Home-based Photography

In Gran Bretagna, in epoca Vittoriana, si sviluppò un movimento di naturalisti dilettanti che non aveva bisogno di viaggiare in terre lontane ed esotiche per soddisfare le proprie curiosità scientifiche.

Mentre i naturalisti di professione viaggiavano nel vasto mondo che allora la Gran Bretagna controllava (dall’Australia al Sudafrica, fino all’India) descrivendo foreste fittissime e animali sconosciuti, questi naturalisti “home-based” – come vengono comunemente definiti – esploravano i boschetti vicino casa, il torrentello ai bordi della città o addirittura creavano giardini appositamente pensati per attirare la fauna da studiare.

Tra le mie letture giovanili preferite, ricordo “Naturalisti curiosi” di Niko Timbergen, in cui il grande etologo e zoologo danese racconta i suoi incontri con gli animali – dagli uccelli agli insetti, specialmente le formiche – il più delle volte allontanandosi di poco dalla sua abitazione. Da allora trovo sempre affascinante la natura vicina, a portata di mano. Alla fin fine son capaci tutti – avendone le possibilità economiche – a prendere un aereo e volare in Africa a vedere i Leoni, ma ci vuole curiosità e senso di osservazione per studiare invece il Formicaleone (Myrmeleontidae), le cui larve creano dei piccoli conetti sul suolo (soprattutto sabbioso) che diventano trappole mortali appunto per le formiche, che scivolano sui pendii ripidi e finiscono direttamente tra le fauci del piccolo predatore. A parte la scala, le tecniche di caccia sono entrambe spettacolari. E il Formicaleone si trova comunemente nel nostro paese. E quando sfarfalla è anche un insetto molto bello.

Ovviamente non intendo qui parlare tanto di scienze naturali, quanto di fotografia applicando la logica appena descritta alle abitudini dei fotografi i quali pensano spesso che l’unico modo di ottenere grandi foto sia quello di viaggiare, di andare lontano, di cercare l’avventura e poi fotografarla. Il risultato sono spesso foto spettacolari, ma già viste, a volte addirittura banali. Ad esempio quante fotografie di cascate e piccoli iceberg islandesi vi è capitato di vedere?

Dunque quel che vorrei invece esaltare è appunto quella che ho deciso di chiamare HBP, Home-based Photography, la fotografia a due passi da casa, potremmo dire. Che è praticabile anche, a dire il vero, senza nemmeno uscire di casa. E non parlo per forza di dedicarsi a still-life e ritratti in studio. La verità è che la caratteristica principale che un fotografo dovrebbe sviluppare è la curiosità, se vogliamo la capacità di meravigliarsi anche di piccole cose, e questo non si può fare a momenti alterni, dunque solo in viaggio. Se non vediamo soggetti adatti alle nostre fotografie ovunque, finiremo per non vederne più.

Al massimo copieremo i soggetti che hanno ispirato altri e non a caso tanti decidono di imbarcarsi in viaggi lunghi e complessi solo per fotografare “quel luogo” o “quella città” nel modo in cui lo ha già fatto il grande fotografo. Ognuno può divertirsi a rifare le foto di Giacomelli o di Ansel Adams, recarsi tra Puglia e Basilicata per rifare le foto di Franco Fontana degli anni ’70, perdersi nelle nebbie padane per imitare Ghirri o nei vicoli di Napoli inseguendo le intuizioni di Jodice. Penso possa anche essere divertente, ma non serve che sia io a dire che tutto questo non è fotografia, non quella “seria” almeno. Che consiste, fino a prova contraria, a esprimere qualcosa di personale, qualcosa di nostro, non a scimmiottare quanto fatto da altri. Riconosco che a volte ci sono autori che creano dei modi di vedere talmente potenti che si finisce per forza per esserne assoggettati: è quello che ad esempio ho pensato dopo aver visto l’ennesima foto dell’Etna o del Vesuvio in stile “Magma” di Antonio Biasiucci. Per carità: reinterpretare i codici visivi di autori di levatura è un ottimo esercizio e può di sicuro portare a creare progetti validi, ma “uccidere” (in senso Zen) il maestro a cui ci si ispira dovrebbe essere altrettanto importante del seguirne le orme. Insomma ispirarsi sì, ma copiare pedissequamente no.

E a proposito di Biasiucci, mi sembra un ottimo esempio di fotografo “home-based” in quanto la gran parte dei suoi lavori non ha certo richiesto grandi viaggi. Lo stesso Ghirri non è famoso per esser stato un esploratore di luoghi esotici. Mi sembrano esempi sufficienti per riflettere su quanto di importante e significativo abbiamo davanti agli occhi quasi quotidianamente. Io consiglierei di approfittarne.

In questi post sul blog F22 ho in diverse occasioni sollecitato questo approccio. Magari senza grande successo. Eppure sono fermamente convinto che se un fotografo non è in grado di creare un progetto che racconti il cortile di casa, allora non sarà nemmeno in grado di fare qualcosa di valido dopo aver raggiunto la parte opposta del mondo.

Se poi ci si pensa, quanti fotografi stranieri considererebbero il luogo in cui viviamo qualcosa di degno di finire in un progetto? Quel che a noi sembra quotidiano, per altri potrebbe essere esotico. In molte occasioni mi sono stupito di vedere lavori di autori stranieri anche importanti su località a me ben note e vicine. In genere mi do una pacca sulla testa ed esclamo: “ma non potevo pensarci io!?”. Forse sarà capitato anche a te. Per questo ribadisco ancora una volta l’importanza di aprire gli occhi e guardarsi attorno: non esistono luoghi o situazioni interessanti e luoghi o situazioni che non lo sono, ognuno può regalarci spunti utili se solo lo guardiamo con la mente aperta.

Ovviamente occorre lasciarsi ispirare, ma studiando il contesto ed esplorandolo potrebbe coinvolgerci anche se di primo acchitto ci respinge.

Al di là di tutto, credo che il miglior consiglio che io possa dare – non richiesto, lo so – sia proprio questo!

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