Incubare i progetti fotografici

In questi giorni ho creato il mio primo “incubatore di progetti“, ovviamente fotografici. Mi sembra strano non averci pensato prima, in effetti.

Ti chiederai cosa diavolo sia un incubatore di progetti fotografici che per semplicità – e da amante degli acronimi – d’ora in avanti chiamerò IDPF, che suona anche bene. In verità (lo so è deludente) si tratta semplicemente di una cartellina sul mio desktop in cui inserisco appunto quei progetti che debbono crescere. In caso anche morire: nel cestino ne ho giusto due su cui ho praticato l’eutanasia, con un pizzico di tristezza, ma è la vita del fotografo.

Mi rendo conto ora di aver dato per scontato che tu sappia cosa sia un progetto fotografico e perchè sia così importante. Il fatto è che la maggior parte dei fotografi pensa solo alle fotografie singole, quelle da concorso, o da appendere in salotto. Ma il fotografo consapevole scopre prima o poi che solo lavorando per progetti può davvero evolvere, crescere, sviluppare un proprio stile e – cosa importante – distinguersi dagli altri.

Comunque se ti sei fatto convinto che lavorare per progetti è importante, o almeno desideri provare a mettere insieme le fotografie per creare qualcosa di più strutturato, beh, allora un IDPF potrebbe tornarti utile.

Diciamo che non è tanto l‘incubatore in quanto tale a essere importante, ma il contesto: lo stesso in fondo vale anche per gli “incubatori di StartUp”, da cui ho mutuato il termine. Come saprai questi incubatori servono alle aziende appena nate per rafforzarsi e ottenere supporto logistico e finanziamenti. Ora la mia misera cartellina non può fare lo stesso con i progetti fotografici: questo è un compito che spetta a te come autore e magari un giorno ne parleremo. Lo scopo è piuttosto quello di essere un “recinto”, uno spazio delimitato – sebbene digitale – in cui le raccolte di fotografie che rappresentano solo un abbozzo di progetto possono crescere, svilupparsi cambiare. O appunto morire.

Potrebbe sembrare che non sia poi cosa così utile realizzare questo semplice e banale escamotage, basta raccogliere le foto di ciascun progetto e vedere che succede. Vero, apparentemente.

Ma noi fotografi siamo strani, ci appassioniamo a mille cose diverse, cambiamo prospettive, interessi, ci lasciamo suggestionare da una mostra appena visitata, da un libro appena letto, da un film appena visto al cinema o su una piattaforma. Mi chiedo quanti progetti fotografici stile “Oppenheimer” giacciono in questo momento nei computer dei fotografi. Quel tipo di fotografia, quel tipo di effetti, quei colori, quelle modalità si prestano a essere utilizzate in mille modi diversi.

O anche progetti che recuperano il bianco e nero e le atmosfere “neorealiste” del film della Cortellesi, “C’è ancora domani“.

Come resistere?

Confessa: non ci hai pensato anche tu (se hai visto i film)?

Conosco fotografi che elaborano decine di progetti e poi non ci raccapezzano più nulla e di fatto non ne portano davvero a compimento nemmeno uno. E’ che dopo l’iniziale entusiasmo, un po’ la noia ci assale, oppure semplicemente incrociamo un’idea che sembra davvero migliore e la inseguiamo, mollando il precedente progetto o – peggio – considerandolo terminato e pronto per essere diffuso erga omnes.

Ora di progetti vorrei parlare ancora in altri post qui su F22, ma ti basti – per ora – accettare alcuni punti fermi: innanzitutto il fotografo serio lavora per progetti, lo abbiamo detto, poi i progetti possono servire per mille cose diverse (una mostra, una pubblicazione cartacea, una pubblicazione digitale su siti tipo Behancé, una zine eccetera) e dunque la loro complessità e lunghezza varia (diciamo che si parte dal trittico e si arriva alle 500 fotografie della mostra “The Family of Man” organizzata nel 1955 da Edward Steichen con fotografi di tutto il mondo), ma di certo sono un insieme di fotografie che vanno editate (disposte in un ordine che abbia senso dopo averle selezionate) pescando in un mucchio di immagini assai più vasto di quella che sarà la scelta finale.

Il rapporto può anche essere di 1:10 o più.

Questo significa che dovrai scattare tanto e non a vanvera, ma cercando di rispettare l’idea che hai avuto. Mica facile. Ci vuole tempo. E poi ci si distrae. E poi quell’altra idea forse è meglio…

Ecco a cosa serve l’incubatore: una bella cartellina, in un angolo del desktop (meglio se dentro un’altra cartellina chiamata “progetti”), dove mettere i progetti iniziati, promettenti ma interrotti o anche i progetti che sembrano niente male, su cui si è raccolto del materiale ma che ancora non sappiamo se vorremo davvero continuarli.

Ti chiederai: ma quanti progetti segue un fotografo? Non ne basta uno?

Certo che no!

Per uno che arriva a compimento ce ne sono tanti altri che si perdono. Io, ad esempio, ho un progetto che è diventato un libro appena uscito (“Dom(in)us“, una selezione delle foto la puoi vedere nella schermata sopra) e dunque diciamo concluso, due progetti oramai avviati che saranno libri in futuro e tre progetti nell’incubatore.

Lavoro alternativamente a ciascun progetto, differenziando le uscite, ma sfruttandole anche a più livelli, se la situazione consente. Questo è utile per mantenere l’interesse ed evitare la noia. Scattare a soggetti diversi o da prospettive diverse aiuta molto la creatività, mentre concentrarsi solo su un progetto, in modo ossessivo, spesso porta a perdersi un po’ per strada.

O anche a esagerare, sebbene debbo dire che per certi fotografi l’ossessività funziona eccome. Mi viene in mente ad esempio Eugene Smith, vero campione della maniacalità fotografica: quando decideva di realizzare un progetto non riusciva a fermarsi scattando migliaia e migliaia di foto, e ai tempi dell’analogico questo significava anche spendere molti soldi. Infatti è morto quasi in povertà dopo aver rischiato di far fallire l’agenzia Magnum di cui faceva parte. Un altro fotografo ossessivo-compulsivo era Garry Winogrand, che alla sua morte ha lasciato migliaia di rulli scattati e nemmeno sviluppati!

Ma in linea generale, direi che lavorare contemporaneamente su più progetti (uno principale, diciamo “in corso”, e altri secondari che attendono di sbocciare) sia la scelta migliore. Almeno io la vedo così. Poi visto che siamo all’inizio di un nuovo anno, ripromettersi di concepire e sviluppare progetti fotografici mi sembra un’ottima cosa.

Parlo di progetti personali, s’intende, non certo quelli che nascono da incarichi professionali o da esigenze specifiche, e per i quali spesso si ha un calendario piuttosto rigido. Ma come dimostrano le storie di tanti fotografi, amatori e professionisti, lasciarsi sempre dello spazio per creare qualcosa di personale, addirittura intimo è un’ottima idea.

E l’incubatore, anzi l’IDPF allora ti servirà, vedrai.

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