Il trucco della mera esposizione

Il trucco della mera esposizione non è legato alla lettura esposimetrica che serve a scattare una fotografia, quanto a una tecnica di marketing scaturita da alcune interessanti osservazioni effettuate dallo psicologo polacco Robert Zajonc nel 1968.

Zajonc mostrò una serie di immagini, che comprendevano anche ideogrammi cinesi, volti di sconosciuti e in generale soggetti poco comprensibili, a un pubblico eterogeneo in cui c’erano persone che vedevano quelle immagini per la prima volta, altre che le avevano già viste qualche volta e altre che avevano avuto modo di vedere le immagini una ventina di volte, e chiese a tutti di esprimere un giudizio.

Ebbene, le persone che più avevano avuto modo di vederle, erano proprio coloro che maggiormente le apprezzavano. Zajonc elaborò così la sua “teoria della mera esposizione” che, nei termini più generali, suona piuttosto semplice: più osserviamo qualcosa e più finiamo per apprezzarla, specialmente quando passa un po’ di tempo tra l’esposizione allo stimolo e la valutazione che ne diamo.

Molto importante è comunque che l’esposizione a tale stimolo sia ripetuta e per tempi dilatati. Inoltre l’effetto risulta amplificato se lo stimolo è subliminale, cioé non consapevole. Insomma, se lo guardiamo senza nemmeno rendercene conto.

Capisci ora perché le Aziende ci tengono tanto ai propri loghi e li mettono ovunque?

Uno “swoosh” di Nike su una scarpa sportiva entra nel nostro campo visivo continuamente e non ci facciamo praticamente più caso, eppure la nostra psiche finisce per collegare quel logo a qualcosa di positivo, di famigliare, di conosciuto: cioé di desiderabile.

Anche la politica lo sa bene: “bene o male, purché se ne parli” sembra essere il mantra.

Non a caso tanti politici fanno affermazioni forti e magari sballate: ovviamente vengono subito condivise e commentate (magari negativamente) sui Social e pubblicate sui giornali, portando il faccione del politico (e il suo nome) davanti agli sguardi di tutti e il trucco della “mera esposizione” entra in gioco.

Mi si nota di più se vado o se non vado?” si chiedeva il personaggio del film di Nanni Moretti “Ecce Bombo”: ecco, non c’è dubbio, meglio andare!

Ora non ho bisogno di farti notare quali siano le implicazioni legate alla fotografia.

A parte il fatto che le ricerche legate a questo fenomeno sono state realizzate quasi sempre con fotografie o disegni, il fenomeno di cui ti ho parlato spiega perché alcuni fotografi abbiano maggiore fama e notorietà di altri, a prescindere dal valore delle loro opere.

L’esempio più classico è quello di Oliviero Toscani, le cui immagini scandalose (ma nemmeno tanto, poi) girano da anni, dapprima collocate sui muri delle città e poi “spalmate” su internet.

Insieme alla notorietà del rumoroso autore, amato dalle televisioni perché – similmente a Vittorio Sgarbi – garantisce sempre lo “scandalo”, questo porta a una visibilità notevole e dunque a essere riconosciuto come “grande fotografo” presso il pubblico generalista.

Quando un fotografo viene “scoperto” dai critici (a volte prezzolati, bisogna dirlo) e le sue foto iniziano a girare nei canali giusti, ecco che il meccanismo agisce nuovamente.

Pensa a fenomeni come Vivian Maier che in poco tempo raggiungono grande notorietà (nemmeno cercata dall’autrice, oltretutto) grazie a un’ossessiva riproposizione delle foto su riviste, giornali, televisioni, addirittura al cinema.

Gli stessi concorsi fotografici internazionali – quelli più importanti, almeno – sono diventati un “comodo” sistema per accedere alla “mera esposizione” perché, se li si vince o si ottiene un ottimo piazzamento, si otterrà la tanto necessaria visibilità, magari solo tra gli appassionati – che comunque sono il pubblico che interessa davvero in questo caso – e in breve si passa dall’essere dei perfetti sconosciuti a essere definiti “autori”, invitati a mostre, conferenze o a tenere workshop frequentatissimi.

Insomma, credo che tu abbia colto il punto.

Nel settore del marketing, e di riflesso in quello dell’arte in generale (che poi sul marketing oramai si fonda), avere visibilità, continua e costante, rappresenta l’opzione migliore per ottenere il tanto agognato successo.

Questo vuol dire che la qualità delle opere conta poco? Certo che no, ma indiscutibilmente non è più il parametro fondamentale. E bisogna dire che molti se ne sono accorti!

Oggi, vien da dire, assistiamo anche a un fenomeno in controtendenza. C’è un eccesso di visibilità, al punto che la “mera esposizione” sembra come bloccarsi, perché non c’è tempo di assorbire e far lavorare lo stimolo ricevuto: vista una foto se ne vedono altre migliaia, e questo crea una sorta di ingorgo nelle nostre menti. I fotografi si sovrappongono nella nostra memoria, facciamo fatica a distinguerli tra loro.

Io credo che questo spieghi anche perché non emergono nuovi autori famosi o comunque all’altezza di quelli del passato, che hanno potuto usufruire della “mera esposizione” in modo meno caotico. Così noi oggi siamo abituati a riconoscerli, perché ci sono abituali, noti, quasi familiari, mentre sappiamo poco o nulla dei tanti (bravi) talenti che vivono in questo mondo sovraffollato di immagini e fotografie.

Questo non significa che la “mera esposizione” non funzioni più: solo che occorre sfruttarla in modo più intelligente, cercando di trovare delle nicchie, o una modalità espressiva – e di condivisione – meno aggressiva, più soft, lenta e tranquilla. I risultati ovviamente saranno meno spettacolari, ma di certo più concreti.

Buttare le tue foto su Instagram o altri social senza che ci sia una “cornice” di tipo tecnico e contenutistico in grado di differenziarle dalle altre e dare loro un preciso carattere, e senza avviare un comunicazione con chi le guarderà, è sostanzialmente inutile.

Bisogna farsi vedere, ma dalle persone giuste e nei modi adeguati se si vuole – non dico diventare famosi, cosa assai difficile oramai – ma almeno ottenere l’attenzione che il nostro lavoro merita.