La fotografia dalla A alla Z

 

A – Autoscatto

Oramai abbondantemente superato dai “selfie” (che non sono la stessa cosa), l’autoscatto ha una storia antica e anche un valore espressivo e artistico di tutto rispetto. Quasi tutti i grandi fotografi si sono dedicati a questo genere, riprendendo se stessi intenti in varie attività ma più spesso in posa più o meno seriosa.

Una variante di grande successo è la ripresa di se stessi in uno specchio o in una vetrina. Cosa differenzia un selfie da un autoscatto? A parte lo strumento (il selfie si fa generalmente con lo smartphone) e la tecnica di ripresa (nell’autoscatto si pone usualmente la fotocamera su treppiedi e si avvia lo scatto temporizzato), è il concetto di fondo: il selfie ha un significato più goliardico e divertito, di autoaffermazione o di collocamento di se stessi in un contesto (“eccomi, sono qui”), mentre l’autoscatto – pur potendo svolgere la stessa funzione, cosa che faceva egregiamente prima della diffusione degli smartphone – è una vera e propria fotografia, un raccontare se stessi, un mostrarsi spontaneamente, una ricerca anche di tipo psicologico e interiore.

Non a caso ci sono autori che hanno costruito interi progetti sfruttando “l’autoripresa”, facendo di se stessi un modello/a. Insomma, diciamo che l’autoscatto è il “padre nobile” del selfie.

B – Bilanciamento del Bianco

Doppia B per questa voce che, in ambito fotografico, ha assunto una certa rilevanza solo con l’avvento del digitale, anche perché all’epoca dell’analogico non c’erano poi molte scelte: pellicole per “luce diurna” e pellicole per “luce artificiale”, altrimenti occorreva lavorare con i filtri ed era davvero un’impegno gravoso.

Ma oggi è tutto più semplice. Siccome però a grandi possibilità corrispondono grandi responsabilità, ecco che si vedono continuamente foto in cui il WB (White Balance) è fatto in modo sbagliato, oppure lasciato al caso. Intendiamoci, capitava assai più spesso prima, ai tempi dell’analogico: interni con dominanti giallastre (luce a incandescenza o led caldi) o verdastre (luci al neon), esterni con dominanti bluastre (all’ombra o sulla neve) e così via.

Ma oggi la cosa è più grave in quanto è davvero facile, in postproduzione, eliminare tali dominanti: basta un click dell’apposito “contagocce”, presente in tutti i software, su una zona neutra (preferibilmente grigia) della foto. Con un po’ di esperienza si riescono a ottenere eccellenti risultati. Ovviamente, sempre che le dominanti non siano una scelta creativa, e allora tutto è lecito!

C – Campo

L’angolo di campo è una delle caratteristiche più importanti degli obiettivi. Com’è noto, siamo abituati a considerare gli obiettivi sulla base di una classificazione incentrata sul “formato Leica” (24×36 mm) o 135, oggi ripreso dal Full Frame digitale. In questa classificazione il 50 mm (46°) è al centro dell’ipotetica scala, tutti gli obiettivi più “corti” (come il 28 mm con un angolo di campo di 74°) sono detti grandangolari, tutti quelli più “lunghi” (come il 135 mm con un angolo di campo di 18°) sono detti teleobiettivi.

Va tutto bene, se si resta in questo ambito. Ma i formati sono molto vari, e lo erano già ai tempi della pellicola, se pensiamo al 6×6 cm, al 6×9 cm e così via. Su una medio formato come l’Hasselblad, il “normale” è in verità l’80 mm. Ma oggi è anche peggio, perché ci sono sensori di una grande varietà di formati, da molto piccoli (quelli delle compatte e di alcune mirrorless) a medi come il Micro 4/3 e l’APS-C sino a quelli più grandi del Full Frame.

Insomma la faccenda si complica. E in effetti, si sarebbe sin da subito dovuto indicare gli obiettivi non per la lunghezza focale, ma appunto per l’angolo di campo. Così avremmo detto: “ho usato un obiettivo da 46°” e tutti avrebbero capito che si sta parlando di un “normale”, a prescindere dal formato del sensore o della pellicola…

D – Diaframma

Quando si è dei principianti, la cosa più difficile da imparare a gestire, e a volte comprendere, è la relazione esistente tra il diaframma e il tempo di posa per arrivare a una corretta esposizione. E’ la cosiddetta coppia tempo/diaframma, bestia nera di chi inizia. Il fatto è che ogni parametro, in fotografia, impatta anche altri aspetti, non solo quello di “competenza”.

