La bellezza della banalità in fotografia

(Nota – Le foto che illustrano questo post sono vecchi esperimenti che ho realizzato oltre vent’anni fa con pellicola istantanea Instax della Fuji). 

Non ho molti ricordi di quando ero ragazzino e sognavo di diventare fotografo, ma uno in particolare m’è rimasto impresso. Più che un pensiero è una sensazione: quella che per diventare un bravo o addirittura un grande fotografo, avrei dovuto viaggiare, trovare soggetti grandiosi e fotografarli al meglio.

Diciamocelo francamente: è quello che pensano quasi tutti, sia i fotografi già abbastanza navigati che quelli agli inizi. Perciò, nei limiti delle mie possibilità, cominciai a viaggiare, poi a lavorare con riviste di viaggi e turismo e a produrre una montagna di fotografie di luoghi, situazioni, paesaggi, persone.

Ma niente, non mi riusciva di sentirmi un “grande fotografo”, nonostante l’indubbia crescita professionale che per un periodo ha fatto di me un fotografo conosciuto, almeno nel mio ambito.

Il fatto è che c’è una grande differenza tra il professionismo inteso come attività fonte di reddito e le proprie capacità espressive lasciate libere di crescere, svilupparsi, organizzarsi senza che qualcuno debba poi dirti in che modo e perché (nel caso specifico secondo le esigenze di chi poi doveva pubblicare le foto cercando di accondiscendere i gusti dei lettori).

Ma col tempo ho compreso il mio errore. Soprattutto mi sono reso conto che tutte quelle foto (tante) che scattavo per me, che consideravo solo degli sfoghi o un divertimento, rappresentavano invece la strada maestra verso un modo di concepire la fotografia davvero diverso, che puntava a comunicare idee ed emozioni, e non solo informazioni.

Non che nella fotografia professionale non ci siano creatività e sensibilità, ma giocoforza sono incatenate a uno scopo specifico (a meno che tu non sia un fotografo già molto noto, a cui viene richiesto appunto di fotografare in modo “libero”).

fiore marco scataglini

La cosa bella è stata che ho così scoperto che molti – se non tutti – i maggiori fotografi del mondo, quelli che seguo e ammiro, hanno avuto la stessa identica “illuminazione”. Ad esempio Michael Kenna, uno dei miei preferiti, sostiene esattamente questi concetti, ribaditi in innumerevoli interviste.

Recentemente ho letto l’ultimo, interessante libro di Denis Curti, “Capire la fotografia contemporanea” (che consiglio anche a chi voglia fare un ripasso intelligente della storia della fotografia), e in un capitolo dedicato appunto a ciò che distingue il fotografo consapevole da quello soltanto “bravo”, l’autore scrive: “… se dovessi sintetizzare il senso di questo capitolo in cinque punti, a uso di chi voglia continuare l’esperienza dei grandi fotografi, essi sarebbero i seguenti: 1) la fotografia non è mai neutrale; 2) se non hai una storia da raccontare non hai niente; 3) se hai una storia, devi saperla raccontare decidendo il tuo punto di vista; 4) raccontare per immagini significa accettare la sospensione dell’incredulità; 5) rinuncia alla singola fotografia buona a favore di una sequenza narrativa“.

Mi ci sono voluti anni per arrivare a concepire la stessa filosofia, e avrei potuto essere io a scrivere questo elenco, punto per punto. E anzi, in verità l’ho fatto perché questi sono esattamente i valori su cui ho impostato il mio corso Smettere di Essere Principiante realizzato assieme ai ragazzi di Reflex-Mania.

marco scataglini volto

Tanti dei corsisti, a un certo punto, affermano di non aver mai pensato a questo aspetto della fotografia ma che, una volta acquisito, risulta essere, appunto, come una sorta di “illuminazione”.

In verità quello che sostengo io – e mi dà sollievo vedere che gli stessi concetti sono espressi da un grande curatore ed esperto come Denis Curti – è qualcosa di addirittura lapalissiano, di ovvio. Ma, come sempre, le cose più evidenti sono in verità le più nascoste.

