Secondo la felice intuizione di Charles Darwin, l’evoluzione delle specie viventi funziona in buona parte su tentativi ed errori. Ogni volta che un animale o una pianta si riproduce si verificano piccole variazioni (degli “errori”), se queste sono più adatte a permettere la sopravvivenza dell’individuo, tali caratteristiche verranno trasmesse anche alla sua progenie. In milioni di anni questo ha portato alla specie umana partendo da semplici organismi unicellulari. La Natura, insomma, funziona grazie agli errori. Se il meccanismo della duplicazione del DNA fosse perfetto, oggi nuoteremmo ancora nel mare primordiale sotto forma di cellule semplici. Non una bella prospettiva.
Un simile ciclo delle risposte adattative all’ambiente esiste anche a livello delle percezioni. Quando interagiamo con il mondo e facciamo delle esperienze otteniamo delle risposte, degli stimoli di ritorno che pian piano edificano la struttura stessa del cervello. Anche in questo caso senza tentativi ed errori – e ogni volta che si sbagliava un tempo si veniva predati e dunque eliminati – non avremmo potuto sviluppare un cervello evoluto in grado di creare le macchine che poi replicano lo stesso meccanismo grazie alla cosiddetta Intelligenza Artificiale. La macchina è predisposta per compiere migliaia e migliaia di esperienze, a ritmo continuo, accumulando “feedback” che le insegneranno come rispondere in modo corretto agli stimoli o alle richieste dell’operatore. In poco tempo, è come ripercorrere l’evoluzione del cervello umano che impara dagli errori: ogni sbaglio è in effetti prezioso, perché indica una strada “che non funziona”, mentre a volte i successi possono ingannare, costringendo la macchina (ma anche noi umani) a pensare che quella sia “la strada giusta”, quando magari ce ne sono diverse altrettanto valide se non di più. Il successo restringe il campo del conoscibile, l’errore lo ampia, perchè ci costringe a cercare strade alternative.
Per fortuna i contenuti di base non dobbiamo riscoprirli ogni volta, insomma non dobbiamo sempre reinventare la ruota o scoprire l’acqua calda. Abbiamo dei concetti e dei meccanismi di base che siamo in grado di trasmetterci nel corso del tempo, come postula la nuova scienza detta Epigenetica. Accumulando esperienze attraverso le generazioni le possiamo trasmettere in modalità “transgenerazionale” con un sistema in cui pare sia coinvolto l’RNA e non il DNA. Probabilmente non ci prestiamo molta attenzione, ma in realtà nasciamo già con delle abilità “native”, come se avessimo il “sistema operativo” precaricato, per usare una terminologia informatica. Il bambino, già dai primi mesi, sa come respirare e come muoversi, nessuno glielo spiega. Poi inizia a camminare, magari stimolato dai genitori, ma non è qualcosa che si insegna: si perfeziona soltanto.
Lo stesso vale per le percezioni: quelle di base sono precaricate nel nostro cervello, pronte a entrare in azione. A dimostrarlo ci sono alcune paure che davvero paiono innate, anche se possiamo superarle con la volontà. Ricerche recenti hanno ad esempio dimostrato che molti nascono con una paura innata dei serpenti e molte persone sin da giovani – ancor prima di aver avuto esperienze negative in tal senso – dimostrano repulsione per ragni e insetti. Sono retaggi “atavici”, come si usa dire, cioè trasmissioni culturali transgenerazionali, che deriverebbero da “esperienze” ancestrali di quando vivevamo nella savana e dovevamo guardarci da serpenti velenosi o dalle punture degli insetti, potenzialmente letali. Nei millenni, dopo l’invenzione dell’agricoltura, abbiamo anche imparato che i topi possono essere molto dannosi per i raccolti da cui dipendeva la nostra vita e anche se non abbiamo vissuto nessuna particolare esperienza traumatica che abbia visto coinvolto un topo, tuttavia proviamo comunque una repulsione “istintiva”. Si tratta di meccanismi che abbiamo sviluppato durante le lotte per la sopravvivenza in ambienti ostili, e ce li portiamo dietro anche se oggi non servono più a molto, anzi a volte sono di ostacolo.