Così il diaframma, oltre a lasciar entrare più o meno luce, svolge altresì l’importante funzione di definire l’area di nitidezza, la cosiddetta profondità di campo. Più il diaframma si chiude, più gli oggetti a distanze diverse appaiono nitidi. Ma non basta, perché il diaframma migliora la qualità intrinseca dell’obiettivo, almeno fino a un certo punto. A parte poche ottiche costosissime, in generale gli obiettivi non danno il meglio a tutta apertura.

Diaframmando ecco che la situazione, specialmente ai bordi, migliora. Intorno a f/5.6-11 si raggiunge l’acme della qualità, poi subentra quella bestiaccia della diffrazione, dovuta ai raggi di luce che una dimensione molto piccola del “foro” del diaframma spinge a “impazzire”, e già a f/16 la qualità complessiva inizia a decadere. Imparare tutto questonon è così semplice e intuitivo, ma a peggiorare le cose c’è anche la numerazione dei diaframmi: 2.8 – 4 – 5.6 – 8 – 11 – 16 – 22 – 32 – 64… Certo, ogni diaframma lascia entrare la metà della luce rispetto al diaframma che lo precede, ma vuoi mettere quanto più semplice sarebbe stato utilizzare dei semplici numeri? Tipo: “ho scattato a diaframma 3”, piuttosto che 4 -5 – 6 – 7 – 8 e così via…

E – Errore

Non credo che la fotografia, come si pensa oggigiorno, sia la ripetizione e trascrizione esatta della vista ordinaria. Non penso che gli errori fotografici debbano essere evitati; sono errori banali solo da un punto di vista storico convenzionale” scrisse Moholy-Nagy – convinto sostenitore degli errori fotografici – nel suo libro “Vision in Motion” del 1956. Moholy-Nagy e Man Ray sono i fotografi che più di tutti hanno saputo sfruttare gli errori a proprio vantaggio, creando un’iconografia creativa straordinaria.

Oggi col digitale è molto più difficile sbagliare. Occorre farlo apposta, e non è la stessa cosa: con l’analogico, infatti, come abbiamo visto nell’ultimo post qui su F22, l’errore “capita”, e il caso è fondamentale. Ma l’errore è anche un fenomenale “docente”, ci può insegnare molto, moltissimo. E anche qui il digitale è a volte un problema: infatti tutti noi abbiamo la tendenza a cancellare immeditamente la foto chiaramente sbagliata. E invece sarebbe meglio non farlo: studiandola con calma potremo scoprire perché è risultata sbagliata (distrazione? Incompetenza? Problemi tecnici?) e dunque scoprire come evitare in futuro simili errori… o magari come evocarli perché estremamente creativi!

F – Filtri

Il fotografo dei bei tempi andati andava in giro con un gran numero di filtri. Se lavorarava con pellicole bianco e nero, non potevano mancare i filtri rosso, arancione, verde e blu, che servivano ad alterare la traduzione dei colori in tonalità di grigio; se si utilizzavano pellicole a colori erano indispensabili filtri per correggere le eccessive dominanti legate alla luce.

Siccome oggi con la postproduzione, e scattando in RAW, si può modificare radicalmente questi aspetti, molti ritengono che i filtri non servano più, se si fa eccezione di quelli ND (Neutral Density) indispendabili per modificare i tempi di scatto, allungandoli, al fine di ottenere determinati effetti. Tuttavia ci sono dei filtri che difficilmente possono essere “imitati” digitalmente, come il filtro polarizzatore, ed altri che possono aprirci nuove prospettive (vedere la lettera I di Infrarosso).

Ma anche i filtri colorati, se utilizzati con un certo acume sanno regalare quel “qualcosa in più” che a volte manca alle nostre foto. Non sono certo da utilizzare quotidianamente, ma a volte possono tornare utili, magari anche solo per giocare. E’ sufficiente una triade di filtri RGB (Rosso, Verde e Blu), la cui combinazione com’è noto dà i normali colori che conosciamo, per veder aprirsi un mondo di possibilità. Se si scattano tre foto, ognuna filtrata con i filtri citati, e poi le si sovrappone, tutte le parti in movimento della scena ripresa appariranno colorate. Un trucchetto molto in voga negli anni ‘70, ma ancora oggi divertente e a volte. decisamente utile.

