Intenzionalità

Come fotografi abbiamo sempre a che fare con il maledetto analogon, la “somiglianza” con il dato reale. In fondo, come sosteneva John Berger, la fotografia è un processo attraverso cui l’osservazione diventa consapevole di sè: io osservo, poi fotografo. Per me questo è un processo di riconoscimento del soggetto. Il tutto si complica quando tale riconoscimento cerco di portarlo verso gli altri, di comunicarlo. Poi capita che mostro la fotografia di cui sopra a qualcuno e quello non ci riconosce lo stesso “messaggio” che vi ho letto io. Accidenti.

Lo stesso Berger riteneva che in effetti sta proprio qui la differenza tra una grande foto e una mediocre: la prima “arriva” allo spettatore in modo chiaro ed emotivamente efficace, l’altra invece no.

Il punto però è anche – ed è di questo che vorrei parlare in questo post – come la fotografia sappia svolgere questo compito. Insomma: una mediocrissima foto di un tramonto magari arriva assai di più di un’eccellente foto concettuale. E già.

Dunque come faccio davvero a capire se una foto è una gran foto oppure no?

Se la questione fosse solo meramente comunicativa allora questo vorrebbe dire che, ad esempio, solo i dipinti figurativi sono vere opere d’arte, mentre i dripping di Pollock o i Tagli di Fontana non lo sono, visto che non si capisce un’acca di quel che “vogliono dire” al primo sguardo.

E invece funzionano eccome, magari alla lunga distanza, magari solo approfondendo tutto ciò che c’è dietro un simile approccio. E qui sta il primo aspetto che val la pena considerare: una fotografia, e un’opera d’arte in generale, non può basarsi solo sulla sua capacità di far scattare nel cervello dello spettatore una reazione che sia coerente con il messaggio che si intende comunicare. Anche, ma non solo.

Non so se hai mai sentito parlare dell’Illusione della Mano di Gomma (rubber hand illusion).

Se vuoi puoi anche replicarla tu stesso. Fai così: chiedi a un amico di collocare sul tavolo davanti al quale è seduto la propria mano sinistra e poi nascondila alla sua vista, ad esempio con un cartoncino. Accanto colloca invece una mano di gomma, comunque finta, che però sia visibile al tuo amico. Ora “stimola” la mano finta ad esempio passandovi sopra un pettine, o pungendola con un ago. Sorpresa! Il tuo amico di sicuro ti confermerà di sentire il tuo tocco esattamente nel punto in cui osserva lo stimolo sulla mano finta, che non è nemmeno connessa al corpo della persona, figuriamoci se può sentire alcunché. Tra l’altro se si stimola la mano sinistra vera, il soggetto sentirà lo stimolo provenire invece dalla mano di gomma. E – altra sorpresa! – il tutto funziona anche se la mano finta non ha un aspetto molto realistico.

L’esperimento serve a verificare l’efficacia dei cosiddetti neuroni-specchio che ci fanno percepire su di noi “eventi” che accadono ad altri, oppure ad artefatti che noi pensiamo appartenere al nostro corpo. E non solo: che pensiamo appartenere anche alla nostra sfera emotiva, come può essere appunto un’opera d’arte che apprezziamo.

Ecco: nella fotografia (nel dipinto, nella scultura) noi proiettiamo qualcosa di noi, diventiamo almeno un po’ parte di quel che vediamo e dunque percepiamo emozioni o idee che a rigore l’opera d’arte non “possiede”.

Per questo sempre di più, negli ultimi anni, le foto hanno raggiunto dimensioni colossali, con stampe di tre metri per due o anche di più, e spesso sono montate su pannelli senza cornice. In questo modo, visitando una mostra, “entriamo” nell’opera, è come se varcassimo una soglia e – ammirando per esempio un paesaggio invernale – i nostri neuroni specchio evocano una sensazione di freddo. Brrrr.

Una cornice, d’altra parte, lo scriveva agli inizi del ‘900 Georg Simmel, impone una netta divisione tra “arte e non-arte”, tra il rappresentato e il reale. Da un lato questo delimita lo spazio creativo che si stacca dalla banalità del quotidiano, dall’altro rende evidente “il trucco”. Il quadro o la foto incorniciata è un’icona quasi sacra, da ammirare, non a cui partecipare attivamente. Quando decidiamo come esporre le nostre foto in una mostra dovremmo tenerne conto! Far “sentire” più efficacemente il senso della foto richiede foto grandi su pannelli senza cornice, viceversa staccare il contesto reale da quello rappresentato sottolineando la forza e la capacità del sacerdote-fotografo richiede stampe più maneggevoli e cornici. Sono scelte, non è che una cosa sia migliore dell’altra.