A dimostrarlo è, ad esempio, l’avventura creativa di un fotografo come William Eggleston (classe 1939), che non vede più la fotografia come un’impresa degna di Walter Bonatti, ma come uno scavo archeologico – o archivistico – della propria vita, della propria esperienza, della propria capacità di relazionarsi all’ambiente circostante.

Non si tratta di un ripiegarsi sull’ego, di un guardarsi l’ombelico, tutt’altro. La verità è che ognuno di noi può scegliere innumerevoli punti di vista per scattare una foto, una gran quantità di tecniche, approcci e anche attrezzature, ma alla fine il vero punto di vista è solo uno: il nostro.

Non a caso il mio motto è: sei tu che fai la fotografia, non la fotocamera. Ovvio? No, è la cosa meno considerata al mondo.

marco scataglini albero

Ognuno di noi vive la realtà stando rinchiuso all’interno di un corpo che non si può espandere e nemmeno abbandonare; guardiamo ciò che ci circonda con gli occhi che fisicamente non possiamo staccare e mandare in giro (anche se oggi abbiamo apparecchiature, come i droni, che in teoria possono farlo), insomma ogni cosa fa riferimento inevitabilmente e senza possibilità di deroga a un’unica realtà: l’Io.

E questo anche quando pensiamo di ragionare dei Massimi Sistemi e di essere altruisti e colmi di empatia, o aperti verso la realtà circostante.

Questi ultimi aspetti sono semmai utili per trovare delle storie da raccontare, come consiglia anche Curti, nella consapevolezza che comunque sono le nostre storie, anche se riguardano altre persone, o luoghi, o animali, o piante, o rocce.

E dunque, più che scegliere un punto di vista (che sarà comunque il tuo), devi scegliere dove collocarti rispetto al tema prescelto. Questo significa allineare il famoso “trittico” bressoniano di occhi, cuore e cervello. Inutile ribadire che questi tre elementi sono in ogni caso i tuoi!

Perciò Eggleston decide che il “banale quotidiano” è esattamente la realtà in cui è immerso la maggior parte del tempo, e che è assurdo cercare l’eccezionale quando il banale può fornire storie a bizzeffe. E se lo scopo del fotografo,come sostiene Franco Fontana, è di rendere visibile l’invisibile, cosa c’è di più invisibile delle cose che non vediamo più proprio perché sono sempre a un passo da noi?

Ma la cosa strana è che le persone rifiutano il banale.

Nonostante l’appoggio di un curatore del calibro di John Szarkowski, Eggleston i primi tempi venne aspramente criticato per quelle foto “insignificanti”, che tutti – si direbbe – sono in grado di fare. La cosa ancora più strana della faccenda è che non è vero: è molto – ma molto – più facile fotografare l’eccezionale che il banale.

Questi aggettivi non vanno rapportati alla tecnica fotografica, ma al soggetto. E detto tra noi, anche un fotografo assai scarso riesce a tirar fuori qualcosa di guardabile da un tramonto di fuoco, da un paesaggio meraviglioso o da un noto monumento. Ma ditegli di rappresentare una qualsiasi periferia di città e vedrete che non saprà da che parte iniziare.

sguardo marco scataglini

In tal senso, la fotografia viene vissuta da un lato come deposito della memoria quando è fatta da noi, o come evasione quando riguarda le foto degli altri. A chi interessa scoprire il triciclo nel giardino del vicino, o la stanza da pranzo con la brutta carta da parati della zia Emma?

Ma nelle mani giuste – e con la giusta consapevolezza – eccezionale e banale si fondono, per creare non tanto e non solo singole immagini interessanti ma – come recita il fondamentale punto 5 di Curti – un corpus fotografico (quello che definiamo un progetto) che racconti la nostra storia, e che nel suo insieme non può lasciare indifferenti.

Un saluto. Alla prossima.

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