G – Grigio

Il grigio è il miglior alleato del fotografo, specialmente quando medio (128, 128, 128 se vogliamo definirlo in termini digitali RGB). Innanzitutto gli esposimetri sono calibrati su questo tono – anche se oggi hanno algoritmi molto avanzati – e dunque riconducono la scena ripresa a un grigio medio, anche se con tutti i colori dentro.

Poi, se si ha un dettaglio grigio all’interno della foto (un pezzo di asfalto, un muro, una roccia…) ecco che fare il “bilanciamento del bianco” diventa facilissimo, cliccandoci sopra con l’apposito contagocce. Infine il grigio è stato per quasi un secolo il “colore” della fotografia, l’unico disponibile in effetti. Naturalmente c’erano il bianco e il nero ma in effetti nelle foto il bianco non è proprio bianco ma un grigio chiarissimo, e il nero non è proprio nero, ma un grigio scurissimo. E’ vero che il “sistema Zonale” (vedi la lettera Z) prevede 10 zone, ma la prima e l’ultima sono più un riferimento teorico che altro. A meno di non chiamarsi Mario Giacomelli che invece amava “sfondare” i bianchi e “chiudere” i neri!

H – High Key

E a proposito di “sfondamento” dei bianchi, come non parlare della “chiave alta” tornata molto di moda negli ultimi tempi, complice la facilità di realizzarla grazie al digitale? Esiste a onor del vero la controparte “dark” (il “Low Key”), ma ha meno charme della variante chiara, in cui tutti i dettagli spariscono lasciando solo alcuni elementi molto scuri. Anche per questo siamo debitori degli anni ‘70, quando i ritratti di donne dissolte nel bianco ma con visibili i contorni degli occhi, le labbra e pochi altri dettagli spopolavano in tutti i concorsi fotografici.

L’high key esprime il senso della luce e va incontro a una tendenza molto generalizzata oggi, cioé la fotografia cosiddetta “minimalista”. La gran parte delle foto appartenenti a questo genere sfruttano il trucco dei tempi di scatto lunghi e una generosa sovraesposizione (o, a volte, sottoesposizione) per dissolvere tutto quel che potrebbe distrarre e lasciare solo l’essenziale. Ovviamente, come ogni tecnica, occorre prestare attenzione ai cliché, che sono l’altra faccia di ogni “scoperta creativa”, nuova o datata che sia.

I – Infrarosso

Una delle cose più incredibili della fotografia è l’aver modificato il modo stesso in cui guardiamo alla realtà. Gli scatti veloci consentono di bloccare il movimento e vedere come corre un cavallo (oggetto dei primi studi di Muybridge) o vola una libellula, o anche come un proiettile passa da parte a parte un’anguria; i tempi di esposizione lenti permettono di veder dissolvere l’acqua in una sorta di velo, o le foglie degli alberi smosse dal vento diventare una sorta di nuvola verde, o i passanti per la strada magicamente sparire.

Ma la cosa ancor più straordinaria è che la pellicola un tempo, e un sensore oggi, sono sensibili a lunghezze d’onda a noi precluse, come l’Ultravioletto, i Raggi X e soprattutto l’Infrarosso che, a differenza delle altre, è quella che permette di scattare immagini davvero “creative” e di fatto alla portata di chiunque. Molte fotocamere digitali sono infatti sensibili all’Infrarosso, e dunque basta anteporre all’obiettivo un filtro IR (tipicamente in grado di far passare solo lunghezze d’onda intorno ai 720 nm) per vedere il mondo trasformarsi magicamente.

Con questa tecnica i tempi di scatto si allungano moltissimo e dunque per avere la possibilità di scattare con tempi veloci occorre far modificare una fotocamera rimuovendo il filtro al miobato di sodio presente sul sensore (ma molti modelli oggi ne sono privi già in origine) da sostituire con un filtro IR. Non possiamo approfondire qui l’argomento, ma certo il mondo fantasmagorico dell’IR, prima dell’invenzione della fotografia, chi mai lo aveva visto?

