuale dei maestri della fotografia dell’epoca d’oro del reportage in Italia, ovvero Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Mario de Biasi, Mario Cattaneo, Piergiorgio Branzi…mi ritrovai così a fotografare in Messico, ma in bianco e nero più che a colori.

Questo contrastava parecchio con quello che uno normalmente penserebbe: paesi come l’India e il Messico sono pieni di colori e dovrebbero già predisporti mentalmente a quel tipo di fotografia.

Ora, col senno di poi, affermo che forzavo me stesso, perché ho la tendenza a complicarmi la vita, a non cercare mai la via più semplice, perché per me la sfida in fotografia è con me stesso.

E questo nonostante avessi sempre avuto come punti di riferimento Stephen Shore e Joel Meyerowitz.

Fotografi cioè che hanno anche scattato in bianco e nero ma che hanno affermato la loro fotografia attraverso il colore, diventandone addirittura dei pionieri.

Inoltre io ero nato come fotografo, inconsapevole, con la pellicola a colori negli anni ’80, ovvero quando ero un bambino che giocava con una Fujica MA 1. Fotografavo scorci urbani e la vita quotidiana della mia famiglia.

Papà mi portava poi a sviluppare il rullino in un laboratorio a Vitinia, il quartiere dove sono cresciuto e che ho abbandonato solo per venire in Messico.

L’approfondimento nello studio della fotografia fomentò ancora di più in me la voglia di presentare la mia fotografia in bianco e nero: Lee Friedlander e Garry Winogrand, in questo senso, costituirono un’influenza importantissima.

Tutto questo apriva una ulteriore contraddizione perché nel 2010, anno in cui mi stabilii definitivamente in Messico, iniziai a collaborare con agenzie giornalistiche. Salvo alcune eccezioni, nel fotogiornalismo il colore viene richiesto in maniera predominante.

Ogni tanto scattavo a colori, ma i risultati non erano in grado di soddisfarmi: soprattutto i colori non riuscivano ad avvicinarsi ai colori che io “avevo vissuto” nella mia esperienza a pellicola.

Troppo digitali e dunque, per me, eccessivamente freddi e finti.

Questa fu la ragione per la quale, quando dovevo presentare il mio lavoro personale alle mostre in gallerie, andavo “sul sicuro” con il bianco e nero.

Frattanto, i miei studi visuali andavano avanti.

Era l’anno 2013 quando la fotografia Giapponese entrò nella mia vita e l’effetto fu deflagrante come una bomba.

Daido Moriyama su tutti, che in parte rifletteva temi che mi erano già stai cari analizzando il lavoro di Stephen Shore,  mi fece andare verso un avvicinamento alla verità e alla realtà in una frammentaria intersezione della natura del mondo e della vita quotidiana, investigando visualmente il mio personale senso del tempo.

Realizzai che l’esperienza PROVOKE dello stesso Moriyama, di Nobuyoshi Araki, di Takuma Nakahira era una delle più esaltanti e seminali per l’intera storia della fotografia.

Fondai un collettivo internazionale: quel “Noise” che ci ha dato diverse soddisfazioni con libri in formato elettronico ispirati proprio dal magazine PROVOKE, e ben due mostre fotografiche in gallerie d’arte in Olanda.

Nel 2014 ci fu poi il lancio della rivista “MEXICANA MAGAZINE”, di cui questo fu il manifesto programmatico

Alla scoperta della donna in Messico. 

Mexicana è un progetto documentario tra erotica e documentaristica, per fornire un aspetto reale delle donne messicane oggi. Fotografia erotica con valore documentario attraverso una rivista / libro, pubblicata in formato elettronico“.

Zayda Gomez è una fotografa e modella Messicana. L’ho conosciuta nel 2014. Nonostante abbiamo sempre pensato di lavorare insieme, io come fotografo e lei da modella, non siamo riusciti ancora a farlo. Lei mi ha accompagnato come assistente ad una sessione di foto per MEXICANA MAGAZINE, con una modella in un hotel del centro storico di Città del Messico e le ho fatto pochissime foto, di cui questa è una. Sono interessato a documentare questi istanti normali che mostrano umanità, in maniera semplice. Anche quando realizzo ritratti, amo quando trovo momenti come questo.

