Il vero danno dell’Intelligenza Artificiale applicata alla fotografia non sono le foto “fake” – a volte anche piacevoi o divertenti – ma la perdita complessiva di credibilità della “vera fotografia”, per dirla con il compianto Gianni Brengo Gardin.
Il caso del Chihuahua in un branco di lupi ne è una delle prove più tangibili. La storia è uscita non tanto tempo fa, riportata da diversi giornali e da molti siti, soprattutto da quelli che si occupano di animali domestici. Una fototrappola collocata tra i boschi degli Stati Uniti avrebbe infatti ripreso un gruppo di lupi americani in cui sarebbe stato “arruolato” un piccolo chihuahua, probabilmente scappato di casa, che addirittura sarebbe diventato il capobranco. La foto è stata ripresa di notte, con il classico effetto fantasmatico di questo tipo di riprese, e in effetti appare credibile.
Riportata anche da qualche sito “serio” di Scienze Naturali, appariva autentica: all’esame di software appositi non sembrava un montaggio o una foto generata artificialmente. Dunque davvero un cagnetto così piccolo aveva trovato un posto di rilievo tra i grossi lupi grigi americani?
Per rincarare la dose, appaiono anche foto dello stesso tipo in cui anche un bambino di 9 anni cammina insieme ai lupi, in armoniosa convivenza. Se, vabbe’.
Dopo pochi giorni altri esperti mostrano le foto da cui si è partiti per creare, grazie all’AI, le foto in questione, dunque false, ma talmente ben fatte da apparire autentiche, almeno a chi non è esperto di etologia. Questi ultimi sanno bene che sebbene il chihuahua sia un cane piccolo ma aggressivo e mordace, verrebbe rapidamente ucciso – o scacciato – da un branco di lupi. Ma intanto della questione si è discusso a lungo, con accaloramenti da entrambe le parti: di quelli che sostenevano l’autenticità delle foto e di quelli che la negavano.
Il risultato di simili eventi – e questo è solo uno dei tantissimi che avvengono quotidianamente – è di aver tolto ogni residuo di fiducia che le persone avevano verso la fotografia. Oramai la domanda che ognuno si pone quando vede una foto appena fuori dalla norma è: ma sarà vera o creata con l’AI? E lo stesso vale anche per i video, dove anzi i “deep fake” possono fare danni anche maggiori.
Ora, diciamo che la fotografia ha sempre mentito, è una menzogna che dice la verità come sosteneva Cocteau, insomma come “prova” è sempre stata poco affidabile, se non in mano ad autori – come certi fotoreporter – che la fiducia se la sono guadagnata sul campo. Ma ci si fida di loro, non tanto delle loro foto.
Ma al di fuori di questo giro ristretto, non si parla più di “prove fotografiche”, perché non ci sarà mai la certezza che l’AI non ci abbia messo lo zampino. Da un certo punto di vista credo che questo possa essere un vantaggio, perché la fotografia può ora esplorare liberamente quegli spazi che un tempo – per la sua innata natura indicale – le erano negati. Arriverà insomma il momento in cui si guarderà alle foto non per vedere “qualcosa” di specifico, ma per cogliere il riverbero (il retentissement dei poeti) dell’emozione provata dal fotografo. Resterà, io credo anche, una maggiore considerazione per le foto comunque realizzate con la fotocamera e non con un prompt, basta spostare il baricentro dall’opera all’autore – che poi è la grande novità introdotta dall’arte contemporanea – per cui conta quel che si ha da dire, non come lo si fa.
Nei festival di fotografia sono già presenti – e aumenteranno in futuro – progetti realizzati con l’Intelligenza Artificiale. Personalmente non li trovo così interessanti – non posso non sentire una certa freddezza provenire da quelle immagini – ma in effetti a volte sono uno strumento utilissimo per raccontare “storie impossibili” o lasciar vagare la fantasia in territori un tempo preclusi. Magari vedremo progetti ibridi – foto sintetiche insieme a foto autentiche – o storie create attraverso un uso intelligente della postproduzione su base AI, chissà. Sono territori in buona parte ancora inesplorati e dunque forieri di grandi scoperte – e grandi fallimenti, s’intende.
Intanto un antidoto per chi resta ancorato al “solito” modo di fotografare – con una fotocamera, anche se magari digitale – è quello di lasciar perdere i soggetti “spettacolari” e puntare invece su un approccio pienamente personale, anche intimo. Al momento il grosso limite dell’AI è che non ha personalità e non ha sentimenti: in questo campo vinciamo facile.