La fotografia come “Fattoide”

Io di filosofia so davvero poco, anche se mi ha sempre affascinato. Il fatto è che a volte mi sembra che quel che i filosofi sostengono sia che nella realtà tutto è complicato, mentre noi esseri umani comuni tendiamo a farla semplice, come si usa dire. Insomma, vedo una cosa e quella cosa è lì davanti a me, ed essendo un fotografo quella cosa sarà a breve nella mia foto, ammesso sia davvero un soggetto interessante.

Ma i filosofi non si accontentano, e distinguono l’ontologia (pare ideata dal filosofo greco Parmenide, foto sopra) che è lo studio di come le cose esistono – ed è una faccenda complessa perché chi conosce davvero le cose per come sono fatte? Io no, di sicuro – dall’epistemologia che invece è lo studio di come conosciamo le cose.

Quest’ultimo in effetti è il campo in cui mi sono sempre mosso, e scommetto che è il campo in cui ti sei sempre mosso anche tu. Tendenzialmente è il campo moderno, quello della Scienza. E in fondo anche della tecnologia (ad esempio fotografica) che ne deriva.

Io guardo al mondo e faccio affidamento ai miei sensi, che lo so che son fallaci, poi applicando la tecnologia (nel caso specifico sensore o pellicola più obiettivo), lo riproduco per far sì che la mia epistemologia sia addirittura condivisibile, magari in un Social come Instagram.

Ma la verità, se ci pensiamo su, è che l’apparenza delle cose – quella su cui contiamo come fotografi – è solo la scorza delle cose, il loro aspetto esteriore. Perché dell’ontologia possiamo anche disinteressarci, però agisce di nascosto. E infatti guardando a una fotografia le interpretazioni variano e ci saranno almeno dieci o venti diverse versioni della lettura fatta di immagini notissime, ad esempio dell’omino che salta la pozzanghera di Cartier Bresson.

L’epistemologia mi dice con chiarezza che sto osservando un tizio a Parigi che tanti anni fa ha saltato una pozzanghera per non bagnarsi i piedi – e che bravo il fotografo a cogliere questa situazione intrigante! – ma come posso sapere davvero che la pozzanghera sia esistita, che le forze della Fisica applicate al salto abbiano messo in salvo l’omino, che lo spazio-tempo insomma sia accertato una volta per tutte? Eravamo lì a misurare l’evento? No.

Scientificamente parlando non ne posso sapere nulla, o quasi. Al più posso avere una teoria da verificare. Magari è meglio che guardare un dipinto, ma comunque la quantità di “reale” che una foto contiene è sempre – come minimo – opinabile.

 

Non solo: posso pensare che, partendo da questa foto, e dalle molte altre che mostrano persone intente a saltare pozzanghere, esista una regola universale che dica: “l’essere umano dinanzi a una pozzanghera cercherà sempre di saltarla invece di aggirarla o infilare degli stivali di gomma“?

Questo è il noto concetto dell’induzione, uno degli aspetti esplorati dall’epistemologia, cioè il fenomeno che tende a rendere universale il valore di fenomeni che invece hanno solo un valore specifico. L’esempio più noto è quello del cigno nero: se tutti i cigni che abbiamo visto sinora sono bianchi, possiamo dire che non esistano cigni neri? Invece esistono, eccome.

Perciò partendo da una foto – o da una serie di foto- sarò portato non solo a credere alla realtà di quanto vi avrò osservato, ma addirittura a elevarla a regola certa e universale.

Il filosofo Timothy Morton definisce una simile situazione come un “fattoide”, che è “un blocco (di solito abbastanza piccolo) di dati interpretato in modo da apparire vero. È… la qualità di ciò che è considerato vero perché il soggetto vuole che sia vero o sente come vero indipendentemente dai fatti“.

