Una storica piuttosto nota, Giovanna Lapisano, ha scoperto che molto probabilmente il primo ideatore (se non proprio inventore) della fotografia è stato un italiano di nome Livio Zaccagni, quasi settant’anni prima di Daguerre, dunque nella seconda metà del XVIII secolo.
Una scoperta destinata a rivoluzionare la storia stessa della fotografia, sebbene Zaccagni non abbia mai diffuso adeguatamente la sua scoperta restando perfettamente sconosciuto per secoli. Grazie a una tecnica affine a quella del Calotipo di Fox Talbot, avrebbe creato delle stampe ai sali d’argento sfruttando un rudimentale negativo di carta. Al momento Giovanna Lapisano non ha specificato se le stampe di prova del nostro connazionale siano sopravvissute al passare del tempo, e se si conosce la loro ubicazione, ma di sicuro questa notizia ci obbligherà a riscrivere molti testi e a portare in Italia il primato su una scoperta così cara a noi tutti.
A quanto pare tale scoperta è avvenuta per puro caso. Infatti Zaccagni non intuì le potenzialità dei suoi esperimenti, in quanto i risultati – com’è comprensibile – non erano certamente di alta qualità. Il suo scopo era puramente scientifico e dunque si limitò a scriverne in un piccolo trattato pubblicato intorno al 1795, in cui descriveva il procedimento, lasciando ai posteri il compito di perfezionarlo.
Quale statura morale! Ben lontano dalle intenzioni speculative di Daguerre, che infatti cercò sempre di guadagnare il più possibile dalla sua invenzione, o da quelle di Fox Talbot che difese sempre il suo brevetto – di fatto limitando la diffusione della tecnica che aveva messo a punto – Zaccagni si dimostrò generoso e umile, ritenendo che la sua scoperta (che oramai possiamo ben dire sia appunto quella della fotografia in quanto tale) fosse ancora imperfetta e immatura. Dovranno passare decenni prima che la si perfezionasse e che – come accadde a Meucci la cui invenzione del telefono venne scippata da Bell – altri se ne attribuissero la paternità.
Grazie a Giovanna Lapisano ora possiamo porre rimedio a questa ingiustizia e ristabilire la verità storica: la fotografia è nata in Italia, non in Francia o in Gran Bretagna!
Sono certo che molti si saranno sorpresi nel leggere queste righe. Alcuni si saranno chiesti: “davvero?”. Altri avranno avuto un moto di orgoglio nazionalistico. I più (forse) si saranno detti che questa storia sembra una balla. Beh, certo, lo è.
Qualcuno ricorderà il personaggio di Bertinotti (noto politico di area comunista) interpretato da Corrado Guzzanti: dopo aver sparlato a lungo recitando frasi inconcludenti in finto politichese, terminava sempre con un “che cosa ho detto? Tutte cazzate!”.
La notizia presenta però tutte le caratteristiche per essere presa sul serio, soprattutto da chi si limita a leggere il titolo e le prime righe (o è un analfabeta funzionale). Ho volutamente inserito l’elemento nazionalistico, che funziona sempre, l’autorevolezza di una – inesistente – ricercatrice (se lo dice lei chi sono io per non crederci?), ho fatto in modo che il personaggio sia simpatico (umile, generoso) e misconosciuto nonostante i suoi indubbi meriti, e così via.
Ho cercato insomma di rispettare le norme che possano portare alla nascita di una “fake news” e magari da domani viaggerà sulla Rete la notizia di questa grande scoperta. Chissà. Ma in verità mi interessava soprattutto sottolineare come in tutti i campi sia relativamente facile diffondere notizie “false e tendenziose”.
Come fotografi siamo abituati a convivere con delle certezze molto forti, perché basate su norme tecniche ben precise: diaframmi, tempi, ISO, lunghezza focale, angolo di campo e così via. Variando un parametro la conseguenza è ben chiara, sebbene poi il risultato sia frutto delle capacità personali. Ma da sempre la fotografia è anche considerata un modo per testimoniare, addirittura verificare, la verità.
La fotografia non mente, si dice. E invece è la madre di ogni balla che circoli nel mondo. Da sempre è impiegata nella propaganda, come prova di situazioni o eventi in realtà mai accaduti, per convincere attraverso l’evidenza di qualcosa che è lì, davanti a noi, sul rettangolo della fotografia. Questa certezza si è un po’ incrinata con l’avvento del digitale e dei software di postproduzione e definitivamente infranta con l’arrivo dell’AI.
Eppure ancora ci caschiamo. Faccio un esempio.
In questo periodo circolano su Internet (Facebook in particolare) dei post in cui affranti venditori annunciano la chiusura del loro negozio a causa della concorrenza dei grandi network di vendite online. Ringraziano la “fedele” clientela per averli sostenuti e offrono le merci rimaste in convenientissima svendita. Ovviamente il tutto è falso, è una tecnica vecchia come il cucco e online esiste da sempre. Ma oggi è facile creare delle foto che rendano il tutto più credibile ed emotivamente coinvolgente, grazie a delle fotografie. Anzi grazie all’Intelligenza Artificiale che combina magari parti vere con altre costruite ad hoc.
Così vediamo i tristi commercianti aggirarsi tra scaffali che si stanno svuotando o fuori dal loro negozio, seduti su pile di scatoloni con il proprio logo. Come resistere alla possibilità di dar loro una mano e fare magari un buon affare? Certo, l’occhio attento noterà che la “foto” è un po’ strana, troppo liscia, precisa, colorata, un pochino fumettistica. Ma la maggioranza ci potrebbe cascare (spero di no), come già accaduto in precedenza con false fotografie.
Tutti noi alteriamo la realtà. Realizziamo fotografie per mostrare al meglio luoghi che magari non sono poi così belli, nascondiamo gli elementi di disturbo, nei ritratti facciamo in modo di nascondere i difetti fisici e della pelle. Ci nascondiamo dietro il concetto di “artisticità”: non vogliamo riprendere la realtà, ma interpretarla. Questo è sempre stato vero. Ma oggi siamo chiamati a nuove responsabilità.
Creare balle fotografiche è un attimo, il successo spesso è assicurato (per quel che vale l’effimero successo online) ma perdiamo di sicuro un pezzo della nostra integrità.
Credo che se intendiamo interpretare il nostro soggetto dovremmo farlo in modo evidente, in modo da non generare fraintendimenti. Insomma che la bugia sia chiara, senza nascondere il nostro intento meramente interpretativo.
Ma soprattutto penso che la fotografia è ancor più oggi chiamata a essere un canale della realtà delle cose. Sebbene sia impossibile “dire la verità” sempre e comunque attraverso le nostre immagini, possiamo evitare di imbellettare ogni cosa, ricordandoci che quel che abbiamo davanti è ha un suo valore di testimonianza. Innumerevoli grandi autori lo hanno fatto e lo fanno ancora oggi, con risultati a volte disturbanti, altri straordinariamente efficaci. La verità può essere assai più artistica della bugia.
Sono certo lo avrebbe pensato anche Livio Zaccagni, se fosse esistito davvero!