Il manifesto della Stupid Photography

«Non lo capisco neanche io. È nebuloso, poco chiaro, però è intelligente. “Tutti scrivono così adesso” dice “è un effetto dell’ambiente”» (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov 1879)

Sono in tanti, tantissimi a praticare la Stupid Photography, ma non ha ancora un manifesto: ora, eccolo. Ho deciso infatti di scriverlo io. È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

Come in tutti i manifesti degni di questo nome cercherò di definire (in breve) i confini del genere artistico-fotografico di cui si parla, e di indicare quali caratteristiche debba avere una fotografia per essere assegnata a questa scuola di pensiero (diciamo che pensiero è una parola grossa in questo contesto), ed essere riconosciuta come una fotografia davvero, ma davvero stupida.

Dunque cos’è la Stupid Photography?

È una fotografia che intende essere e rimanere svincolata dai canoni classici, essere libera e creativa, totalmente e profondamente anarchica, che rifiuta le indicazioni, i limiti assegnati una volta per tutte, che non insegue l’intellettualismo becero.

Soltanto che tutto questo lo fa senza alcuna consapevolezza, ma in modo del tutto casuale e fortuito. Nessuno intende fare foto stupide, tuttavia alla maggior parte di coloro che scattano fotografie queste vengono così. È una modalità del tutto naturale, a-intenzionale.

La verità è che per rientrare in questa Scuola è preferibile non saper fotografare affatto: se si impara a fare le cose per bene si è ipso facto fuori dal movimento, senza se e senza ma. Perciò attenzione…

Affinché una foto appartenente alla categoria della Stupid Photography abbia successo, occorre inoltre che la filosofia di fondo che caratterizza questo movimento sia ampiamente diffusa: occorre, in altre parole, che ci sia un pubblico altrettanto inconsapevole e ignorante (almeno riguardo alla fotografia) degli autori delle foto stesse.

Il pubblico deve rigorosamente astenersi da qualsiasi considerazione intelligente (non sia mai!) o commento ponderato, ma preferire delle critiche tipo “Wow!” (la preferita), “foto bellissima!!”, “capolavoro!!!” e cose del genere, con abbondanza di punti esclamativi.

Sebbene non si possa escludere la diffusione delle foto attraverso mostre o pubblicazioni, il canale principale per diffondere il Verbo della Stupid Photography restano senza meno i canali Social, dove ci si sente a casa, e dove è facilissimo trovare sia fotografi che pubblico aderenti (magari senza saperlo) alla Scuola.

Come si distingue senza ombra di dubbio una foto della SP da una foto (orrore!) ben fatta? I parametri sono tanti, ma ce ne sono alcuni che sono ben riconoscibili e facilmente identificabili.

  1. 1. Il Soggetto – Non deve esserci, s’intende. Nel senso che ovviamente la foto mostra “qualcosa”, ma non è un soggetto significativo davvero. Magari lo è per chi scatta la foto (un amico, un parente, un oggetto, un luogo) ma non dice assolutamente nulla al resto del mondo;
  2. 2. La Composizione – Risulta del tutto casuale (secondo la tecnica notissima detta “ad cazzum”), dunque apparentemente sbagliata (secondo i canoni classici), oppure frutto dell’utilizzo di regole e regolette apprese su Internet e supportate dai device (come la “regola dei terzi” per la quale esiste un’apposita griglia nel display dello smartphone);
  3. 3. L’Esposizione – Se è sbagliata è meglio, ma comunque a volte quei maledetti smartphone riescono ad azzeccarla, ma fa niente, si può perdonare. Certo le foto scure o quelle gravemente sovraesposte sono preferibili;
  4. 4. Il MessaggioOddio, no! Il “messaggio” va evitato accu-ra-ta-mente, è fondamentale. Al più, se proprio si tiene ad apparire finto-intelligenti, si possono allegare alle foto dei testi quasi poetici o profondi, purché – di fatto – siano invece assai stupidi.

Ecco: sui titoli o sulle didascalie è bene porre molta attenzione. La cosa ideale è unire frasi e parole pompose e ridondanti in modo il più casuale possibile.

Le persone sono molto attratte dalle “stronzate” (bullshit), e non lo dico io, lo dice una seria ricerca svolta da Harry G. Frankfurt e pubblicata nel 1986 nel saggio “On Bullshit”, divenuto un piccolo caso editoriale nel 2005 quando venne ripubblicato dalla Princeton University Press (in Italia da Rizzoli).

Sia chiaro: la stronzata non è una menzogna, anzi. Il bullshitter non afferma deliberatamente il falso, ma mira a impressionare chi lo ascolta “con affermazioni vaghe e fumose, infarcite di parole inusuali e altisonanti, distraendo chi ascolta dal contenuto”.

