Il mondo in rosa

La gran parte di noi non ha mai visto un leopardo delle nevi o una tigre della Siberia, non ha visitato Samarcanda o Timbuctù, le montagne dell’Himalaya o il Kilimanjaro, la foresta amazzonica o quella centroafricana, Chicago o Bejing, Adelaide o Thule.

In verità, ben pochi hanno potuto vedere dal vivo la Gioconda o i quadri esposti al museo di Mosca, o hanno potuto visitare la cappella degli Scrovegni o quella Sistina. E quanti hanno potuto guardare direttamente negli occhi i politici di cui si discute, o gli scrittori di cui si leggono avidamente i romanzi, o gli attori che si vedono al cinema?

Eppure, nel nostro cervello gran parte di queste immagini, di questi volti, ci sono. Anche il meno interessato alla Storia dell’Arte ha avuto modo di vedere un Vermeer, un Van Gogh o un dipinto di Raffaello, magari perché illustrava un libro scolastico.

E tutti sanno com’è fatto un elefante, un leone o uno stambecco, anche se non ne hanno mai visto uno dal vero. E hanno ben presente la faccia del Presidente della Repubblica o del Primo Ministro, sebbene non gli sia mai capitato di incrociarli.

Possediamo tutte queste informazioni visive grazie alla fotografia.

E’ vero che un tempo c’era la pittura a svolgere lo stesso ruolo, ma le rappresentazioni pittoriche erano il più delle volte falsate e poco aderenti alla realtà. Una foto, invece, ci fa vedere il dipinto di Caravaggio come se l’originale fosse esposto nel salotto di casa. Spesso anche meglio, visto che nei musei dobbiamo combattere con vetri di sicurezza, recinti e folla oceanica.

Quando ho visitato la Cappella Sistina ho visto meno della metà di quello che è possibile vedere in una foto o in un VR, una panoramica immersiva, del ciclo pittorico, che trovi facilmente online. Si può esaminare ogni dettaglio senza essere spintonati dal turista di turno, e senza avere tempi contingentati.

E’ in fondo quello che sosteneva Walter Benjamin quando analizzava il senso dell’arte nell’era della sua riproducibilità. Prima l’arte era solo per le élite, e possedeva un’aura di preziosità e unicità. Oggi ha perso quest’aura, ma è diventata patrimonio comune, di chiunque.

La riproducibilità è democratica.

In tal senso la fotografia è la più democratica delle arti perché la riproducibilità è la sua caratteristica più evidente.

La fotografia permette di visitare i luoghi o vedere gli oggetti senza muoversi di casa e – dunque – di ampliare il patrimonio visivo del nostro cervello. Per questo le fotografie diventano sempre più fantasmagoriche, cariche di colori e di elementi (“barocche” direi): perché abbiamo la mente satura di immagini, e il cervello non si scompone più di tanto se vede un’immagine “normale”.

E’ drogato di emozioni, ne vuole di sempre più potenti. Così, il buon fotoamatore gliene fornisce a iosa, grazie alla tecnologia digitale. Sia di proprie, sia di altri, scovate online.

Un fotografo consapevole invece non visita un luogo: ci vive. Magari per un periodo relativamente breve, ma durante la realizzazione del suo lavoro, appartiene a quel luogo, a quella situazione, entra a farne parte.

Diventa lo sguardo dell’Umanità. E ce lo racconta meglio, ma molto meglio, di quanto potremmo fare andando distrattamente a fare un viaggio in quello stesso luogo.

W. Eugene Smith scattò 11.000 (undicimila!) negativi di Pittsburgh impiegando mesi per raccontarla come nessuno aveva fatto prima di lui.

Il punto è che proprio perché il nostro sguardo è facilmente ingannato dai nostri pregiudizi, dalle nostre convinzioni, dalle nostre paure e speranze, un approccio superficiale inevitabilmente porta a una rappresentazione non solo superficiale, ma falsa.

Molto personale, magari, nel senso che rispetta la nostra personalità, ma di sicuro poco ancorata alla realtà del luogo o dell’evento rappresentato. E se questo va bene – ma non sempre – quando parliamo di fotografia “artistica” o creativa, certamente non è un bene quando si tratta di reportage, di fotogiornalismo.