L – Luce

Ogni buon fotografo sa bene che è grazie alla luce, e alle ombre che genera, se la fotografia esiste. Certo, il termine luce è un poco generico: dovremmo utilizzare invece il termine “luce visibile” in quanto lo spettro visivo umano si estende nella lunghezza d’onda compresa tra i 400 e i 700 nm (nanometri) circa.

Al di sotto c’è l’ultravioletto e al di sopra l’infrarosso, entrambi invisibili ai nostri occhi ma non a quelli di altri animali, o a pellicole e sensori specializzati o modificati, come abbiamo visto. Ma soprattutto la luce, e le ombre, sono simboli potenti: non a caso su una terra ancora vergine e spopolata, Dio fa scendere la luce, simbolo di purezza e splendore; automaticamente, con quel gesto, crea anche la distinzione tra luce e tenebra, tra giorno e notte, tra bene e male, tra virtù e peccato.

Lo stesso Gesù viene definito fotòforo (dal greco “portatore di luce”) per aver dileguato l’oscurità del peccato e mostrato all’uomo lo splendore della “retta via”, che è un cammino luminoso e chiarissimo verso la virtù. Insomma, la luce è ovviamente fondamentale,da molti punti di vista, eppure spesso chi fotografa se ne dimentica prestando poca attenzione alla sua “qaulità” e tipologia e alle influenze psciologiche che implica…

M – Mosso

L’ICM (Intentional Camera Movement) è una tecnica che sta conoscendo un certo successo, specialmente sui social. Si tratta in pratica del mosso intenzionale, e consiste nel muovere la fotocamera durante l’esposizione, che ovviamente dev’essere sufficientemente lunga (da circa 1/15 di secondo in poi). Questo utilizzo “artistico” del mosso è probabilmente nato quando fotografie scattate senza le necessarie precauzioni, e dunque mosse, si rivelavano interessanti, e colpivano l’attenzione di chi le guardava. Un classico esempio di come un errore involontario sia foriero di sviluppi interessanti.

Ancora oggi, nonostante la possibilità di modificare gli ISO a volontà e la presenza di efficaci stabilizzatori, le foto “mosse” sono un errore classico, ed è interessante notare come – esagerando – si ottengano foto che funzionano e invece un leggero mosso, o addirittura un “micromosso” inevitabilmente rovini il risultato. Forse perché ciò che appena visibile di rado viene percepito come “volontario”, ma solo come – appunto – un errore. Tuttavia a volte l’importanza del soggetto prevale sulle mere considerazioni tecnico-estetiche, e vale sempre l’esempio delle foto “leggermente mosse e fuori fuoco” dello sbarco in Normandia di Capa…

N – Nicephore Niepce

Ogni invenzione degna di questo nome non nasce per caso e solo grazie a una “testa”: è sempre il frutto di un processo durato anni, se non secoli, e l’inventore è principalmente colui che è riuscito a fare una valida sintesi e a trovare la chiave di volta che regge il tutto.

E dunque se è a Daguerre che l’onore dell’invenzione della fotografia viene assegnato, al più condiviso con quell’altro genio di Fox Talbot, e al netto delle (giuste) lamentele di sfigati come Bayard, la figura di Niepce è quella che più emerge come il vero inventore della fotografia, visto che anticipò di ben 12 anni la “scoperta” del Daguerrotipo, a cui oltretutto diede un contributo non secondario. Una sua famosissima immagine, assai poco nitida, risalente al 1827 circa è giunta sino a noi: è la prima fotografia nota della storia, anche se la tecnica decisamente primitiva e dunque inutilizzabile ai fini pratici richiedeva un’esposizione di oltre 12 ore!

O – Obiettivo

Mi ha sempre stupito molto il fatto che i fotografi si interessino quasi esclusivamente alle fotocamere, lasciando in secondo piano gli obiettivi. Col digitale è anche peggio. Ai tempi della pellicola si sosteneva, a ragione, che anche una fotocamera economica, se veniva dotata di obiettivi di buona qualità, poteva realizzare eccellenti fotografie: in fondo era solo una “scatola a tenuta di luce” e se i tempi di scatto erano sufficientemente precisi, poteva bastare anche una vecchia Zenit russa o un modello “entry level” di qualsiasi marca.

