Il fotografo e lo spirito della natura

Riflettevo qualche giorno fa dell’imponderabilità della fotografia, dopo un incontro tra fotografi in cui si è molto discusso di questo sebbene solo in senso lato.

Per l’occasione avevo portato alcune fotografie stenopeiche e solargrafie, tutte rigorosamente analogiche, s’intende.

Durante la proiezione ho spiegato come, per me, il fascino di queste tecniche stia tutto nel fattore Tempo, nel fatto che c’è un “durante la fotografia” e non soltanto un istante brevissimo.

Infatti, col foro stenopeico i tempi di esposizione sono sempre di diversi secondi o minuti e a volte anche di mezz’ora o più, e dunque si può ricordare quel che si faceva (o si pensava) durante la registrazione della foto.

Un lusso raro per i fotografi abituati a lavorare con le frazioni di secondo.

Con la solargafia la cosa diventa ancora più eclatante, visto che i tempi di ripresa si allungano a mesi, se non anni. Ci sono interi “pezzi di vita” da ricordare, in questo caso!

(“La tecnica poco ortodossa della solargrafia consiste nel lasciare esporre lentamente, ad una luce flebilissima, e per mesi, della carta fotografica da camera oscura. Si catturano così le tracce lasciate dal sole nell’arco di settimane/mesi. 
A tale scopo si rendono perfette pinhole fatte con barattoli e oggetti di recupero domestico, di nessun valore, e resistenti (o impermeabilizzabili) all’acqua e alle intemperie” cfr articolo sul blog LaScatolaOscura).

Marco Scataglini. Solargrafia sulla superificie di un lago

Marco Scataglini. Solargrafia. 

 

Ma non solo.

Durante la ripresa avvengono cose: foglie cadono dagli alberi, uccelli passano in volo, persone camminano davanti la fotocamera, e sebbene non si vedano nel risultato finale (troppo breve la loro permanenza) certamente si può ben dire che questi micro-eventi hanno lasciato qualche “elettrone di sé sulla superficie sensibile.

Inoltre, a volte si registrano elementi a cui non avevamo prestato la giusta attenzione. Questo, a onor del vero, accade anche con la fotografia dell’istante, quella tradizionale, a “tempi rapidi”.

Il che mi ha portato a pensare a come ogni fotografia sia una sorta di collaborazione tra il fotografo, con la sua – chiamiamola così – creatività, e la natura, intesa come serie di eventi e di situazioni su cui il fotografo non ha quasi alcun controllo.

E’ quello che Barthes chiama il “punctum, l’elemento che si vede nella foto, che mi “punge” (cioé attira la mia attenzione), e che il più delle volte il fotografo non ha messo volontariamente, anzi di cui non è normalmente consapevole, e che tuttavia rende interessante per lo spettatore quella determinata immagine.

Colpo di fortuna? Può darsi, a volte lo è. Ma in generale si può dire che sono gli eventi a tramare per favorire il fotografo, perché lo spirito della Natura, come sosteneva Minor White, collabora attivamente con il fotografo che ha scelto. Insomma, è un reciproco riconoscersi. Una magia, se vuoi.

Ed è questa magia, questa caratteristica del non totale controllo di ciò che avviene all’interno del riquadro di una fotografia a differenziare quest’ultima da un dipinto.

Il pittore ha il controllo totale di ciò che crea. Non potrebbe essere altrimenti: può sorprendere lo spettatore, certo, ma solo se sceglie di farlo.

Ogni singolo elemento di un quadro è stato collocato in un certo punto e dipinto in un dato modo perché l’autore ha così deciso, sebbene non ci sia dubbio che a volte si parte per creare un quadro di un certo tipo e si finisca per realizzarne un altro. Ma il risultato finale è comunque sotto il pieno controllo dell’artefice e questo è un gran pregio  – non si dipende dal soggetto e dal contesto: volendo lo si crea ex novo – ma anche un limite.

Lo spirito della Natura non può interagire liberamente: è come ingabbiato nel pennello dell’artista.

Marco Scataglini. Scorcio invernale ottenuto con fotografia stenopeica. 

Il fotografo invece controlla molte cose della scena ripresa, ma molto rimane legato al caso. I

l fatto stesso che la fotografia abbia una natura indicale, e che dunque dipenda dal soggetto, è una sua caratteristica quasi unica.

Non esiste fotografo – tranne forse quelli di Still Lifes, e non è sempre detto – che non sappia che le sue intenzioni debbono accordarsi con quelle del destino, che in fondo è il vero arbitro della fotografia, e non esiste Cartier Bresson che possa dire il contrario.

E’ il caso (il destino, la fortuna, il fato, la provvidenza, il genius loci…) che permette al soggetto di trovarsi proprio in quel punto, tra luce e ombra, o che crea quel drammatico raggio di luce che spunta dalle nubi, o che mette in contatto il fotografo con quell’interessante volto di passaggio per la strada.

Nè il fotografo potrebbe prescindere da questi eventi casuali, né gli eventi esisterebbero, senza un fotografo che li riprenda.

Ribadisco: è questa la magia.

In verità esistono altri generi artistici in cui l’elemento sorpresa gioca un ruolo fondamentale.

Penso all’Action Painting, penso a Jackson Pollock che sparge i suoi colori, ma lascia che il caso ne decida l’interazione finale. Anche certe installazioni o performance realizzate dagli artisti si basano su questa collaborazione tra lo spirito creativo e artistico dell’autore e il gioco di incastri legato al destino, all’imponderabile.

Io credo però che nessuna arte quanto la fotografia sia in grado di mettere in comunicazione il tempo, la casualità e l’atto creativo.

E aggiungo che questo è ancor più vero quando parliamo di fotografia analogica che, ben più di quella digitale, non riesce a evitare l’intervento del caso.

Non so più quanti “incidenti fortunati” (happy accidents) mi siano capitati durante lo sviluppo dei rulli realizzati con fotocamere stenopeiche! All’inizio si sbraita, contrariati, ma poi si nota l’impronta di qualcosa che sfugge alla nostra razionalità. Un piccolo varco verso altri mondi, altre realtà: mi piace pensarli così.

In questo modo come artefici abbiamo la piena responsabilità della nostra opera ma non il pieno controllo della stessa. Ci appartiene, ci rappresenta, certo, ma contiene in se anche qualcosa di universale.

Se la visione di un Vermeer o di un Caravaggio sono frutto della cultura dell’artista e le opere create lo sono della sua abilità tecnica, per un fotografo c’è sempre da considerare che oltre a questi elementi esiste un eterno dialogo con la realtà.

Per questo non ho mai amato molto il termine “fotografia”: noi non scriviamo con la luce, noi scriviamo con tutti gli elementi della Terra, i nostri pennelli sono le nubi  e le rocce, gli atomi e le cellule, il caso e la necessità,  le presenze come le assenze.

Senza questo collegamento – senza questo radicarsi, mi viene da dire – una fotografia non può esistere. Dovremmo perciò chiamarla Onnigrafia (o anche Olistigrafia), ma credo sarebbe pretenzioso.

Teniamoci pure il termine ingegnosamente creato da sir John Herschel, ma ricordiamoci sempre che la luce è solo uno degli strumenti necessari a comporre una buona fotografia.

A volte, nemmeno il più importante.

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