Ci sono molte definizioni che cercano di inquadrare la figura del fotografo. Una delle più controverse è quella di “operatore“, utilizzata ampiamente un tempo per sminuire – a mio parere – l’attività di ripresa delle fotografie, che alla fine è concepita come un “saper gestire una macchina”: il fotografo sarebbe affine a un operaio che conduce un Caterpillar, solo che utilizza strumenti più compatti.
Naturalmente noi fotografi abbiamo sempre preferito la definizione di “Autore” (con la A maiuscola, s’intende) ma c’è da dire che spesso tale sostantivo aggettivante è riservato a coloro che riscuotono un grande successo o hanno avuto una brillante carriera. E’ pur vero che spesso, se tale percorso creativo arriva a certi livelli, si passa direttamente nell’empireo del “Maestro”.
In definitiva, non potrebbe bastare la definizione di “fotografo”? Beh, sì, certo, però è davvero generica, in quanto chiunque fotografi con un minimo di serietà viene definito fotografo; se lo fa per vivere in caso è un “fotografo professionista”, se invece lo fa per diletto sarà un “fotografo amatoriale”, ma restiamo sempre nel campo di quell’attività che consiste nell’inquadrare e premere il pulsante di scatto. Poi c’è chi lo fa bene e chi no, come in ogni attività.
Personalmente mi sono imbattuto anni fa in una definizione che da allora utilizzo spesso, sia per me stesso che in generale nei miei corsi di fotografia. La paternità di questa definizione (che è un sostantivo anch’esso, ma viene usato sempre in senso aggettivante) è del grande Andreas Feininger, di cui da ragazzino ho letto tutti i manuali (che possiedo ancora) e che nel suo libro dedicato alla fotografia a colori scriveva: “ogni fotografia è una traduzione della realtà in forma figurativa. Fare una fotografia è, in un certo senso, come tradurre da una lingua in un’altra. Tale traduzione, naturalmente, può essere fatta in una grande varietà di modi ma, fondamentalmente, esistono soltanto due approcci: la traduzione “letterale”, cioè parola per parola, e la traduzione “libera” che tiene conto non soltanto del senso dell’originale ma anche delle caratteristiche della nuova lingua. Una traduzione letterale è, naturalmente, goffa, scialba, talvolta infedele per eccesso di fedeltà, e sempre inferiore all’originale […] una traduzione libera può invece eguagliare e anche superare l’originale in chiarezza, eleganza ed efficacia. Anche in fotografia l’approccio letterale è condannato all’inferiorità perché l’originale – cioè la realtà, il soggetto – possiede qualità che ovviamente non possono essere trasferite nella fotografia: per esempio la tridimensionalità e il movimento. La fotografia permette tuttavia di “simboleggiare” tali qualità…”.
Geniale. Semplice ed efficacissima. Il fotografo è un traduttore: la realtà è come il testo originale, scritto nella lingua della natura, e il fotografo deve tradurlo nel linguaggio della fotografia cercando di non farne una copia pedissequa, ma di interpretare quel “testo” proprio per non tradirlo, esattamente come fa il traduttore di un saggio o di un romanzo.
Naturalmente le grandi traduzioni dei classici della letteratura sono – potremmo dire – opere realizzate in tandem, con due autori. Non a caso un tempo gli scrittori più importanti venivano chiamati per applicarsi all’impresa di rendere in modo originale il frutto del lavoro dei loro colleghi. Pensiamo alle opere americane tradotte da Fernanda Pivano, o a Cesare Pavese che tradusse Joyce e Dickens o Jorge Luis Borges che a soli nove anni tradusse un’opera di Oscar Wilde.
Borges – proprio sulla base di queste sue esperienze – chiese a uno dei suoi traduttori di riportare nella nuova lingua non il significato delle sue parole, ma ciò che egli sperava tali parole significassero. Alla fine la traduzione ha un valore aggiunto, non è semplicemente un atto meccanico.
Chi non ricorda le vecchie traduzioni digitali di Google o altri software che tanta ilarità provocavano? Mi capita ancora oggi di trovare manuali di accessori prodotti in Cina con testi in Italiano, tradotti automaticamente, che sembrano il copione di una Stand-Up Comedy. Oggi debbo dire che i sistemi di traduzione automatica sono nettamente migliorati e per l’uso pratico che se ne fa vanno benissimo, ma se vogliamo mantenere la metafora della fotografia come traduzione, allora questi passaggi elettronici da una lingua all’altra equivalgono a certi prodotti “di sintesi”, come le “fotografie” generate dall’Intelligenza Artificiale, o come certe foto pesantemente rielaborate in Photoshop.
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Il bravo traduttore-fotografo, invece, deve guardare al proprio soggetto sapendo che non deve interpretarne la forma e la mera apparenza, ma ciò che “davvero significa”: occorre essere un po’ meno Google Translate e un po’ più Borges o Pavese.
Questo vale specialmente quando decidiamo di fare un ulteriore passaggio: quello al Bianco e Nero. Tutti sanno che la realtà è a colori e dunque renderla senza questi ultimi richiede un’abilità “traduttiva” ancora maggiore, e credo che in questo consista il fascino di questa tecnica, specialmente in epoca digitale. Se un tempo, infatti, si poteva contare solo sui filtri per ottenere dei negativi “orientati” in un certo modo, oggi il BN si ricava da un file a colori, “traducendo” appunto ogni colore in una singola tonalità di grigio. Grande libertà e ampie possibilità che però richiedono una notevole attenzione per evitare disastri. Come mi è capitato di dire spesso, il BN digitale è un genere del tutto diverso dal BN analogico: non superiore o inferiore, ma diverso. Richiede “skills”, capacità, che non sono quelle di un tempo, anche se poi alla fine quel che davvero conta è come al solito lo sguardo del fotografo e quel che vuol comunicare.
In tal senso ho sempre pensato che tradurre la realtà in Bianco e Nero fosse come tradurre in italiano un testo Klingon. Intendo proprio la lingua degli alieni di “Star Trek”!
Scherzi a parte, la sfida che il Fototraduttore – definiamolo così – si trova ad affrontare ogni volta che scatta una foto è parte del gioco, anzi è la parte più coinvolgente, quella che davvero ci spinge a continuare a porre tra noi e la realtà quello strumento un po’ infernale che è in grado non già – e non solo – di “fermare” un soggetto grazie a una superficie sensibile, ma di bloccare in quel rettangolo o in quel quadrato i nostri pensieri, a volte le nostre emozioni.
La traduzione della nostra stessa vita.