Per questo, spesso, ci fissiamo sulla necessità di “avere successo”: vincere una sfida, ottenere un risultato, significava un tempo riuscire a sopravvivere, oggi porta a essere considerati esseri umani “di successo”, ma solo secondo questi schemi precostituiti. Come fotografi, ad esempio, l’avere successo di rado significa essere veri innovatori, o almeno rimanerlo a lungo. Raggiunto un certo obiettivo, chi osa poi rimettersi in gioco?
Bisogna anche dire che il codice precaricato nella nostra mente non è per tutti uguale, anzi possiamo dire che è quello che differenzia i popoli e le etnie tra loro, ben più degli usi alimentari o delle abitudini quotidiane, se non religiose. In uno studio realizzato nel 2010, i ricercatori David J. Kelly e Roberto Caldara hanno scoperto che le persone in Occidente mostrano movimenti oculari diversi dalle persone che vivono in Oriente. “La Cultura” scrivono, “influenza il modo in cui le persone muovono gli occhi per estrarre informazioni dal mondo circostante”.
Questo perché gli asiatici cercano le informazioni in modo più “olistico”, mentre noi occidentali lo facciamo in modo più “analitico”, concentrandoci sui distinti elementi o oggetti rilevanti che possano fornirci delle precise informazioni, in una modalità decisamente individualista. Gli orientali danno più valore al lavoro di gruppo e agli obiettivi condivisi e quindi prestano maggiore attenzione ad aree e regioni più o meno ampie piuttosto che ai dettagli. Non basta, perché poi all’interno di queste suddivisioni ampie, ci sono numerose varianti che riguardano la psicologia del singolo individuo. Si è scoperto ad esempio – ed è interessante anche dal punto di vista fotografico – che la “forza” con cui osserviamo una scena altera la percezione che ne abbiamo, e questo è dimostrabile ancora una volta grazie ai movimenti oculari. Una persona che abbia una condizione psicologica “debole” e insicura tende a guardare soprattutto il primo piano, quasi ignorando lo sfondo; viceversa una persona “forte” e sicura di sé si concentrerà soprattutto sullo sfondo.
Si potrebbe arrivare a sostenere che potremmo indovinare il carattere di un fotografo valutando quanta importanza da allo sfondo rispetto al primo piano nelle sue fotografie. Ora, in realtà non è così facile, ma certamente il modo in cui leggiamo una scena prima di fotografarla dice molto di noi, e conferma ancora una volta che una fotografia è sempre, in qualche modo, un autoritratto. Nostro ma, vorrei dire, anche delle generazioni che ci hanno preceduto. Perché poi, grazie alla facilità con cui oggi circolano le informazioni, ognuno di noi si forma sulla base di molteplici esperienze precedenti.
Un fotografo, anche solo quarant’anni fa, difficilmente poteva essere a conoscenza di tutti i tentativi e gli esperimenti degli altri fotografi sparsi nel mondo. Questo limitava le sue possibilità, di fatto, perché ogni esperienza, se ripresa e sviluppata, porta a risultati nuovi e diversi. Si procede stando sulle spalle dei grandi che ci hanno preceduto, ma anche dei “piccoli”, dei fotografi ignoti che però qualche tassello lo hanno aggiunto a questa costruzione che oggi è la fotografia, giunta sul limitare di territori sconosciuti.
L’Intelligenza Artificiale, infatti, sta accelerando tutto, riuscendo a gestire miliardi di esperienze fotografiche contemporaneamente per creare immagini che sono il sunto di tutta questa massa infinita. Per fortuna ancora sbaglia (ha difficoltà nella resa delle mani, dei gesti, delle texture ad esempio) ma visto che sbaglia a velocità altissime, impara in fretta dai propri errori. Noi umani, invece, restiamo ancorati all’idea che sbagliare sia un fallimento e ci tormentiamo per la foto storta o sfocata, invece di imparare da queste opportunità preziose.
Non siamo macchine, ma dovremmo imparare questo da loro: gli errori vanno cercati, non evitati. Dobbiamo esplorare i fallimenti, non i successi. Così impariamo, così possiamo crescere davvero. Pensaci, prima di cancellare immediatamente la tua prossima foto “sbagliata”!