Era anche l’epoca in cui si trovavano ancora sul mercato i cosiddetti “fondi di bicchiere”, obiettivi davvero pessimi (io ne ho avuti diversi), in grado di rovinare anche la ripresa più accorta. Perciò noi fotografi ponevamo molta attenzione nella scelta delle ottiche, cercando di acquistare il meglio che potevamo permetterci, e magari risparmiando appunto sulla fotocamera. Ma oggi le carte in tavola sono cambiate.

Col digitale la fotocamera riveste un’importanza maggiore, indubbiamente, sebbene il vecchio adagio di comprare l’obiettivo e poi la fotocamera da attaccarci dietro ancora rivesta una notevole importanza. Acquistare una fotocamera Full Frame e poi dotarla di un obiettivo economico ha davvero poco senso, mentre il contrario è senz’altro preferibile. Un obiettivo, poi, dura per sempre, se non lo facciamo cadere. E’ vero che la scienza dell’ottica evolve continuamente, ma una buona “lente” rimane comunque valida e preziosa per decenni, se sappiamo usarla adeguatamente.

P – Postproduzione

Quante parole nuove sono state aggiunte al nostro lessico di fotografi a partire dai primi annidel XXI secolo! Termini spesso mutuati dall’Informatica, e che tutti noi abbiamo fatto fatica ad accettare, mentre magari sono da sempre usuali per i giovani “nativi digitali”.

La “postproduzione” è uno dei termini più controversi. Si dovrebbe dire “sviluppo del negativo digitale” – secondo i puristi che mai accetterebbero di modificare la propria fotografia, ma debbono per forza rendere fruibile il file grezzo – però questo sposterebbe solo di poco il problema. Perché il punto fondamentale è che grazie ai software (a cominciare da Photoshop) dei nostri “grumi di pixel” salvati in RAW possiamo veramente fare quel che vogliamo.

Rielaborarli in bianco e nero, modificare i colori, alterare il contrasto, sfocare i bordi e mille altre cose potenzialmente fattibili un tempo in Camera Oscura, ma che oggi sono facili e alla portata di tutti. Come resistere? In effetti pochi resistono, ed è un proliferare di colori squillanti, HDR esagerati, alterazioni evidenti e ovviamente arditi fotomontaggi. Un insieme di pratiche che sempre più spingono la fotografia nel campo della “Digital Art”. Hai voglia a dire “postproduzione”: è una rivoluzione, e spesso mal gestita.

Q – Qualità

Pochi esseri umani più dei fotografi sono fissati con il concetto di “qualità”. Possono passare giornate intere a discutere di nitidezza, linee per millimetro, numero di megapixel, dimensioni delle stampe e ovviamente investono notevoli risorse in fotocamere sempre più potenti e performanti, obiettivi sempre più incisivi e tutto quel che ne discende. Nutro una certa diffidenza nei confronti di questa mania, preferendo di gran lunga il cammino inverso, quello verso il “downgrading“, la fotografia “Lo-Fi” (a bassa fedeltà) e il “Good Enough“, concetto che esprime la qualità sufficiente ai propri scopi.

In genere a coloro che parlano di qualità chiedo sempre a cosa gli serva. Se la risposta è che debbono realizzare dei tabelloni 6×9 metri, o una mostra di stampe colossali, allora alzo le mani: so per esperienza che basta molto meno a ottenere stampe anche di 2×3 m, ma se si decide che è necessaria una Hasselblad digitale da 20.000 euro e un’ottica Zeiss all’altezza, non lo trovo poi sbagliato. Ma francamente faccio fatica a comprendere spese importanti per acquisire attrezzatureche serviranno a produrre foto da condividere online o al più a essere stampate in formato A4 o di poco più grandi. Ho fatto mostre con stampe 70×100 cm partendo da file generati da una Nikon D100 (2002) da 6 megapixel, o addirittura da compatte tascabili.

E comunque non è solo una faccenda di costi, ma anche di ingombri, di impegno informatico (gestire file generati da fotocamere da 50 o più megapixel richiede computer di altissimo livello) e quant’altro. La logica del good enough ci dice invece che possiamo utilizzare attrezzature che consentano di realizzare quel che ci serve con una qualità sufficiente e non ridondante. Dunque la prima domanda da porsi non è se desideriamo o meno una fotocamera (anche se il desiderio è una spinta potente all’acquisto), ma quel che intendiamo farci. E magari spendere i soldi (se proprio ne abbiamo) in viaggi, accessori, libri e insomma acquisire cultura e conoscenze. Ma so che questo ragionamento è decisamente impopolare!

