Intervista al Fotoreporter Francesco Toiati

Anche i meno ferrati in Storia della Fotografia conoscono alcuni grandi fotografi della storia. Tutti noi, abbiamo nominato almeno una volta Doisneau, per le sue istantanee di Parigi, o Robert Capa per i suoi reportage di guerra, ma oggi viviamo in una realtà molto diversa da quella in cui si sono formati loro.

Siamo bombardati dalle immagini 24 ore al giorno e distinguersi dalla massa sembra davvero un’impresa. Eppure ci sono alcuni fotografi contemporanei, che meritano a pieno titolo un posto tra i grandi, non solo per la qualità estetica dei loro scatti, ma anche e soprattutto per la loro capacità di raccontare storie che arrivano al cuore.

È il caso di Francesco Toiati, classe 1962, fotoreporter di cronaca dal 1984 e attualmente in attività.

La sua carriera lo ha visto in prima linea durante le più importanti vicende storico-politiche nazionali e le maggiori catastrofi naturali che hanno messo in ginocchio il nostro paese. Toiati ha raccontato migliaia di storie con il suo obiettivo, mantenendo sempre un sguardo rispettoso e privo di giudizi

Lo abbiamo incontrato per parlare della sua carriera, di fotografia e delle sue numerose avventure. 

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L’Intervista

Com’è nata la tua passione per la fotografia?

La mia famiglia ha sempre avuto una inclinazione “artistica”, chi verso la pittura, chi verso i fumetti o altro. A 14 anni mio padre mi regalò una Beirette, che ancora conservo gelosamente. Andavamo insieme, in giro per Roma, a fotografare di tutto. Al Liceo Artistico ebbi un professore che incentivò la mia passione, dandomi i primi rudimenti della camera oscura, e poi piano piano iniziai a comprare altri pezzi di questo “puzzle”, che fece di me un piccolo fotografo: l’Upa 5, il mitico ingranditore russo, macchine fotografiche pesantissime e obiettivi che erano poco più di fondi di bicchiere, ma per me erano davvero un mondo nuovo.

Hai iniziato a lavorare appena ventenne, muovendo i primi passi da professionista presso lo storico quotidiano Paese Sera. Cosa spingeva il giovane fotografo di allora verso il racconto fotografico? Cosa cercavi e speravi di mostrare alla gente?

Ancora prima di Paese Sera, ho iniziato portando le mie foto al quotidiano Lotta Continua. Ricordo che incontravo in redazione il mitico Tano D’Amico, con il quale parlavo di poesia, arte e politica, ancor prima che di fotografia.

Un giorno mi presentai alla redazione di Paese Sera, in via del Tritone, con una bella faccia tosta, proponendomi al caposervizio dell’epoca, Sandro Mazzerioli. Gli proposi una serie infinita servizi, alcuni andarono molto bene altri meno. Tutti però raccontavano aspetti di una Roma ancora non inquinata dalla foto “globale”, dalla corsa allo “scatta e fuggi”. Io volevo mostrare alla gente quello che c’era fuori: il mercato del pesce a Testaccio alle 5 del mattino, le prostitute che andavano a bersi il cappuccino all’alba, le suore a Villa Borghese che giocavano a palla.

Alla fine, dopo un anno di prova, entrai a fare parte dello staff di Paese Sera. Erano gli anni bui della fine del terrorismo nazionaleBrigate Rosse e altro – e stavano per iniziare quelli del terrorismo internazionale.

In quegli anni mi trovai a Via Veneto, dove un commando lanciò delle bombe a mano sui tavolini della “dolce vita”, a Fiumicino dopo l’attentato che costò la vita a più di 30 persone, all’Ambasciata americana dove un colpo di bazooka squarciò l’aria alle 7 del mattino.

Poi ci furono i casi di cronaca più noti: il Canaro, la Banda della Magliana ecc.

Paese Sera per me è stato e rimane il simbolo di come è nato il mio lavoro e della mia tenacia nel portarlo avanti.

Foto di Giornale Paese Sera con pubblicazione di foto di Francesco Toiati
Fotografie di Francesco Toiati pubblicate su Paese Sera

Tutti immaginiamo la vita di un foto reporter di cronaca come qualcosa di avventuroso e sempre in movimento, ma probabilmente non abbiamo la reale percezione di come sia scandita una tipica giornata di lavoro. Vuoi raccontarcela?

Io dico sempre che questo è “il lavoro più bello del mondo”, ma se scegli la cronaca diventa anche il più duro e faticoso. Gli orari sono vaghi, specie nei primi anni, si esce presto al mattino e sempre con la macchina al collo, perché la foto è immediatezza, non si può perdere tempo ad aprire lo zaino o montare un obiettivo.

