Il Genere della fotografia

Ogni fotografo/a pratica un qualche genere di fotografia e – se interpellato/a su questo aspetto – e ovviamente sbuffando, risponde che lui o lei si dedicano all’architettura, al ritratto, al paesaggio e così via. I più prudenti dichiarano sollevando gli occhi al cielo e muovendo le mani in aria, ispirati, che comunque non vogliono rimanere ingabbiati in un genere e che dunque si dedicano anche ad altro. Insomma, sono indecisi.

Tu che genere di fotografia pratichi, te lo sei mai chiesto?

Se rispondi che no, la questione non te la sei mai posta, allora stai mentendo a te stesso e per porvi rimedio ti basterà scorrere le foto che hai scattato nell’ultimo anno per capire cosa davvero ti piace riprendere. Comunque la questione che mi ha solleticato la fantasia riguarda la vera natura della fotografia, e dunque delle sue varie declinazioni.

Va bene, conosciamo i generi fotografici, quelli di cui ho parlato in apertura. Ma – vediamo se sai rispondermi – come può davvero essere la fotografia?

Insomma, quali contesti – direi mondi – è in grado di esplorare e comunicare?

Così è più difficile, non trovi? Ma gli espertoni hanno comunque messo a punto tre categorie specifiche, di cui avevo letto tempo fa non mi ricordo più dove, ma che sono in effetti, a mio parere, molto precise ed efficaci. Pronto?

Allora: la fotografia può essere una traccia metafisica della realtà. Ti torna? E’ il classico “purismo visuale“: quel che hai davanti lo riprendi – certo interpretandolo – ma comunque nel modo più preciso possibile. Vuoi dire agli altri: questo è, così l’ho visto e sentito io.

Oppure può essere una costruzione che utilizza la realtà come materiale per realizzare altro, ed è la classica fotografia “staged“, come dicono gli anglofoni. Lo Still Life è un esempio concreto e facilmente comprensibile, ma anche la fotografia di moda e la ritrattistica è staged, e spesso anche certa fotografia di paesaggio, in cui si inseriscono volutamente degli elementi che non ci sarebbero in modo naturale. Quel che vuol dire è: tutto questo è reale, ma io l’ho ricomposto a modo mio perché sono un Autore (rigorosamente con la A maiuscola). L’esempio più lampante di questo genere è Andreas Gursky.

Infine può essere una personale riflessione sul medium, la fotocamera e l’immagine, ed in questo caso parliamo di fotografia sperimentale. La realtà può andare a farsi benedire, quel che il fotografo vuol fare è creare mondi, proporre interpretazioni surreali, distopiche, nichiliste, strane, fantasiose, misteriose non tanto della realtà – spesso assente o sfruttata come mero materiale bruto – quanto dei pensieri e delle emozioni del fotografo. Oggi col digitale abbondano gli “sperimentatori”, ma già ai tempi dell’analogico (anzi, già nel XIX secolo) c’era chi osava creare fotografie “irreali”. In tempi più recenti un esempio classico è Jerry Uelsmann.

C’è da dire che ognuna di queste tre categorie – al cui interno vivono tuti i generi fotografici che puoi immaginare – cerca di raccontare la realtà secondo una visione che potremmo definire “antropocentrica”: insomma, l’uomo ordina le cose secondo schemi che lui stesso crea, gli dà un senso, le divide tra belle e brutte, utili e inutili, importanti o trascurabili. Le cose esistono solo nei limiti dell’interesse che possono provocare nell’osservatore umano e non hanno vita propria, almeno nella stragrande maggioranza delle fotografie. Ci hai mai fatto caso?

Spesso come fotografi somigliamo più a certi “classificatori” delle scienze naturali – tipo il grande Linneo – che ad artisti che dovrebbero anche lasciarsi scegliere dai soggetti – come sosteneva Minor White – e non solo valutarli, giudicarli e dunque vagliarli sulla base della loro utilità o meno. Il problema, se vogliamo, è che, per dirla con Ernst Gombrich (“Art and Illusion” 1956) la visione “non può essere separata dalla conoscenza“. Come sei, così vedi.