R – Ricordo

La funzione mnemonica della fotografia è per lungo tempo stata la principale assegnata alla nuova tecnologia. Anche le pubblicità delle fotocamere sottolineavano sempre questo aspetto, e non a caso nel progettarle si teneva conto della necessità di semplificare al massimo il procedimento tecnico, in modo che potessero essere utilizzate da “chiunque”, non solo dai fotografi. Una linea nemmeno troppo sottile unisce le Instamatic degli anni ’70 agli smartphone di oggi: entrambi i prodotti sono concepiti per essere “foolproof“, a prova di stupido.

Ovviamente lo smartphone è nettamente più evoluto, e oramai incorpora anche l’Intelligenza Artificiale per evitare che l’utente possa ottenere delle foto “sbagliate”. Stranamente, però, mentre le Instamatic e tutte le altre fotocamere popolari di un tempo creavano una sedimentazione di memoria (stampe da inserire negli album, che sono giunti sino a noi), lo smartphone è uno strumento di amnesia. Si scattano tante foto, a ripetizione, le si condivide online, e poi si va avanti, senza che nulla resti davvero. I più perspicaci creano una cartellina sul proprio computer di casa dove una tantum salvano qualche foto dal “telefono”, ma i più le lasciano scorrere, e le dimenticano. Poco o nulla resterà per i posteri, temo.

S – Sensore

Il CCD (Charge Coupled Device, Dispositivo ad Accoppiamento di Carica), primo sensore utilizzato nella fotografia digitale, è stato inventato nel 1969 da due ingegneri della Bell Laboratoires. La prima fotocamera digitale (o meglio elettronica) risale al 1975, e venne creata dall’ingegnere della Kodak Steven Sasson, mentre il primo modello a raggiungere il mercato è stata la Sony Mavica del 1981, che registrava le immagini su Floppy Disk. Occorrerà attendere altri sette anni prima di avere la prima vera e propria fotocamera digitale, la FujiDS-1P, che registrava le immagini digitali su schede, più o meno come avviene oggi.

Successivamente, accanto al CCD è andato sviluppandosi il CMOS (Complementary Metal Oxyde Semiconductor), che sfrutta una tecnologia normalmente usata nei chip di memoria come quelli dei PC, e che oggi è nettamente prevalente. Sia il CCD che il CMOS in realtà registrano le immagini in formato analogico, esattamente come fa la pellicola. La superficie del sensore, ricoperta da elementi sensibili chiamati photosites organizzati in griglie dette picture elements (o pixel), infatti, legge la luce che lo colpisce e in qualche modo la “misura” emettendo (o modificando) una carica elettrica.

La variazione della carica restituisce le informazionisulla luminosità del soggetto, ma va poi convertita in formato digitale (dunque in “bit”) grazie a un apposito convertitore: è solo grazie a questo passaggio che la foto da analogica diventa digitale. Il CCD è molto sensibile alla luce ed ha un segnale molto uniforme, però ha un costo elevato e consuma molta energia. Il CMOS incorpora il convertitore A/D (analogico/digitale) il che però riduce lo spazio per i pixel, dunque è tendenzialmente più rumoroso del CCD e ha una minore precisione cromatica, ma consuma meno e costa anche meno. Ha avuto molto successo negli ultimi anni e i progressi tecnologici lo hanno reso ampiamente competitivo col CCD.

T – Treppiedi

Ho sempre sostenuto cheil treppiedi, più che un accessorio, sia in realtà una parte fondamentale dell’attrezzatura fotografica, insieme a fotocamera e obiettivo. So bene che ci sono generi fotografici in cui è quasi inutilizzabile (molta fotografia di reportage, la “Street“, e così via), ma è anche vero che averne uno sempre con sé moltiplica a dismisura le possibilità creative e non solo per quanto riguarda il ricorso ai tempi di scatto prolungati.