Una fotografia, in effetti, può essere paragonata a un blocco di dati, almeno visivi (ma non solo) e ci vuole relativamente poco a capire che quelle che scattiamo sono sempre (sempre!) dei “fattoidi”: le crediamo vere, ma non lo sono, almeno la maggior parte delle volte. Non possono esserlo, in quanto prodotto dello sguardo, della fantasia, creatività, sensibilità, dell’idea magari, di un singolo fotografo. La realtà è sempre multiforme e complessa, non si può mai ridurre a un singolo punto di vista. Figuriamoci costringerla in un rettangolo a due dimensioni!

E mi viene in mente il famoso miliziano colpito a morte di Robert Capa. Epistemologicamente lo conosciamo come un soldato colpito a morte da una pallottola, abbiamo testimonianze, ricerche, analisi della fotografia stessa, ma ontologicamente c’è il sospetto che sia un falso, o che comunque non sia morto davvero, o chissà cos’altro.

Una fotografia-fattoide è insomma qualcosa da maneggiare con cura. Se vogliamo, potremmo dire che ne esistono almeno due tipologie: le fotografie “creative“, in cui il fotografo crea volontariamente e in modo esplicito un “fattoide” interpretando la realtà e a volte distorcendola – dunque chi guarda sa di guardare un’interpretazione di un dato reale, non certo la realtà – e le fotografie create inseguendo un’idea di verità ma che in modo consapevole o inconsapevole diventano appunto “fattoidi”, vere in modo solo apparente. Inganni, potremmo dire, bugie. E le bugie possono essere piccole o grandi: le piccole sono più insidiose perché difficilmente distinguibili, le grandi sono talmente irreali che facilmente si “sgamano“. Ma alla fine sempre di bugie si tratta.

Il tutto funziona sulla base dell’idea che – come spiega Morton – i fattoidi implichino “un certo atteggiamento, cioè ritenere che le cose abbiano attaccato sopra una specie di codice a barre che ci dice all’istante – ossia senza la mediazione degli uomini che le interpretano – che cosa sono”. Perciò, come leggendo una certa statistica il pubblico crede di sapere ipso facto come sono andate o stanno andando le cose senza avvalersi dell’interpretazione di un esperto (pensiamo alla pandemia di Covid), così guardando a una fotografia le persone tendono a ritenerne vero il contenuto, in quanto la fotografia riproduce un pezzo di realtà spazio-temporale ben definito. A volte addirittura al di là delle intenzioni, o delle dichiarazioni, dell’autore.

Dunque se vedo un omino saltare una pozzanghera, quello di certo lo stava facendo, e il povero miliziano dev’essere morto di sicuro. Maledetta ontologia che distrugge queste certezze! Infatti ci impedisce di rimanere ancorati solo a quel che vediamo e percepiamo, occorre invece andare oltre. E questo, con una fotografia, spesso è impossibile.

D’altra parte non c’è dubbio che oggi la fotografia sia – più di un tempo – qualcosa che va ben al di là di un’opera creativa. Le foto vanno online, raggiungono miliardi di persone e, proprio come ai tempi pioneristici dell’Ottocento, le persone credono a quel che vedono (oltre che a quel che leggono, s’intende), come se si trattasse di una rappresentazione del reale, anzi il reale in persona personalmente.

Ma quel che la fotografia ci “dice” – ci dice davvero – è in verità inconoscibile, misterioso (che deriva dal greco myein, cioè «chiudere le labbra», dunque non rivelare, non dire, non confessare).

Come fotografi dovremmo allora prestare maggiore attenzione. Non dico studiare filosofia, ma almeno ricordare che la ricerca “del senso profondo di ogni essere reale“, che è una delle definizioni di ontologia che ci fornisce wikipedia (a proposito di Internet), dovrebbe orientare il nostro sguardo, non limitarsi alla fenomenologia apparente, ma cercare di vedere cos’altro sono le cose, per dirla con Minor White, e come tali cercare di fotografarle. Esprimendo sempre con la massima chiarezza e onestà le nostre intenzioni, senza nasconderle dietro roboanti dichiarazioni o titoli depistanti.

Questo, credo, è il vero spazio creativo a cui possiamo accedere. Il resto, appunto, son solo “fattoidi”.

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