Il limite di questi approccio di cui ho brevemente trattato è principalmente uno. Pensaci su un attimo, non ti viene in mente?

E’ il doversi sempre allineare allo spettatore, “dipendere” da chi guarderà le fotografie. Infatti se la fotografia è un incontro di culture – la cultura dell’operatore che realizza la fotografia e quella dello spettatore che dovrà recepirla – se non trovano un terreno comune subentrerà un rifiuto. E’ il motivo per cui le fotografie del primo genere (Purismo Visuale) avranno sempre un’accoglienza migliore di quelle del terzo genere (Sperimentale), mentre quelle del secondo genere… dipende, soprattutto dall’abilità del fotografo.

Nel frattempo però è anche subentrata una variabile impazzita: l’Intelligenza Artificiale. Che per ovvi motivi va principalmente a impattare sui primi due generi. Le “foto” realizzate con l’AI tentano di spacciarsi come riprese “pure” della realtà, o come immagini “staged” ben fatte (pensiamo anche alle foto glamour o di nudo in cui non esiste un vero soggetto umano, ma solo un’istruzione scritta). In verità se parliamo di fotografia sperimentale, è accettabilissimo che si impieghi anche l’AI per crearle o alterarle, non è poi diverso dal ricorrere a tecniche analogiche o digitali tradizionali, visto che quel che conta è – stile Duchamp – l’idea che c’è dietro, non solo il risultato.

Il che realizza pienamente il chiasmo di G.K. Chesterton che più o meno recita: “la funzione dell’immaginazione non è quella di rendere normali le cose strane, quanto di rendere strane le cose normali“. La fotografia sin qui ha reso fruibili e accettabili gli eccessi e le stranezze, ora si dedica soprattutto a rendere irreali e strane le cose quotidiane, cosa che faceva anche prima, s’intende, ma magari con meno efficacia.

Mi chiederai (come sempre): e allora?

E io ti risponderò (come sempre): non lo so.

Le mie sono semplici osservazioni, ma credo davvero che ci troviamo in un punto della storia della fotografia (o di quel che ne resta) in cui decidere da che parte stare è importante, se non essenziale. Intendo dire che la tecnologia avanza ciecamente: ogni nuova invenzione viene messa in commercio senza pensare alle conseguenze, ma solo al guadagno. Spetta alla Società (umana) che ne farà uso decidere se è un bene o un male, e semmai quali regole imporre al nuovo che avanza, sebbene l’esperienza dimostri che fermare davvero una tecnologia “disruptive” è sostanzialmente impossibile. Col tempo, finirà per imporsi, se è davvero innovativa, comoda e sostenibile, anche a livello economico.

Perciò direi che occorra aggiungere, ai tre “generi” di fotografia di cui abbiamo parlato – e sebbene sia difficile parlare davvero di fotografia in questo caso – anche un quarto genere: la fotografia come pura e semplice invenzione. Fotografie generate, non riprese dalla realtà con una fotocamera o qualche artificio del genere.

Ecco, il quadro così mi sembra completo. D’ora in poi ti consiglio, quando ti chiederanno che tipo di fotografia pratichi, di non rispondere “ritratto in bianco e nero” o “paesaggio”, ma ascrivendo te stesso a uno dei quatrtro generi che abbiamo elencato, anche se poi magari ti sposti saltuariamente da uno all’altro. Io ad esempio sento di appartenere al primo genere, visto che amo riprendere i luoghi “come sono” (filtrandoli attraverso la mia sensibilità, ovvio), ma spesso bazzico dalle parti della fotografia sperimentale, ed ho anche realizzato un progetto – con il relativo libro – totalmente sperimentale, intitolato “Foto|Sintesi“.

Con solo quattro approcci il tutto diventa comunque più semplice, auspicabilmente più chiaro. Dici che – in fondo – chi se ne frega? Vero, ma vuoi mettere il figurone che farai quando qualcuno proverà di nuovo a chiederti: “ma tu, che genere pratichi?”…

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