Vivendo una realtà, non solo la conosciamo meglio: abbassiamo le barriere che ostacolano una visione “autentica” di quella stessa realtà.

In fondo è per questo che il grande fotogiornalismo non se la passa molto bene: economicamente è insostenibile, spesso è politicamente scomodo. Chi cerca più la verità, oggi?Di fronte a una fotografia, magari colta al volo, si potrà sempre esaltarne il valore testimoniale, anche se questo aspetto inganna.

C’è un vecchio film dei fratelli Marx (“Night at the Opera”, 1935) in cui uno dei due fratelli, Groucho, viene avvicinato dalla sua datrice di lavoro, Margaret Dumont, che lo stava inutilmente attendendo in un ristorante mentre lui era a cena con un’altra donna.

Quando Groucho nega l’evidenza, e cioè di essere con un’altra, Margaret esclama contrariata: “Ma vi ho visto insieme con i miei occhi!”. Al che lui, con aria innocente, replica: “Ma tu a chi credi, a me o ai tuoi occhi?”.

Questa breve scenetta ci ricorda che lo sguardo è inevitabilmente influenzato dagli stati d’animo e dalle convinzioni che lo stesso cervello “gestisce”.

In fondo non si dice che quando uno è in fase negativa “vede tutto nero” o che per lui/lei“tutto sembra grigio”? E viceversa quando si è innamorati e felici non si “vede tutto rosa”?

A parte i colori, è proprio che guardiamo attraverso il filtro dei sentimenti e delle emozioni, ed è un filtro che falsifica tutto.

Un bravo professionista, un giornalista, un fotografo, un narratore, passa il tempo ad allenarsi ad essere più obiettivo possibile.

Oppure a essere coscientemente di parte, come quando Don McCullin si arrabbiò a morte perché i colleghi ammiravano la sua famosissima fotografia di una donna del Biafra col seno secco e il bimbo denutrito in braccio (1968), esclamando contrariato: “questa non è una fottuta buona fotografia, è una madre affamata col figlio denutrito in braccio!”.

Don McCullin bimbo biafrano

Don McCullin, Biafra

 

Ma in fondo aveva torto, o avevano ragione tutti, perché la foto era davvero riuscita e (terribilmente) buona, ma era anche una denuncia emozionante di un dramma inenarrabile. Guardando quella foto, nessuno poteva più dire di non sapere: e di certo non sarebbero stati molti quelli disposti ad andare in Biafra a “verificare di persona”.

Concludo con una riflessione su quello che è il valore testimoniale della fotografia.

Berengo Gardin, è noto, ce l’ha a morte con Robert Doisneau perché costruiva le sue foto, mettendo in posa amici e modelli per creare le sue scene di strada. Documentazione o fotografia creativa? Il risultato è innegabilmente buono, ma la questione si pone.

Robert Doisneau

E mi tornano in mente certi servizi fotografici fatti alle cerimonie di nozze. Hai presente, no?

Gli sposi in posa nella decappottabile o su una motocicletta (anche se non ne possiedono una), gli sposi sulla spiaggia di notte (anche se non ci andrebbero vestiti in quel modo), gli sposi che suonano la chitarra o il sassofono (anche se non sanno suonare), e così via.

E’ vero che oggi si tende a fare più un reportage della giornata che questo genere di fotografie, che però ancora sono richieste dal pubblico. Perché?

Perché, si dice, dev’essere un giorno indimenticabile (e le foto garantiscono che lo sia, anche se non è vero) e soprattutto perché in quell’occasione si vuole essere “speciali”, diversi dai grigi personaggi della vita quotidiana.

Ecco, il reportage – specialmente di viaggio, visto che siamo in estate e tanti si apprestano a partire -è un po’ così: si è sempre felici e contenti, si sorride davanti al monumento o al paesaggio scattando un selfie, e si vuol vedere tutto “in ordine e a posto”. Quel che riportiamo a casa non è l’anima del luogo, è solo l’immagine che ce ne siamo fatti nella nostra testa, e che operatori accorti ci hanno venduto.

Basterebbe girare l’angolo per scoprire che mentre il centro della bellissima città che stiamo visitando è “perfetto”, nelle borgate periferiche ci sono cumuli di rifiuti e degrado.

Quella però è la realtà, mica roba per turisti…

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