Qualche giorno fa sono stato a visitare l’appena inaugurato “Centro della Fotografia” di Roma, collocato in uno degli spazi dell’ex-Mattatoio, nel quartiere di Testaccio (piazza Orazio Giustiniani 4), proprio ai piedi di quel “monte dei cocci” che era di fatto una sorta di discarica a servizio del porto sul Tevere, dove venivano accumulate le anfore, i container di epoca romana, dopo l’uso. L’imponenza della collina artificiale restituisce un’idea piuttosto precisa dell’importanza – e del volume – dei traffici commerciali dell’antichità ma rende bene come questo luogo, da millenni, rappresenti anche una sorta di ponte tra Roma e il resto del mondo. Auspicabilmente, si potranno vedere esposte nel nuovo Centro le fotografie di autori provenienti da ogni angolo del pianeta, o vissuti in epoche diverse, come per le due mostre attualmente in corso (che termineranno a giugno).
Irving Penn, il grande ritrattista americano attivo soprattutto tra gli anni ’60 e i ’90 del secolo scorso, e Silvia Camporesi, una delle più note e interessanti autrici contemporanee, si confrontano in modo significativo, restituendo da un lato la vicinanza dell’approccio ideale – una fotografia curata e ben fatta, piena di idee – ma anche la distanza sia tecnica (analogico versus digitale, bianco e nero versus colore) che di linguaggio, diremmo di approccio (ritratto versus paesaggio, serie fotografiche versus progetti articolati). Mi sembra che sia un modo interessante e coinvolgente, pur nella limitatezza di due soli autori, per far riflettere sulla fotografia, sulle sue radici e sulle prospettive a venire.
Una piccola osservazione: chiamare la nuova istituzione “Centro della fotografia” mi suona un po’ autoreferenziale (fa tanto “Roma capoccia”), anche se sono certo non fosse questo l’intento. Personalmente avrei preferito come nome ufficiale “Centro per la fotografia”.
Tuttavia, mi preme riflettere non tanto sulle mostre in corso (che invito, chi può, ad andare a vedere) quanto sul modo in cui la fotografia stampata possa essere fruita adeguatamente (o meno) e come l’allestimento influenzi giocoforza l’idea che ci facciamo di un progetto o di un autore. Insomma della differenza che esiste tra collocare delle stampe sui muri – per dire – di un locale pubblico, magari di un conoscente, e averle invece sulle pareti di una galleria o di un museo.
Innanzitutto voglio sottolineare come anche in un’epoca pienamente digitale come la nostra, le stampe analogiche – spesso al platino – di Irving Penn continuino ad affascinare, forse per l’inevitabile considerazione che l’autore vi ha messo mano personalmente, anche con delle elaborazioni in camera oscura. Anche le foto a colori (Penn utilizzava anche questo approccio, sebbene in modo limitato) hanno qualcosa di fisico, di tridimensionale, specialmente quelle realizzate col Dye Transfer, una tecnica complessa e costosa, da tempo desueta, che permetteva di ottenere colori e dettagli straordinari.
Le stampe digitali della Camporesi sono ovviamente all’altezza, ma possiedono una “aura” diversa, per citare Benjamin.
Comunque, queste sono elucubrazioni da fotografo attempato. Quel che mi preme invece sottolineare è che un luogo deputato alla fotografia come questo, e dunque progettato avendo in mente le esposizioni di stampe, offra davvero un’esperienza visiva e quasi tattile, “immersiva”. Il contesto è relativamente buio e ogni foto è illuminata con un faretto, in modo da risaltare e permettere allo spettatore di concentrarsi su ciascuna immagine. Le strutture a vista del Mattatoio (anche se a un vegetariano come me un pochino danno i brividi!) sembrano spingere lo sguardo verso le opere in mostra.
Opere che sono valorizzate grazie a delle cornici semplici ed eleganti, che non distraggono ma valorizzano. Ovviamente la Camporesi con la stampa Inkjet può sfruttare una sorta di “indipendenza” rispetto ai limiti tecnici che una Camera Oscura analogica giocoforza comporta e dunque nella sua mostra ci sono anche foto di grandi dimensioni, oltre a una griglia di oltre 100 stampe molto piccole, delle vere cartoline, con alcuni dei soggetti ripresi per il progetto “Atlas Italiae“, dedicato ai luoghi abbandonati d’Italia.
In ogni caso, che le stampe siano piccole oppure molto grandi, le modalità di esposizione e di illuminazione le valorizzano adeguatamente e lo spettatore non può che restare rapito dal fluire delle immagini.
Ora pensiamo a una mostra in un locale pubblico (ad esempio un bar o un ristorante: in passato ne ho fatte diverse anch’io), o in una situazione non “vocata” allo scopo espositivo. Spesso, diciamocelo francamente, è un disastro. La luce è inadeguata – magari ha anche delle dominanti – realizzata con neon, faretti sparati qua e là, con zone d’ombra e “spot” troppo luminosi. Il contesto è distraente, con tavoli, sedie, soprammobili o altro. Le foto si impongono solo se sono davvero grandi. E comunque i visitatori spesso le percepiscono solo come complementi d’arredo, un po’ come certe stampe di Ikea. Non è davvero il massimo.
Certo solo pochi, grandi nomi, affermati e noti nel “giro che conta” possono sperare di esporre in gallerie professionali, musei o centri come quello di Roma. Vero, verissimo. Infatti credo che l’esperienza di esporre le proprie foto, per ricevere commenti, consigli, considerazioni, vada assolutamente fatta, anche se si ha a disposizione solo il bar di un amico o la “Casa del Popolo” di un tempo. Magari ci si può arrangiare acquistando qualche supporto su cui montare delle luci per aumentare la luminosità complessiva: le stampe funzionano con la luce riflessa, non quella trasmessa come i monitor, dunque la luce dev’essere quella giusta, altrimenti le foto sembrano tutte sottoesposte. Si possono anche utilizzare le cornici economiche in vendita nei negozi di bricolage, oppure semplicemente fissare le stampe nude e crude alle pareti con delle puntine o cose del genere.
Di sicuro predisporre una mostra è un’esperienza che arricchisce, anche quando è collettiva, e in tal senso partecipare a iniziative in cui più fotografi si organizzano per creare un evento è utilissimo: mettendo insieme delle risorse economiche, si potrebbe addirittura arrivare a poter affittare una galleria vera e propria.
Tuttavia, resta vero il fatto che una Mostra con la “M” maiuscola richiede per forza un impegno economico, tecnico e di tempo davvero notevole e mi fermo spesso a pensare che la vera bellezza di essere un fotografo inserito nel “giro che conta” (possibilmente quando si è ancora vivi) consista proprio nell’essere invitati ad esporre in luoghi come il nuovo “Centro della Fotografia”!