Il periodo della mia vita più avventuroso è stato quando, dopo Paese Sera entrai a far parte della grande agenzia Master Photo di Roma. Eravamo 16 fotografi, ognuno con il proprio settore. Si arrivava presto a studio, a Largo Argentina, e si leggevano tutti i giornali, in cerca di quella che poteva diventare, nel corso della giornata, LA notizia

Uscivo con il mio mitico Vespone e cercavo la foto, la storia. Poi tornavo in agenzia dove c’era Angelo Savi, bravissimo stampatore, che in pochi attimi sviluppava e stampava il tuo lavoro.

Poi c’erano i venditori – figure ormai scomparse – ovvero i ragazzi che correvano nelle varie redazioni dei quotidiani a proporre il frutto del nostro lavoro. Lavoravamo tutti i giorni, fino a tardi se occorreva. Quando chiamava un giornale, eravamo a disposizione per uscire con un cronista. E i nomi in quegli anni erano nomi davvero straordinari, così come i servizi: fotografare Fellini nel suo studio, passare ai reparti speciali dei GIS per una settimana, dormire in un campo nomadi a Capodanno insieme alla cronista, per raccontare le varie tribù nomadi europee che venivano a Roma… insomma: il lavoro più bello del mondo!

Nel 1994 inizia la tua collaborazione con Il Messaggero. Sono gli anni in cui inizi a documentare i grandi avvenimenti di cronaca del nostro Paese. C’è un servizio, di quel periodo, che ti ha segnato particolarmente?

Ce ne sono stati tantissimi. Il più doloroso forse è stato l’attentato a Borsellino. Partimmo il primo pomeriggio e arrivammo sul luogo del disastro che era l’imbrunire. Ho visto cose terribili e impensabili.

Un altro servizio molto difficile fu un fatto di cronaca orribile: un padre aveva ucciso i suoi 3 figli, ma erano mesi che prendeva in giro tutti, portando gli inquirenti a spasso nei vari posti del Lazio in cui diceva di averli sepolti. Un giorno ci recammo a Bracciano e, nei pressi del Lago, ci fu la tragica scoperta. Non dimenticherò mai le urla strazianti della madre, moglie dell’assassino.

Alcuni grandi nomi della fotografia ci insegnano che il segreto di una buona foto è la pazienza, l’attesa del “momento perfetto”, eppure la fotografia di cronaca sembra essere fin troppo immediata, ma allo stesso tempo potente. Come si concilia, nel tuo genere fotografico, la necessità di immediatezza con il “momento perfetto” (se esiste, secondo te)? 

Quando si dice «cogli l’attimo» non c’è definizione più giusta per ciò che riguarda la fotografia. Tutte le volte (pochissime in realtà) in cui esco senza attrezzatura, vedo una foto splendida. È inutile dire «ci torno domani»: nemmeno la Luna alla stessa ora sarà la stessa. I momenti giusti e prevedibili sono davvero pochi. La foto si può pensare a volte, studiare l’ambiente e dire «tra poco ci siamo». Ma in realtà non è mai veramente così.

La fotografia, specie quella di cronaca, è realismo, immediatezza. Te la senti dentro, senti che sta per accadere qualcosa e allora scatti.

Restiamo in tema di “momenti”. A volte basta davvero un momento per cambiare ogni cosa. E quando si tratta di catastrofi naturali, la storia del nostro Paese lo sa bene. Il tuo obiettivo ha seguito numerosi terremoti e le più disastrose alluvioni, che hanno flagellato l’Italia negli ultimi anni. Documentare eventi di questa portata non è mai semplice, non solo dal punto di vista puramente fisico, ma anche dal punto di vista psicologico. Cosa passa per la testa di un professionista come te, mentre attraversa tali devastazioni?

Come ho già detto, ho avuto un’ottima palestra. La cronaca nera fatta a Paese Sera negli anni ’80, mi ha insegnato a sopportare immagini davvero forti. Nelle Azzorre, ad esempio, dove fui mandato dopo che un aereo dell’American Airlines era precipitato con 150 italiani a bordo, ho visto cosa succede a un corpo umano straziato. Durante il terremoto dell’Aquila, io e il mio collega Marco Petruzzelli, abbiamo visto persone portate via usando le porte di casa come barelle. Sono cose che non si dimenticano. E poi Marche, Umbria, Amatrice: sono partito ogni volta e ogni volta sapevo che, prima di tutto – prima dello scatto – bisogna salvaguardare gli altri, tenere la dignità delle persone in primo piano. Non bisogna scattare sempre. 

