Per gli psicologi l’immaginazione è un processo creativo spontaneo – in buona parte subconscio – che utilizzando il materiale grezzo fornito dalle percezioni sensoriali e dalla memoria, produce nuove combinazioni di immagini, emozioni e idee. Tale definizione mi è sempre sembrata assai prossima a quella che secondo me è anche la definizione della fotografia: un processo creativo che utilizzando il materiale grezzo fornito dalla realtà (i soggetti) produce nuove combinazioni degli stessi, dunque nuove immagini in grado di suscitare emozioni e idee.
In fondo un fotografo, in quanto un creatore di immagini, inevitabilmente ricorrerà all’immaginazione ma poi deve fare i conti con la nota natura indicale della fotografia (la sua diretta dipendenza dal soggetto) per la quale quel che serve a produrre le immagini dev’essere davanti l’obiettivo dell’operatore. Nonostante questo, nonostante il fatto che debba fotografare qualcosa che ho lì davanti in quel momento, le fotografie in effetti nascono prima, anche molto prima, il momento dello scatto.
Ce ne possiamo rendere conto se consideriamo che esistono molte e diverse tipologie di immaginazioni. Se infatti le immagini mentali derivano da passate esperienze si definiscono riflessioni, se invece si basano su situazioni future che verosimilmente potrebbero verificarsi, si tratta di piani d’azione. Infine se sono correlate al passato o al futuro in modo più o meno vago, le definiamo fantasie. In ogni caso sono sempre forme diverse dello stesso fenomeno, la generazione mentale di immagini che poi – in quanto fotografi, cerchiamo di concretizzare in qualche modo, e sono sempre tra loro interconnesse. Tutte le immagini mentali sono infatti influenzate dalle esperienze fatte e anche l’immaginazione più realistica – dunque basata su dati di fatto dimostrabili – può facilmente sconfinare nel mondo della fantasia.
Anche in questo caso m’è venuto da pensare che esiste una vicinanza interessante tra questi tre aspetti e il gesto fotografico. Infatti, specialmente quando si lavora su progetti fotografici, è inevitabilmente riflettere in modo approfondito su quali sviluppi dare al proprio lavoro di ripresa, basandoci su quelle che sono le nostre esperienze pregresse. Tale riflessione sarà più efficace man mano che la nostra esperienza cresce: un fotografo esperto “sa già” quel che serve fare, il principiante o l’inesperto magari dovrà riflettere – e leggere, e informarsi – molto di più. Dopo queste attente riflessioni inevitabilmente buttiamo giù dei piani d’azione: personalmente produco delle schede abbastanza circostanziate, utili per non disperdere le energie. In entrambe queste due fasi viaggio con la fantasia, immagino quali risultati vorrei ottenere e a volte arrivo quasi a una “previsualizzazione” di ciò che voglio. In realtà è proprio la fase in cui utilizziamo la fantasia quella più motivante sebbene debba ammettere che poi spesso i rsultati finali non siano all’altezza delle aspettative, che tendiamo a porre molto, molto in alto.
L’attività del fotografo è quindi, a mio parere, perfettamente allineata con le componenti fondamentali del concetto di “immaginazione” fornitaci dgli psicologi. C’è da aggiungere che tutti noi (fotografi e non) ci creiamo delle immagini mentali che più che per fotografare sono fondamentali alla sopravvivenza: un’immagine spaziale e una temporale, grazie alle quali ci vediamo collocati in uno specifica realtà (il qui e ora), un‘immagine relazionale grazie alla quale ci figuriamo in che modo siamo inseriti in un contesto e un’immagine personale con la quale ci definiamo rispetto agli altri (spesso illudendoci).
Complessivamente queste caratteristiche creano la nostra immagine del sé. Potessimo scattarci una foto (un autoritratto) in cui inserire tutti questi elementi sarebbe la perfetta rappresentazione del nostro Io, di ciò che siamo davvero. Aggiungo che spesso è per questo che invece è così difficile scattare una simile foto: ognuno indossa delle maschere e recita un ruolo e si finisce semmai per fotografare queste caratteristiche più che la nostra vera natura.