È stata anche messa a punto la BRS (Bullshit Receptivity Scale) che permette di valutare la propensione delle persone a lasciarsi impressionare dalle frasi a effetto senza un reale significato.

E indovina un po’? La stragrande maggioranza delle persone è ben felice di lasciarsi abbindolare dalle stronzate e a questo si deve il successo della “Stupid Photography” che è a tutti gli effetti il mainstream della fotografia contemporanea, almeno come numero di praticanti.

Gli studiosi sottolineano l’importanza delle “stronzate pseudo-profonde” per ottenere attenzione e addirittura prestigio, interesse, o guadagnare soldi (o avere successo in politica, ma questo è un altro discorso).

E il campo di elezione per praticare il “Bullshitting” è proprio quello dell’Arte, come sottolinea l’artista e scrittore Brian Ashbee che nel 1999 ha pubblicato un divertente articolo su Artreview intitolato «How to be a critic: a beginners guide to “artbollocks”» (Come diventare un critico: una guida per principianti alle balle dell’arte).

Secondo Ashbee (come riportato in un articolo di Valentina Tanni) le regole da seguire per diventare un critico d’arte sono otto: il principio di incertezza con l’uso della vaghezza e del paradosso; mai definire una cosa semplicemente come «grande» perché non è cool e dunque non parlare mai di “grande Arte” o “grande fotografia”; il conforto della mediocrità (mai criticare esplicitamente); anche se non si ha niente da dire, dirlo lo stesso visto che ci si può sempre inventare qualcosa per giustificarsi; usare i condizionali (il loro uso aiuta a mantenere fitta la nebbia); la banalità, amica del critico: qualsiasi aspetto dell’opera, per quanto banale, può essere trasformato in qualcosa che sembra interessante; utilizzare la semiotica, vera alleata del critico, ma solo se usata totalmente a sproposito e infine, la regola d’oro: non scrivere fatti e opinioni, perché possono essere facilmente contestati, invece scrivi concetti, qualsiasi concetto.

Se ti è capitato di leggere una recensione o un testo critico su qualche fotografo, specialmente se quest’ultimo è un “autore” abbastanza noto, avrai potuto notare quante stronzate si riescono a mettere insieme anche solo in tre righe di testo, oltretutto senza di fatto dire nulla. Nulla di intelligente, almeno, che per i nostri scopi è assolutamente ottimo.

Perciò un fotografo che vuole praticare per davvero la Stupid Photography, in sintesi, deve realizzare foto insignificanti e dimenticabili, possibilmente incomprensibili, meglio se coloratissime – oppure in un bianco e nero cupo in cui non si distingue “una cippa” come si dice in gergo tecnico – e magari sfocate, mosse (ma non mosse in modo da diventare interessanti come un ICM), mal composte, e così via, insomma come il 90% delle foto che puoi vedere su Facebook o su Instagram, e poi trovare un titolo che significa niente ma sembra suggerire un sacco di cose, e magari mettere un commento che può essere depredato da qualche poeta o scrittore (si consiglia l’eterno Ungaretti, come fonte inesauribile) o scritto sostituendo ogni parola vagamente comprensibile con un adeguato sinonimo da prendere in qualche dizionario online.

In pratica, se scrivi “buio” sostituiscilo con “tenebroso”, se per caso (guai a te!) scrivi “intelligente”, cancellalo e scrivi “raziocinante” e così via. Cerca di scrivere comunque frasi lunghe, con innumerevoli virgole, circonvoluzioni articolate, in modo da stremare il lettore, che non arriverà alla fine della frase e resterà così convinto di essere più stupido di te. Che, diciamolo, se apprezza certe foto è anche possibile sia cosa vera.

Poi, il titolo. Per evitare accuratamente di creare titoli che abbiano senso (dio non voglia), è bene affidarsi alla tecnologia, con un software che genera automaticamente titoli per opere d’arte. The Abstract Art Title Generator” è uno di questi.

Il sito è molto semplice da utilizzare: ovviamente puoi lasciare il titolo in inglese (fa sempre figo, dài) oppure tradurlo in italiano con Google Translator, che introduce ulteriori “bullshit” e dunque migliora il tutto.

Ecco allora alcuni esempi di titoli generati automaticamente: “Disgust v/s Surface” (Disgusto opposto a Superficie), “Mechanical Image of Death” (Immagine Meccanica della Morte), “Impossible Impression of Metaphysical Space” (Impressione Impossibile di uno Spazio Metafisico). Chi potrebbe mai non apprezzare delle orribili foto corredate da siffatti titoli?

Ora comunque avendo foto, titolo e didascalia – tutti adeguatamente stupidi e incomprensibili – si può a pieno diritto far parte del Movimento della Stupid Photography.

Oppure aspirare a diventare un Critico d’Arte.