Ma naturalmente tutto questo non basta a farci definire una fotografia efficace come quella che coinvolge i neuroni-specchio della spettatore e gli fa provare qualcosa. Questo, a onor del vero, sanno farlo anche fotografie abbastanza comuni: i famosi “gattini” di Internet, ad esempio, fanno immediatamente scattare una sensazione di tenerezza e accudimento. Eppure sono foto assai mediocri, quasi sempre.

E allora ci serve un altro elemento, di cui sentiamo sempre parlare ma che è assai arduo da definire: la creatività. O, meglio, il “gesto creativo“.

Come possiamo riconoscere un gesto creativo in una foto? Molti ritengono si debba basare sull’originalità ma francamente chi può dire quando qualcosa (un approccio, una tecnica) sia davvero originale e non semplicemente “nuovo”, magari perché rielaborato a partire da elementi già esistenti?

E allora ti propongo un nuovo esperimento.

Prendi un foglio di carta spessa e abbastanza grande e collocalo su un tavolo. Poi prendi dei colori liquidi, ad esempio degli inchiostri o delle tempere sciolte in acqua e senza guardare versacele sopra. Che cosa si ottiene? Un guazzabuglio? Beh, se non esageri magari il risultato potrebbe somigliare parecchio a un dipinto di Pollock. Potresti anche solo prendere un pennello e senza guardare scarabocchiare il suddetto foglio con vari colori. Il risultato sarebbe sempre quello: un’opera d’arte astratta. O no?

Berys Gaut, autore tra le altre cose di un saggio sulla “Filosofia della Creatività” sostiene che un’opera debba sempre avere un carattere intenzionale. Insomma, “una persona distratta che versasse accidentalmente della tempera su una tela, a prescindere dal risultato, non creerebbe comunque un’opera d’arte“.

E dunque ecco gli altri elementi, una tendenza a essere originali e personali e soprattutto l’intenzionalità: insomma, debbo mettermi nella condizione di voler creare un’opera d’arte, e non far sì che questo capiti per caso (anche se a volte succede).

E già mi tornano in mente i commenti di tanti fotografi che mi dicono sempre (stile Gianni Berengo Gardin): “io non sono un artista, mi interessa solo che le foto siano buone“. O belle, sostiene qualcuno meno accorto.

Secondo la logica che abbiamo esaminato sin qui, direi che chi non ha l’intenzione di creare opere d’arte, beh, non le crea. Ma se la foto funziona, emoziona, comunica ed è anche esteticamente piacevole che facciamo, la buttiamo via perché non è un’opera d’arte?

A sentire molti studiosi parrebbe quasi di si. Basti pensare a Benedetto Croce – che ha influenzato profondamente la cultura italiana non solo artistica – il quale sosteneva che l’arte è pura intuizione, esiste nell’animo e nella coscienza dell’artista, mentre l’opera è solo una sua esternalizzazione: in altre parole esiste anche se poi l’artista non scatta la foto o dipinge il quadro. Invertendo i fattori, se per un colpo di fortuna a un ignaro fotografo “esce fuori” una gran foto sarà magari una bella documentazione, ma non un’opera d’arte. Ti torna?

Probabilmente non si può uscire del tutto dalle molte contraddizioni insite in un approccio simile alla fotografia e chissà, per la maggior parte dei fotografi non è nemmeno così importante. E tuttavia se un elemento ritengo si debba e si possa tenere presente in un simile ragionamento, è quello di essere sempre motivati, attenti e concentrati quando si fotografa.

Perché se è vero che spesso delle foto valide vengon fuori anche quando non ce l’aspettiamo – sono un dono, potremmo dire – resta di sicuro il fatto che elaborare un’idea, studiarla, verificarla e poi applicarla concretamente resti il modo migliore per realizzare lavori fotografici degni.

Per concludere ti faccio un esempio, quello della fotografa-artista Elizabeth McAlpine che con la sua serie di fotografie The Map of Exactitude ha creato una sorta di mappatura – appunto – del suo studio e delle cose che contiene ma ricorrendo a delle particolari fotocamere stenopeiche (che al posto dell’obiettivo utilizzano un piccolo foro) che “incidono” sulla carta fotografica BN le parvenze (al negativo) degli oggetti, il che rende il tutto molto suggestivo e strano, in effetti.

Ma lascia anche molto spazio alla fantasia. Intenzionalità, tecnica, emotività. C’è tutto mi sembra.

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