Si tratta anche di lavorare con lentezza. Con il treppiedi giocoforza è necessario rallentare e fare le cose con calma; inoltre non ci si deve preoccupare del mosso e si possono compiere tutte le operazioni necessarie a ottenere una foto sfruttando la modalità “riflessiva”, evitando di affidarsi agli automatismi. Ci sono fotografi che forse in vita loro non hanno mai utilizzato la messa a fuoco manuale, timorosi di sbagliare – tranne poi lamentarsi quando a sbagliare è l’AF! Mettendo la fotocamera sul treppiedi, si può comporre l’inquadratura senza sbavature e mettere a fuoco manualmente ingrandendo un dettaglio del soggetto direttamente sul display. Magari si sbaglia lo stesso, ma che soddisfazione essere noi i colpevoli e non un maledetto chip!

U – Umiltà

Indubbiamente è la caratteristica dei Grandi Fotografi. Non ne ho conosciuti molti di persona, ma quei pochi si caratterizzano per il fatto di non “tirarsela”, di essere disponibili e senza troppe fisime da “primadonna”. Consapevoli del loro valore, non hanno bisogno di dimostrare nulla. Invece coloro che soffrono di scarsa autostima (o di un eccesso della stessa) tendono a voler stare sempre più in alto del loro interlocutore, si vantano dei loro successi e spesso parlano male dei colleghi.

Essere umili non significa sottovalutarsi, al contrario: devi essere tu a valutare le tue capacità, mantenendo la capacità di metterti in gioco e di ascoltare gli altri senza che una critica ti distrugga o un elogio ti esalti. Non è facile, specialmente da quando la “valutazione” legata alla popolarità è diventata merce di scambio grazie ai Social. Sempre meno “fotografo” e sempre più “Influencer”, chi pratica la fotografia ha bisogno di imporsi, di avere i numeri giusti (di follower) per dimostrare la propria popolarità e avere dunque un ritorno economico. E in questo agone l’umiltà è troppo spesso un intralcio di cui fare a meno.

V – Vedere

Nel mio ultimo libro “Area 18” esamino proprio questa capacità così preziosa per il fotografo e che è legata strettamente al nostro cervello. Noi infatti guardiamo con gli occhi – che sono un mero strumento di “ripresa” di ciò che ci sta davanti – ma vediamo con il cervello, che prende questi dati grezzi e li rielabora nella corteccia visiva. Ricorda che – come in una fotocamera – l’immagine registrata dalla retina è invertita destra/sinistra e sottosopra!

E’ il cervello che la raddrizza e ce la fa vedere corretta; è sempre il cervello che sfruttando la distanza interpupillare dei due occhi di cui disponiamo, ricrea l’effetto della profondità. Secondo i ricercatori il senso della vista dipende solo per un mero 10% dagli occhi, il restante 90% è legato agli altri organi di senso (si, noi “vediamo” anche grazie al tatto, all’udito, all’odorato, all’equilibrio, ecc.) e al cervello. In fondo è così anche con la fotografia: solo una minima parte di una foto (quella della “concretizzazione”) si deve alla fotocamera, la gran parte è invece frutto di noi autori, del nostro cervello, delle nostre emozioni, dei nostri sensi.

Z – Zona

Il “Sistema Zonale” di Ansel Adams è una delle tecniche “fine art” e creative più note della fotografia, e sebbene sia valida principalmente in analogico e soprattutto con il grande formato, non ha mai smesso di affascinare i fotografi, al punto che ne esistono delle varianti applicate anche al digitale.

Personalmente, ciò che trovo utile e intrigante delle “zone” è la loro efficacia nel leggere la scena da fotografare: certo, in primis dal punto di vista esposimetrico, ma anche da quello analitico e in conclusione creativo. Imparare a guardare la scena che abbiamo davanti e che intendiamo fotografare come un insieme armonico di luminosità, e dunque di tonalità di grigio, è non solo utile per capire dove effettuare la lettura con l’esposimetro, ma anche l’armonia dell’insieme, o il contrasto, o i valori complessivi di luci e ombre.

E’ anche un modo comodo per confrontarsi tra fotografi. Se voglio parlare di quanto difficile sia stato interpretare un panorama, debbo utilizzare un sacco di giri di parole per farmi capire, ma se invece dico: “era davvero una scena complessa, con un ampia campitura in zona VII e aree che finivano in Zona II. Pensa che trovare la Zona V è stata un’impresa!“, il mio interlocutore – se a conoscenza delle zone – comprenderà perfettamente che sto parlando di una scena molto contrastata con un cielo chiarissimo e ombre quasi chiuse. E così via. Diciamo che può diventare un lessico, a volte addirittura appassionante.

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