Due foto di Francesco Toiati L'Aquila e Amatrice
2 scatti di Toiati con oggetto il terremoto de L’Aquila e Amatrice

Capitolo guerra. Possiamo dire che la tua fotografia non è mai stata, per così dire, “comoda”. Infatti, anche come inviato di guerra, ti sei trovato più volte in luoghi difficili. Raccontare un conflitto significa, il più delle volte, anche rischiare la vita?

La mia prima guerra dove fui mandato fu in realtà una rivoluzione. Andai per sostituire un collega ferito e mi ritrovai a Bucarest, prima del Natale, del 1989. Ceaucescu era stato appena giustiziato, ma sulla piazza principale c’erano centinaia di bare aperte dove, per tradizione, si ponevano sui morti delle ciotole di riso, che venivano anche offerte a chi sostava lì per una preghiera o, come nel mio caso, per uno scatto. Ben presto diventammo bersagli della Securitate (la polizia segreta de dittatore), che ancora si nascondeva nella Capitale, quindi si dormiva nelle stazioni della metro, oppure in alberghi fatiscenti con le coperte messe sulle finestre per non essere preda dei cecchini. 

Dopo fu la volta della Romania e dell’Albania, con l’operazione Pellicano, poi in Slovenia durante il tentativo di invasione da parte dell’esercito regolare Jugoslavo e poi in Serbia, Croazia e per ultima, Sarajevo. Ho viaggiato parecchio.

Non esistevano computer portatili in quel periodo, si sviluppava nei bagni degli alberghi trasformati in piccole camere oscure, si approfittava della macchina delle telefoto messe a disposizione dalle grandi agenzie, oppure si rischiava davvero la vita, come quando, con il grande fotografo e amico Mario Boccia, varcammo la frontiera con Trieste, per portare alla stazione i rullini e affidarli a qualche passeggero che li recapitasse a Roma. Ricordo che, in uno di quei viaggi, a un posto di blocco, volli fare una foto a tutti i costi e ci spararono a scopo intimidatorio, passammo lo stesso, ma la paura fu davvero tanta.

2 foto scattate a Bucarest nel 1989 da Francesco Toiati
Scatti di Francesco Toiati a Bucarest nel 1989

Recentemente hai abbracciato anche la fotografia aerea, realizzando numerosi servizi insieme ai Reparti Volo della Polizia di Stato. Cosa ti appassiona di questo genere fotografico?

Volare e fotografare sono delle esperienze incredibili! Poter fare entrambe le cose contemporaneamente è unico.

Riprese aeree dell'Emilia
Riprese aeree da elicottero scattate da Francesco Toiati (Emilia)

Con i Reparti Volo della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, ho potuto sorvolare Roma e Ostia durante il lockdown. Nessun drone può eguagliare ciò che si vede da un elicottero, le inclinazioni, la luce. Mi appassiona vedere la mia città così lontana eppure così vicina, il momento in cui il portellone si apre e l’aria ti colpisce il viso è inebriante! Poi pensi solo a scattare, cambiare obiettivo è un vero incubo, ma con la pratica, si impara a farlo in sicurezza.

Riprese Aeree Amatrice fatte da Francesco Toiati
Amatrice a un anno dal terremoto. @Ag.Toiati/SecurDrone Giacomo Gabrielli/Ag.Toiati

Il 2020, si sa, è stato un anno molto duro per l’Italia e per il mondo. Il lungo lockdown, dovuto alla pandemia, se da una parte ci ha fatto sentire soli e in pericolo, dall’altra ci ha permesso di vedere le nostre città da un altro punto di vista, private di ciò che, più di tutto, le caratterizza: le persone. Le immagini delle strade di Roma, insolitamente deserte, hanno fatto il giro del mondo. Com’è stato immortalare la Capitale in un contesto così straniante? Cosa ti ha colpito maggiormente e cosa hai apprezzato di questo insolito scenario?

Il silenzio di Roma mi ha colpito tantissimo. Un giorno al Gianicolo ho girato un video: dopo il colpo di cannone di mezzogiorno, sono partite le campane di tutte le chiese del centro, e poiché non c’era traffico né altri rumori, si sono sentiti distintamente tutti i suoni, come se la Città ci stesse dicendo «vi aspetto, sono qui!». Grazie al mio lavoro, ho avuto la possibilità di girare in motorino in una Roma deserta, via del Corso mai vista così sgombera, Piazza Venezia più silenziosa che mai… ho persino sentito il canto degli uccelli a Via Sistina! È stato davvero strano, ma stimolante. Un nuovo obiettivo per il mio lavoro.

Ultima domanda: una foto che non hai fatto e che avresti voluto fare.

È una domanda che non mi pongo. Penso solo alle foto che voglio fare e che farò.

Le foto, come gli attimi, sono fuggenti, mai guardarsi indietro!

Silvia Gerbino

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Last update was on: 28 Luglio 2021 22:16

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