Questa fotografia è nata quasi per caso, in un momento di intuizione mentre due ragazze erano nel mio studio. Una delle due aveva scritto questa cosa, tra l’altro in un Inglese stroppiato, e ho pensato che ci stava bene utilizzare l’ipad e un’immagine di labbra presa da internet. La visione alimenta idee come questa. Sono certo che la fotografia Giapponese e Moriyama in particolare, che spesso ha incluso labbra femminili nei suoi scatti, abbia contribuito a crearmi l’idea per questa immagine.

Lavorai con un ritmo pazzesco al progetto, fotografando 6/8 ragazze al mese. Inevitabilmente l’esperienza accumulata e lo studio di altra fotografia esercitò in me una spinta motivazionale importante.

Helmut Newton, Rikki Kasso, Richard Kern… da quell’anno iniziai a proporre books a modelle, attrici, cantanti e chiunque fa della propria immagine il proprio lavoro.

Lo studio della fotografia influenza, o meglio condiziona, il mio lavoro.

C’è ancora una certa dose di amateurismo nel mio approccio, che non mi rende mai sazio, soprattutto mi permette di non annoiarmi, e di sentirmi ancora libero di sperimentare e provare qualcosa di nuovo.

Non mi sento condizionato a dover mantenere un certo trademark, anche se posso vedere una certa coerenza nel mio percorso, nella mia ricerca.

L’unicità e le idiosincrasie del Messico ormai fanno parte del mio genoma di fotografo. Perchè le vivo, per davvero, tutti i giorni. Ho continuato a studiare Garry Winogrand, Lee Friedlander e Joel Meyerowitz.

Ma ho conosciuto tanti altri –  Jean Paul Bustamante per esempio – o sono tornato ad approfondire vecchi “amori”, come Luigi Ghirri.

Nell’approfondire Ghirri, attraverso le sue foto, naturalmente, ma anche attraverso il suo pensiero contenuto nell’imprescindibile “Lezioni di Fotografia”, ho fatto mie certi elementi che mi avevano sempre interessato, ma non ero riuscito ad espletare visualmente.

Cosa è un fotografo senza i propri eroi?

Ma per me non si è mai trattato solo di fotografia, piuttosto di visioni e per me la visione si nutre di immagini ma anche parole.

Per questo fra i miei eroi non mancano gli scrittori, nordamericani soprattutto: Tom Robbins, Charles Bukowski, Henry Miller, Bret Easton Ellis, Barry Gifford.

Mi sono costantemente chiesto come inserire, dentro la mia fotografia, queste esperienze letterarie e le visioni che sono riusciti a regalarmi.

L’idea nasce come immagine o come parola?

Ciascuno di questi scrittori ha, metaforicamente, scattato delle immagini, perché le immagini non sono sono prodotte solo dalle fotocamere, ma anche dal pensiero esposto.

Hanno trasmesso una stranezza, un presagio, una desolazione unica di un dato luogo.

Tutte quelle immagini mi hanno aperto un mondo.

Per un decennio ho avuto un determinato approccio fotografico, che non si è cancellato di colpo, ma è mutato.

Questo risulta evidente con il mio ultimo lavoro, AMERICANA.  A colori e non più in bianco e nero.

Una scelta estrema ma fatta con assoluta consapevolezza. C’è stato un processo che mi ha fatto arrivare a questa decisione.

Tutto quello che avevo da dire in bianco e nero l’ho detto e così ho abbracciato pienamente il colore, in maniera definitiva.

La visione di un fotografo non è uno stile, ma piuttosto una forma mentale che ci porta ad approcciare il mondo in un certo modo.

Un particolare stato mentale conduce a produrre le foto in un certo modo, piuttosto che in un altro. La ricerca della propria voce interiore dovrebbe essere messa sempre al centro della nostra proposta.

La fotografia è un fatto personale.