Rispetto alla nostra vera immagine – quel che siamo, i nostri valori, le nostre idee e il nostro modo di relazionarci al mondo – quel che proiettiamo fuori (e che spesso ci prefiguriamo nella nostra mente) è un’immagine artefatta, edulcorata, creata appositamente per piacere. E anche qui: quanto di tutto questo dovrebbe farci riflettere sulla fotografia contemporanea – di ritratto in special modo – che lavora solo con maschere e artefatti e di rado con persone vere? Va bene, tutti vorremmo essere fotografati “al meglio”, apparire se non belli almeno gradevoli, senza che i nostri difetti siano evidenti, no? Però si tratta di ingenue falsità, come quelle che certi filtri automatici di TikTok o Instagram aggiungono in modo del tutto automatico rendendo le persone “perfette”, ma tutte uguali.
Lo stesso accade con ogni soggetto che intendiamo fotografare. Lo imbellettiamo, eliminiamo i difetti, lavoriamo – appunto – di immaginazione. E vendiamo questo fatto come qualcosa di positivo. Probabilmente lo è, ma nello stesso tempo è anche un limite e lo sarà sempre di più ora che l’avvento dell’Intelligenza Artificiale ci permette di creare immagini perfette di qualcosa che è solo e semplicemente una fantasia. Una sorta di sogno (o incubo) concretizzato di ogni creatore d’immagini. Basta compilare un prompt con indicate tutte le caratteristiche della nostra “immagine mentale” e in breve l’AI ce la sfornerà. Poi qualche ritocco e il nostro compito è finito.
Eppure – ultima riflessione che voglio fare in quest’occasione – riusciamo ancora a riconoscere una foto “sintografica”, generata dall’AI, da una creata da un fotografo, anche se molto elaborata. Magari a volte abbiamo dei dubbi, ma qualcosa ancora ci risulta “stonato”. Cosa sarà mai?
E’ che come fotografi immaginiamo la perfezione, ma non la raggiungiamo mai. Le foto perfette non esistono, ma l’AI sa crearle, o almeno ci si avvicina molto. Ho notato che ci sono fotografi che s’impegnano a fare delle fotografia “stile AI”, nel senso che le desiderano pulite, liscie, perfette, con ogni elemento al suo posto. Senza sbavature.
Ecco, fotografie senza “punctum” del genere forse sono senz’anima, come lo sono quelle sintografiche. Belle, per carità, ben fatte, quasi miracolose, ma “roba” morta, esattamente come un fumetto di Miyazaki ha un’anima e l’imitazione sintografica è solo una pagliacciata. Sia chiaro: non sono contrario alle immagini generate con l’intelligenza artificiale, anzi. Ma sono ben altra cosa rispetto a una fotografia, con i suoi difetti, i suoi limiti, il suo rumore digitale o la sua grana, le aberrazioni cromatiche, la perdita di dettaglio ai bordi e così via.
Soprattutto penso che la fotografia resterà sempre lo strumento principe per inseguire l’immaginazione. Non abbiamo bisogno, infatti, di creare immagini che riprendano pedissequamente quel che abbiamo nella testa, abbiamo bisogno che tutti gli elementi in azione e di cui ho parlato all’inizio lavorino dentro di noi, e diventino esperienza. Diventino anche errori, illusioni, delusioni, dolore. Perché il subconscio, la memoria, le emozioni sono la componente reale di ogni fotografia. E non esiste AI in grado di crearle, perché una macchina – almeno per ora – non ha subconscio, non si vede in relazione con gli altri esseri umani, non partecipa alla società, non commette errori per timidezza o inesperienza, non s’incazza quando viene criticata e non si esalta se gli fanno un complimento.
L’immaginazione è davvero quel che ci rende umani. E come fotografi dovremmo coltivarla come certi appassionati fanno con le rare orchidee custodite in una serra.